Roberto Vecchioni, tra il diavolo e il cielo: la rinascita del Professore passa (anche) per la Gen Z. È iniziato tutto con Sanremo 2024

Un ritorno sofferto ma anche drammaticamente ironico: Roberto Vecchioni si riprende il palco e rivolge ancora lo sguardo verso i ragazzi, da sempre parte della sua vita

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Alla fine, sono rimasti tutti in piedi. E quando diciamo tutti, intendiamo un piccolo miracolo che ha fatto convivere nella stessa platea ex giovani, pensionati e adolescenti cresciuti a pane e social. Il Teatro Brancaccio di Roma ha tributato una standing ovation chilometrica a Roberto Vecchioni, che alla soglia degli 83 anni – dopo aver dribblato acciacchi di salute tutt’altro che banali e affrontato i contromano dolorosi della vita – continua a riempire i teatri con una flemma che molte rockstar ventenni possono solo sognare.

Il suo segreto è ancora una volta puntare tutto sulla cultura. Quella vera, che parla allo stomaco e che mette d’accordo i nostalgici del vinile ai nativi digitali. Certo, gran parte del merito di questo "ringiovanimento" va al colpaccio di Sanremo 2024, dove il duetto con il giovane Alfa sulle note di Sogna ragazzo sogna è diventato un instant cult, con tanto di Disco d’Oro arrivato a 25 anni dall’uscita del brano. Ma attenzione a non fare l’errore di considerarlo il "nonno buono" della musica italiana. Al loro primo incontro, il Professore si è presentato ad Alfa con il testo del ragazzo stampato e corretto con la temibile penna rossa, manco fosse una versione di Tacito. Passare da "giocarmi la mia vita" a "giocare con la vita" è una sfumatura millimetrica che separa il nichilismo dall’arte. Perché il Prof non è il tuo "Bro", e ci tiene a ribadirlo con fiera e aristocratica autorevolezza.

Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp

Entra nel canale WhatsApp

Roberto Vecchioni torna in concerto dopo i problemi di salute

Lo spettacolo del tour Tra il silenzio e il tuono è talmente denso che Roberto Vecchioni, quasi per umana pietà verso le cervicali del pubblico, ha dovuto dividerlo in due atti. Oltre tre ore di performance che sfidano le leggi della biologia e i trend musicali moderni, solitamente tarati su pezzi da due minuti scarsi per non indurre il deficit d’attenzione. Il primo atto è interamente dedicato alle canzoni de L’Infinito, dove il pessimismo cosmico di Leopardi viene shakerato in chiave di resistenza attiva.

Tra una melodia e l’altra, Vecchioni sale in cattedra e passa con una scioltezza invidiabile da Beethoven e Schubert ai racconti di sbronze epiche e incontri surreali ai distributori di benzina. Il secondo atto lascia invece largo ai classici. Ci troviamo di fronte a un vero trionfo della memoria dove i boomer piangono sul proprio passato – con Luci a San Siro che a Roma si trasforma furbescamente in Luci all’Olimpico per pura piaggeria geopolitica – mentre i ragazzi della Gen Z scoprono l’esistenza di parole oltre la dittatura dei social media.

Dietro la facciata sorniona e i monologhi brillanti, però, c’è il "Tuono" della vita reale. La perdita del figlio Arrigo lo ha segnato profondamente, un lutto che il cantautore ha deciso di elaborare sul palco, citando Eschilo per ricordarci che si impara solo soffrendo e usando la metafora straziante degli "autovelox della vita", quelli in cui tu freni per proteggere chi ami e il destino ti investe comunque. Da quel dolore, insieme alla moglie Daria Colombo, è nata una fondazione per la salute mentale dei giovani, segno che la sua non è retorica da salotto.

La crociata contro la perdita del linguaggio

Ma Roberto Vecchioni resta un uomo in missione, impegnato in una personale crociata per salvare il vocabolario italiano. Lo spaventa il fatto che, come ama ripetere, i giovani siano passati dalle 6000 parole medie di dieci anni fa alle circa 600 di oggi. E se perdi le parole, dice, perdi la capacità di definire ciò che provi e finisci dritto nella morsa della paura. Per questo usa Alessandro Magno, Ulisse e Cervantes come esche pop per spiegare i sentimenti quotidiani. I suoi stessi musicisti (i fedelissimi Lucio Fabbri, Massimo Gerbini, Antonio Petruzzelli e Roberto Gualdi) sudano freddo ogni sera, dato che il Prof non canta mai un pezzo allo stesso modo, preferendo un approccio jazz che mantiene la scaletta costantemente viva.

E mentre l’Intelligenza Artificiale bussa alle porte della musica, Vecchioni risponde con un’alzata di spalle tranciante, convinto che nessuna macchina replicherà mai il brivido di un teatro pieno. I sold-out registrati in tutta Italia, da Torino a Palermo, passando per le piazze di Vigevano e Melpignano, sembrano dargli decisamente ragione. E pensare che stiamo parlando di un signore di 83 anni che corregge i testi altrui con la penna rossa, proprio ora che la musica premia chi dura tre mesi e sparisce. Ma d’altra parte, il Prof non è mai stato il tipo da fare le cose a metà.


Potrebbe interessarti anche