Roberta Garzia a Venezia 83: "I malati non sono 'poverini', sono persone, basta pietismo. Camera Caffè? Non capiamo perché non lo rifacciano"
Intervista a Roberta Garzia: il successo con Luca e Paolo, la lezione di Pupi Avati e la scelta di rischiare tutto nella vita e sul set.

Per il grande pubblico televisivo è Gaia De Bernardi, la storica collega di ufficio di Luca e Paolo in Camera Caffè, la sitcom che ha segnato un’epoca e le ha cucito addosso un’etichetta difficile da togliersi. Ma Roberta Garzia, attrice romana nata nel 1972, è molto di più: una carriera costruita sul palcoscenico fin dal 1992, fiction di successo come I Cesaroni, Don Matteo e Distretto di Polizia, il reality Pechino Express con Eva Grimaldi, ruoli drammatici conquistati con fatica e soddisfazione, e una curiosità intellettuale che la porta oggi a presentare alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia Il Mio Nuovo Mondo, un docufilm sulla vita delle persone con malattie rare e respiratorie. La incontriamo alla vigilia di questo appuntamento per portarvi questa intervista esclusiva.
Roberta Garzia tra carriera e vita privata, l’intervista esclusiva
Roberta, l’11 settembre sarai alle Giornate degli Autori di Venezia per presentare il docufilm Il Mio Nuovo Mondo. Cosa significa per te fare da filo conduttore in un progetto così delicato, che affronta storie di malattie complesse e spesso poco conosciute?
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Entra nel canale WhatsAppTi ringrazio per questa domanda, perché è davvero un’esperienza bella e interessante – e lo è stata fin dal primo momento in cui sono entrata nel progetto. Quando ho letto lo script per la prima volta, sono venuta a contatto con questi nuovi mondi: si tratta soprattutto di malattie rare, di cui non si sente parlare molto, per me è stato un arricchimento dal punto di vista umano. Nel film non si parla di malati, si parla di persone – persone che hanno sogni, desideri, aspettative. Persone che nonostante la malattia, forse anche grazie alla forza che essa richiede, sono riusciti a raggiungerli. Una frase di uno dei protagonisti mi ha colpito molto: "Non mi concentro su ciò che non posso fare, ma cerco di fare al meglio ciò che posso fare." Trovo che questo sia straordinario.
Il titolo richiama proprio i nuovi mondi in cui chi riceve una diagnosi entra a far parte: mondi da esplorare, di cui bisogna capire le coordinate e prendere le misure – e allo stesso tempo ci invita a ridimensionare la nostra esistenza. Gli ostacoli che incontriamo nella vita, nella maggior parte dei casi, sono a tempo determinato. Quelli di cui si parla nel film, invece, sono ostacoli con cui bisogna imparare a convivere per sempre – e questo ti cambia la prospettiva su tutto.
Per me, poi, tornare a Venezia è anche una piccola emozione personale: c’ero già stata anni fa e ritornarci oggi- moderando la presentazione di questo progetto – è qualcosa di cui sono davvero onorata.
Chi vive con una patologia grave combatte spesso su più fronti: contro la malattia, contro i pregiudizi, contro lo sguardo degli altri. Qual è lo stigma più odioso che questo progetto cerca di smantellare?
Proprio quello di vederli come malati piuttosto che come persone. Ed è questo il cuore dell’approccio di Chiesi Italia, con il cui contributo non condizionante è stato realizzato il docufilm. Non è solo una scelta comunicativa, è un percorso che Chiesi porta avanti da tempo, quello di guardare alla persona e non al malato. Una persona che vive con una malattia, più o meno grave – e anche nelle malattie rare ci sono vari livelli – ha il diritto di essere vista per quello che è. Il "poverino" toglie dignità. E queste persone non vogliono essere trattate da poverini: vogliono essere viste come individui che hanno anche una malattia, ma che restano protagonisti della propria vita. C’è un ragazzo nel film, per esempio, che aveva il sogno di lavorare nell’ambito gastronomico pur avendo una malattia rara – e ce l’ha fatta, con i suoi tempi e le sue possibilità.
