“Se la politica cela, l'arte deve rivelare: oggi servirebbe Sciascia”. Roberto Andò dipinge Ferdinando Scianna e pensa ai David - Intervista
Il regista racconta a Libero Mag i segreti del film "Ferdinando Scianna – Il fotografo dell’ombra" candidato ai David di Donatello. Tra Sciascia, Tornatore, la Sicilia e Dolce & Gabbana

C’è un filo sottile, quasi invisibile, che lega la Sicilia e quattro uomini: Roberto Andò, Ferdinando Scianna, Giuseppe Tornatore e Leonardo Sciascia. Un filo fatto di ombre e di luce, di memoria e di quella malinconia ironica che appartiene solo a chi ha imparato a guardare il mondo da un’isola. In occasione dell’anteprima del documentario Ferdinando Scianna – Il fotografo dell’ombra, in onda domenica 5 aprile in seconda serata su Rai 3, Andò torna a raccontare un compagno di strada che ha attraversato la fotografia italiana e internazionale con passo laterale, ostinato, sempre fedele a un’idea: che l’immagine non serve a nascondere, ma a rivelare.
Nel film, candidato ai David di Donatello 2026 come miglior documentario, il regista segue Scianna tra Bagheria, Parigi, Milano, tra archivi e ricordi, amici e fantasmi. Lo definisce un "mangiatore di vita", capace persino di raccontare le sue "prove di morte", quando una malattia lo portò a scrivergli che era necessario rivedersi "perché stava per andar via". Per fortuna non è andata così: oggi Scianna è "un signore di ottant’anni e passa, con una testa meravigliosamente scattante e veloce".
Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp
Entra nel canale WhatsAppIl fotografo dell’ombra è un ritratto intimo e affettuoso, in cui la biografia del fotografo si intreccia con quella di un’intera generazione di intellettuali. E anche con quella di Andò, che da Sciascia e Scianna ha ricevuto una sorta di educazione sentimentale allo sguardo. Con lui abbiamo parlato di amicizia, di immagini che resistono al tempo, di un’isola che continua a generare storie e di un fotografo che ha sempre preferito l’ombra alla ribalta.
Lei racconta che da ragazzo Palermo le sembrava un luogo "di troppa luce e troppa ombra". Oggi cosa rappresenta per lei quell’isola e quanto di quella percezione originaria ha guidato il suo sguardo nel raccontare Scianna?
Da adolescente era difficile farsi un’idea precisa della città, pervasa da un "caos" in continuo contrasto con la legge. Oggi, col tempo e con il distacco, la vedo in modo diverso. Scianna, con la sua grammatica pirandelliana del rapporto tra ombra e luce, è stato un modello per imparare a dare forma a quel caos. Un modello per me, ma anche per Giuseppe Tornatore.
Nel documentario infatti è presente anche Tornatore, di Bagheria come Scianna, che proprio come lui ha costruito un immaginario potentissimo sulla Sicilia…
Il legame è fortissimo. In Baarìa Giuseppe ha ricostruito celebri foto di Scianna: per noi due è stato come se i suoi scatti diventassero l’iconografia della nostra memoria di ragazzi, quando ancora non sapevamo cosa avremmo fatto della vita.
Non solo Scianna, anche Leonardo Sciascia ha inciso molto sulla sua formazione come regista.
Nel primo libro di Scianna, Feste religiose in Sicilia, i testi sono di Sciascia. Da giovane l’ho divorato e solo dopo ho capito quanto fosse importante. In Sicilia le celebrazioni religiose sono l’apoteosi del caos, e Scianna è riuscito a coglierne l’hybris con la maestria di uno sguardo. Ecco, per me Ferdinando è un maestro di sguardo. Senza lui e Sciascia forse non avrei intrapreso questa carriera: è stato Scianna a convincermi a girare il primo film, mentre Sciascia – a cui ho dedicato La stranezza – mi ha fatto amare Pirandello e Pasolini.
Nel film vediamo Scianna tornare a Bagheria, rivedere amici, ripercorrere luoghi dell’infanzia. Qual è stato il momento più toccante di quel viaggio?
Con Sciascia sia io che Scianna abbiamo avuto un rapporto intenso di amicizia. Verso la fine visitiamo la casa di Sciascia a Villa Sperlinga, dove abbiamo passato innumerevoli pomeriggi. Ebbene, l’emozione di tornare lì era talmente forte che ci siamo persi e abbiamo bussato alla porta sbagliata.
