Robin Hood, il nuovo film con Hugh Jackman non è una rivoluzione: 50 anni fa Richard Lester aveva già fatto di meglio

Qualche settimana fa, parlando di Robin Hood – Il Prezzo del Sangue di Michael Sarnoski con Hugh Jackman, avevo citato un precedente poco noto: Robin e Marian di Richard Lester, unico altro film ad essersi ispirato alla stessa ballata seicentesca sulla morte dell’eroe di Sherwood. Stasera, per puro caso di palinsesto, quel film va in onda – e l’occasione è troppo ghiotta per lasciarla passare. Perché guardarlo oggi, dopo aver visto la versione 2026, significa scoprire che l’operazione di "smontare il mito" che tanto ci aveva colpito nel nuovo film, in realtà Richard Lester l’aveva già fatta, e con risultati per certi versi superiori, cinquant’anni prima.
Robin e Marian: un eroe stanco, non un ragazzo con l’arco
La trama parte da un presupposto quasi identico a quello del film recente: Robin Hood, invecchiato e per nulla aggraziato nel farlo, torna esausto dalle Crociate dopo vent’anni di assenza, per ritrovare – un’ultima volta – Marian. La scena d’apertura non lascia dubbi sul tono: re Riccardo Cuor di Leone ordina il massacro di una popolazione inerme durante l’assedio di un castello francese, risparmiando solo un vecchio di cui ammira un occhio di vetro. Quando Robin si rifiuta di eseguire l’ordine, il re tenta di colpirlo, ma crolla a terra, troppo debole persino per quello. È un’apertura brutale, disincantata, che smonta l’epica cavalleresca con lo stesso identico spirito con cui Sarnoski, mezzo secolo dopo, avrebbe aperto il suo film dichiarando fin dalla sinossi che "sono tutte bugie". La lezione, evidentemente, non è nuova quanto pensavamo.
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Entra nel canale WhatsAppAudrey Hepburn accetta, per la prima volta, di avere l’età che ha
Il dettaglio più toccante, però, riguarda il casting: in particolare Audrey Hepburn. Il film segna il suo ritorno sulle scene dopo anni dedicati quasi esclusivamente alla famiglia, ed è, per sua stessa scelta, la prima volta in cui accetta di interpretare un personaggio della sua età reale – Marian, che nel film ha persino qualche anno in più della Hepburn dell’epoca. Per un’attrice che aveva costruito la propria leggenda su ruoli di "eterna ingenuità", è una decisione coraggiosa e commovente.
L’attrice non porta sullo schermo alcun tentativo di nasconderne l’età, anzi, il film trasforma questo aspetto nel cuore pulsante della produzione. Sean Connery, dal canto suo, arriva fresco dall’abbandono definitivo di James Bond e costruisce un Robin stremato, mortale, lontano anni luce dall’eroe invincibile della tradizione: un uomo, come scrisse Roger Ebert, che non avrà mai più un giorno come quello vissuto nel finale del film.
I tre Moschettieri di Lester docet
Chi conosce il precedente lavoro di Richard Lester su I tre moschettieri riconoscerà subito la sua firma: anche lì i duelli alla spada venivano mostrati come scontri sudati, goffi, pericolosamente reali (invece delle eleganti coreografie hollywoodiane a cui il genere cappa e spada ci aveva abituati). In Robin e Marian applica lo stesso principio al mito dell’eroe di Sherwood, mescolando toni satirici e momenti di vera e propria malinconia esistenziale. È esattamente il tipo di operazione di demistificazione che oggi, con Il Prezzo del Sangue, viene presentata come una mezza rivoluzione… Invece era già tutto qui, scritto da James Goldman (lo stesso de Il leone d’inverno) con una grazia che raramente il cinema successivo ha saputo eguagliare.
È bianco o nero?
Detto tutto questo, va riconosciuto anche un limite del film, già notato all’epoca da Ebert: il lungometraggio non sempre trova l’equilibrio tra la commedia leggera – gli echi dei precedenti Moschettieri di Lester si sentono soprattutto nei siparietti con Little John – e la serietà emotiva a cui la storia aspira nei momenti più alti. Alcuni passaggi comici, presi singolarmente, stridono con la gravità del tema di fondo: un uomo che torna a casa per morire e che sceglie di farlo accanto all’unica donna che ha mai amato. È un’incertezza di registro che il film di Sarnoski, probabilmente, evita meglio proprio perché sceglie la cupezza totale senza uscire dai binari.
L’inizio e la fine, un ciclo che si chiude
Chiudo con un’immagine che, da sola, giustifica la visione: nel film compaiono tre mele, mostrate mature all’inizio e avvizzite nel finale, esattamente come accade a Robin, a Little John e a Marian nel corso della storia. È il tipo di poesia visiva sommessa, mai sottolineata a parole, che il cinema di oggi – compreso quello più ambizioso – fatica spesso a permettersi, preferendo dichiarare esplicitamente ogni tema invece di lasciarlo decantare in un’immagine.