Penso al discorso sulla salute mentale, che ormai è completamente sdoganato – anche se poi paradossalmente rischia di diventare quasi una moda, e questo sarebbe meglio evitarlo…
Ma il punto resta l’inclusione: non ghettizzare chi è diverso, non escluderlo. Abbattere le barriere non significa solo eliminare quelle architettoniche per chi si muove in sedia a rotelle, ma anche quelle psicologiche, culturali. Bisogna lavorare su una cultura della cura diversa. Come ci mettiamo in ascolto di queste persone? E in Il Mio Nuovo Mondo sono loro a raccontarsi, in prima persona – e già questo è un punto di partenza che fa la differenza.
Certi messaggi passano meglio attraverso il cinema d’autore o il cinema mainstream ha la stessa capacità di arrivare alle persone?
Secondo me il cinema in generale è uno strumento potente, e fatico a fare questa distinzione netta. Il linguaggio cinematografico è più immediato, più fruibile: non a caso si è scelto il formato del docufilm, proprio perché riesce a raggiungere una platea vasta e a uscire dall’ambito strettamente sanitario. Attraverso l’empatia, il racconto, le immagini, si arriva dove le parole tecniche non arrivano. Poi sta alla sensibilità di chi fa il film riuscire a toccare il maggior numero di persone possibile. Ed è per questo che, pur essendo un tema non tipicamente "veneziano", Il Mio Nuovo Mondo approda a Venezia: è cinema, è racconto audiovisivo.
Per milioni di italiani sei la vice direttrice marketing Gaia di Camera Caffè. Come si affronta il passaggio da quel registro comico a un linguaggio documentaristico con un forte impatto sociale come questo?
È il bello del mio lavoro: poter passare da un registro all’altro. Purtroppo non te lo concedono sempre, ed è uno dei problemi del nostro sistema. "È brava nella commedia, commedia, commedia, commedia" – e finisce che i ruoli drammatici te li sogni, perché è sempre così. Molti attori restano ingabbiati nel ruolo che ha avuto più successo commerciale, e anche per me non è stato facile uscire da quell’etichetta. Camera Caffè è stato un prodotto di rottura, innovativo, un apripista rispetto a un certo tipo di televisione – ma chi ne ha fatto parte ha ricevuto un’etichetta potente. Io ho incontrato molta resistenza nell’uscire dai ruoli comici. Poi ce l’ho fatta, soprattutto nel cinema più che in televisione: mi sono arrivati ruoli drammatici, ruoli noir, con tinte molto più scure, e per me è stato motivo di grande soddisfazione.
Questo docufilm è un altro registro ancora – faccio da voce narrante, racconto – ma lo vivo come parte di un percorso a tutto tondo. Poterlo fare più spesso sarebbe un grande regalo. Gli addetti ai lavori dovrebbero ricordarsi che un attore è come un foglio bianco su cui si scrive: puoi aderire a un personaggio e poi, tolto quello, indossarne un altro. Da noi, in Italia, questa cosa è ancora difficile da far passare.
Se Camera Caffè venisse fatto oggi, quel tipo di satira raccoglierebbe le stesse reazioni o siamo troppo dentro le maglie del politicamente corretto?
È una domanda che mi faccio anch’io. In tanti continuano a fermarmi per strada: "Perché non lo rifate?" E la risposta è: non si sa. Il fatto è che ancora oggi la gente lo vede e se lo rivede – l’altro giorno un ragazzo mi ha fermata dicendomi che l’aveva guardato proprio la sera prima. Se funziona ancora adesso, a distanza di anni, vuol dire che qualcosa di duraturo c’è. Che poi verremmo accettati o ne nascerebbe una polemica, può essere – ma secondo me funzionerebbe. La domanda vera è un’altra: perché non lo rifanno? Non si capisce.
Parlami di Pupi Avati e di Ma quando arrivano le ragazze? – che ricordo hai di quell’esperienza?
Lo porto sempre nel cuore. Pupi Avati è un grande maestro, e lo è stato anche con me, nonostante avessi un ruolo non protagonista: avevo però a che fare con i due attori principali, Paolo Briguglia e Claudio Santamaria. Avati mi ha dato una cura e un’attenzione straordinarie. Era una delle prime cose che facevo al cinema, e in poche parole mi ha spiegato come approcciare il linguaggio cinematografico: come parlare, non recitare. Questo insegnamento mi è rimasto. Ricordo la sua attenzione ai dettagli, ai particolari – c’era la scena del bacio con Paolo e lui ci ha dedicato un tempo enorme, con una cura che mi ha insegnato tantissimo in una piccola scena. Peccato non aver avuto più l’opportunità di lavorarci insieme.