Lei ha ritratto molti artisti nella sua carriera documentaristica: Francesco Rosi, Harold Pinter, Robert Wilson. C’è qualcosa che rende Scianna diverso dagli altri?
La caratteristica comune di questi ritratti è il rapporto che mi lega ai protagonisti. Ferdinando però ho l’onore di poterlo definire uno dei miei più cari amici, lo conosco da 40 anni e perciò in questo film ci sono anche io, non potevo non esserci. Per questo mi piace definire Il fotografo dell’ombra non un ritratto, ma un autoritratto. Raccontando lui ho raccontato anche una parte di me.
Scianna è un testimone vivente del secolo scorso, ha vissuto innumerevoli vite e attraversato mondi diversissimi: reportage, moda, pubblicità, letteratura. E’ stato il primo italiano a entrare in Magnum, invitato dal suo mito Henri Cartier-Bresson. C’è un filo rosso che tiene tutto questo insieme?
Scianna "scrive" con le foto. I suoi lavori sono racconti, che siano minatori che dormono in Bolivia o una pubblicità per Dolce & Gabbana. È un dono unico. Ho sentito l’urgenza di fare questo documentario perché temevo che un domani non sarebbe rimasta memoria di lui.
Le campagne di Dolce & Gabbana firmate da Scianna hanno trasformato la Sicilia in un’icona globale. Come ha raccontato questa metamorfosi?
Ha inventato un nuovo modo di raccontare la moda, togliendo la modella dal set e portandola in contesti veri. È rimasto fedele a se stesso anche in un ambito lontano dal suo. Dolce & Gabbana lo hanno voluto proprio per questo: gli scatti in Sicilia con Marpessa sono straordinari.
Scianna sostiene che viviamo in un’epoca in cui le immagini servono più a nascondere che a rivelare. Lei che fa cinema è d’accordo?
Assolutamente, e non solo le immagini: anche le parole. Pensiamo ai politici e ai potenti di oggi, che usano le parole per nascondere. Il nostro compito è restituire all’immagine – e alla parola – la forza rivelatrice. La mistificazione è l’arma più potente della nostra epoca e va disinnescata.
Soprattutto se parliamo di Sicilia…
In Sicilia c’è una continuità col passato quasi superstiziosa nei confronti dell’immagine. Il fotografo un tempo era "uno che ammazza i vivi e resuscita i morti", tanto che gli anziani non volevano farsi fotografare. Oggi è cambiato tutto, ma antropologicamente quel silenzio è ancora radicato. E da lì all’omertà il passo è breve.
Lei e Scianna siete cresciuti in una Sicilia che produceva intellettuali come Sciascia, Bufalino, Consolo. Cosa resta di quella stagione?
Purtroppo poco. Sarebbe bello se Sciascia fosse ancora letto per mantenere un rapporto col presente, ma così non è. Pensiamo al recente dibattito sul referendum: se si fossero conosciute le posizioni di Sciascia sulla giustizia – il suo garantismo libertario appartenuto anche ai grandi intellettuali europei – sarebbe stato più semplice orientarsi. Le lezioni del passato dovrebbero nutrire la società, ma se penso a quanto poco la Sicilia e la politica hanno appreso da Sciascia… mi metto le mani nei capelli.
Il film è candidato come miglior documentario ai David di Donatello 2026. Un bel riconoscimento…
Il fotografo dell’ombra lo considero uno dei miei film più importanti. E’ nato come un’urgenza poco dopo L’Abbaglio, quando Scianna mi disse che era malato e che ci saremmo dovuti salutare, e il fatto che sia stato riconosciuto e apprezzato fin da subito da critica e pubblico mi riempie il cuore. Chi lo vede mi ringrazia per la lezione di gioia ed energia che trasmette la vita piena di Scianna, ha un che di contagioso.
Se dovesse scegliere un’unica fotografia di Scianna, quale sarebbe e perché?
La prima che mi ha regalato: il ritratto del poeta barocco Lucio Piccolo, cugino di Tomasi di Lampedusa. Non è la più bella, ma ha un valore speciale. L’ultima volta che Ferdinando è stato a casa mia l’ha vista sbiadita e ha promesso che la farà ristampare e me la consegnerà ai David. Un cerchio che si chiude, o che si riapre.
