"Tutto quello che sapete è falso": perché il nuovo Robin Hood con Hugh Jackman farà discutere

Hugh Jackman trasforma il fuorilegge di Sherwood in una drammatica elaborazione del senso di colpa.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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SEO Specialist appassionato di cinema, tecnologia, collezionismo e cultura Pop. Amo unire analisi e creatività per raccontare storie digitali uniche.

Robin Hood - Il Prezzo del Sangue

Partiamo subito chiarendo che a volte ci troviamo di fronte a delle mere operazioni di marketing che giocano in difesa e altre volte di fronte a delle situazioni che scelgono di attaccare frontalmente le aspettative del pubblico prima ancora che il film cominci. La sinossi di Robin Hood – Il Prezzo del Sangue appartiene decisamente alla seconda categoria: "Il principe dei ladri, il difensore degli oppressi, l’eroe che ruba ai ricchi per dare ai poveri. Sono tutte bugie". La frase è di per sé già molto forte e a parer mio potrebbe essere la vera dichiarazione di intenti dell’intero film. Il fatto che Michael Sarnoski e A24 abbiano deciso di scriverla nero su bianco, senza nasconderla dietro un trailer ambiguo, dice già molto sul tipo di operazione che ci si prepara a vedere il 12 agosto nelle sale italiane.

Michael Sarnoski, il regista che sa cosa fare con un uomo solo e ferito

Chi ha visto Pig, l’esordio di Sarnoski del 2021 con Nicolas Cage, potrebbe già riconoscere il pattern utilizzato anche questa volta: un uomo isolato, segnato nel corpo e nello spirito, che cerca qualcosa che assomiglia alla guarigione in mezzo a paesaggi silenziosi che sembrano prolungare all’esterno la sua frattura interiore. È esattamente lo schema narrativo che il regista applica qui (almeno da quanto visto finora) a Robin Hood. Siamo tra le colline spazzate dal vento dell’Irlanda del Nord, di fronte a un importante cambio di formato dell’immagine – da un ampio 2.4:1 nella prima parte più selvaggia e nomade, a un più intimo 1.66:1 quando la storia si sposta nel priorato dove Robin viene curato – pensato apposta per accompagnare visivamente il passaggio da un’esistenza randagia e violenta a uno spazio di raccoglimento forzato. Non è un caso che diversi critici abbiano paragonato il film a un western crepuscolare più che a un cinecomic d’avventura: la struttura è quella di un uomo che ha passato la vita a uccidere e che, ferito, si ritrova costretto a fare i conti con quello che ha lasciato dietro di sé.

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La morte di Robin Hood è più antica e più cupa di quanto pensiamo

Quello che rende interessante questa operazione, al di là del semplice gusto per la provocazione revisionista tanto di moda ultimamente, è che il film si basa su una ballata del Seicento intitolata "La morte di Robin Hood", che racconta proprio il tramonto dell’eroe nelle mani di una priora a dir poco enigmatica. È una fonte più antica e meno addomesticata della maggior parte degli adattamenti a cui siamo abituati, e non è nemmeno la prima volta che il cinema ci attinge: nel 1976 Richard Lester ne aveva già tratto Robin e Marian, trasformando quella priora in una versione più matura e malinconica di Lady Marian, in una storia d’amore autunnale.

Sarnoski fa una scelta diversa da entrambe le fonti: né la priora traditrice della ballata originale, né la Marian romantica di Lester, ma Sister Brigid – interpretata da Jodie Comer – che si presenta come figura potenzialmente benevola, quasi salvifica, che costringe Robin a guardare in faccia la verità invece di offrirgli conforto o vendetta. È la terza versione di questo stesso finale in cinquant’anni di cinema, e forse la più spietata delle tre nei confronti del protagonista.

Il secondo mito che Jackman smonta pezzo per pezzo

C’è un parallelo che, guardando la carriera recente di Hugh Jackman, è impossibile non notare, ed è forse la chiave di lettura più interessante di tutta l’operazione. Non è la prima volta che l’attore accetta di prendere un personaggio leggendario, amato da generazioni di spettatori in una versione eroica e patinata, per restituircelo invecchiato, fisicamente devastato e moralmente triturato da una vita di violenza. Lo aveva già fatto nel 2017 con Logan, trasformando Wolverine da mutante indistruttibile e sarcastico in un uomo alcolizzato, malato, incapace di proteggere davvero chi ama. Un film che la critica dell’epoca definì senza troppi giri di parole "l’Unforgiven dei cinecomic", proprio evocando lo stesso Clint Eastwood a cui oggi si paragona questo nuovo Robin Hood. Nel 2026 sembra ripetere consapevolmente lo stesso identico gesto artistico, questa volta su una figura ancora più radicata nell’immaginario collettivo popolare, quella del fuorilegge buono per eccellenza: rubo ai ricchi per dare ai poveri.

Difficile quindi pensare che sia un caso: Jackman, arrivato a un certo punto della propria carriera, sembra aver scelto di specializzarsi proprio in questo tipo di ruoli – prendere l’eroe che tutti pensano di conoscere e mostrarci quanto sia stato costruito, quanto costi mantenerlo in piedi, e cosa resta dell’uomo quando quella costruzione crolla.

Un filone che va ben oltre Robin Hood

Questo film si inserisce del resto in un filone molto preciso del cinema degli ultimi anni, quello della decostruzione cruda dei grandi miti popolari e cavallereschi: The Green Knight di David Lowery ha fatto qualcosa di molto simile con la leggenda arturiana, The Northman di Robert Eggers ha smantellato il mito vichingo di ogni romanticismo hollywoodiano per restituirlo al pubblico nella sua versione originaria fatta di brutalità, The Last Duel di Ridley Scott ha smontato l’idea stessa di cavalleria medievale mostrandone il marcio sotto la superficie. Ed è significativo che sia proprio Ridley Scott, con il suo Robin Hood del 2010 con Russell Crowe, ad aver tentato per primo un approccio "realistico" al personaggio – ma quel film, per quanto meno "Disneyano" delle versioni con Errol Flynn o Kevin Costner, manteneva comunque intatta l’integrità morale del protagonista, limitandosi a raccontarne un’origine più matura.

Sarnoski però va molto oltre: nel suo film, la storia del ladro gentiluomo che ruba ai ricchi per dare ai poveri non è nemmeno vera fino in fondo, era semplicemente una strategia di comunicazione, una leggenda costruita ad arte per ottenere quello che Robin voleva davvero. È un livello di cinismo verso il materiale originale che nessun adattamento precedente si era spinto a raggiungere.

Robin Hood – Il Prezzo del Sangue, le opinioni sul film sono già divise

Ma com’è questo Robin Hood – Il Prezzo del Sangue? Beh, le prime reazioni internazionali, va detto onestamente, sono tutt’altro che unanimi. C’è chi lo ha definito uno dei migliori film dell’anno per fotografia, intensità emotiva e coraggio nel sovvertire le aspettative, e chi invece lo ha liquidato come un esercizio di autocompiacimento estetico che scambia la semplice cupezza delle immagina per profondità. È una divisione che, onestamente, sembra quasi inevitabile per un’operazione così radicale: chi si aspetta l’ennesimo film d’avventura con frecce e Merry Men resterà probabilmente spiazzato da un film che ha deciso di scambiare l’azione con l’introspezione. Tuttavia, in un panorama cinematografico dominato da franchise costruiti per non disturbare mai troppo il pubblico, un film che si apre dicendo apertamente "tutto quello che sapete su questo eroe è falso" merita quantomeno il beneficio del dubbio – e, probabilmente, anche il biglietto del cinema.


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