In passato hai dichiarato che da ragazzina eri estremamente timida. Cos’è stato a spingerti verso il palcoscenico?
È qualcosa su cui mi interrogo ancora adesso. Penso che sia stata la grande voglia di vivere che avevo. Soffrivo la mia timidezza e cercavo di uscirne, nascondermi dietro i personaggi era un ottimo escamotage per liberarmi. Nella vita ero frenata – molto educata, entravamo sempre in punta di piedi, grazie a mia madre che mi aveva dato un’educazione forte. Con i personaggi, invece, puoi sporcarti. Avevo bisogno di uscire fuori.
Forse più che "sporcarti" ti direi: imparare a lasciar andare.
Sì, esatto. Lasciarsi andare. Non dover controllare tutto. Perché se vuoi sempre fare le cose per bene, sei sempre un po’ precisetta – e invece bisogna lasciare correre. Un po’ di timidezza ce l’ho ancora oggi, e non mi dispiace nemmeno – è parte di me. Sono sempre stata un personaggio discreto, mai troppo esposto, mai eccessivamente al centro del gossip. Mi piace vivere la vita privata in libertà – tranne adesso che ho dichiarato il mio matrimonio.
Parlando di libertà… Pechino Express 2014, la grande avventura con Eva Grimaldi, cosa ti ha lasciato?
Tantissimo. Prima di tutto una bella amicizia con Eva – ci siamo conosciute da poco prima di partire, ma quel viaggio ha creato un legame forte. Poi quei nuovi mondi: Myanmar, Malaysia, Singapore – villaggi che non avevano mai avuto contatti con gli occidentali. Roba forte, davvero. E poi è una grande caccia al tesoro: tira fuori lo spirito bambino, il voler vincere, il voler trovare qualcosa. Divertente nonostante tutte le scomodità – e le scomodità sono reali al cento per cento.
Le sfide più difficili?
Due. La prima, mangiare le cavallette fritte e la guancia di capra – roba terribile. La seconda, e quella è stata la vera prova, è stata nella puntata finale: dovevo scendere da una cascata, e lì ho scoperto di soffrire di vertigini in modo molto più forte di quanto pensassi. L’ho dovuta superare, ma mentre scendevo mi si è lacerato il quadricipite – ero esausta per tutte le prove fisiche, e scendendo da un gradino, boom. Alla fine mi hanno calata con l’imbracatura. È stata dura, ma ce l’ho fatta.
C’è un no che hai detto in carriera di cui oggi ti penti?
Per fortuna riesco a dimenticare le cose spiacevoli e ad andare avanti, quindi i rimpianti veri sono pochi. Forse, a livello teatrale, qualche anno fa ho detto no a uno spettacolo – non arrivavo a fare tutto, ed era appena nato Jacopo, mio figlio. Non me la sarei sentita di trascurarlo in quel momento: era la priorità. Quando dici no per una ragione vera, il dispiacere resta, ma sai che è la scelta giusta. Perché le cose bisogna farle bene, o non farle.
Qual è la scelta di vita che consideri la tua scommessa più grande – ancor prima del matrimonio?
Jacopo. Quando sono rimasta incinta di Antonino, ci eravamo conosciuti da poco. È stato davvero l’atto di incoscienza più grande che io abbia fatto – quel lasciarsi andare di cui parlavamo prima, in forma estrema. Una lucida follia, perché dentro di me c’era comunque una voce che mi diceva che era la cosa giusta, nonostante non conoscessi ancora molto bene questa persona. Ed è stato reciproco: eravamo in due a buttarci. Due incoscienti, solo che non eravamo poi così giovani.
Eppure è stato tutto talmente naturale che sembra che la vita stessa ci abbia aiutato. Ci siamo incontrati, ci siamo innamorati, è arrivato Jacopo – e ci sono persone che ci provano per anni. In quella lucida follia c’era una tranquillità immensa, ed è arrivata la scommessa più bella. Il matrimonio è, in qualche modo, la conferma.
Se è vero che a volte la vita può cambiare in peggio, è anche vero l’esatto contrario…
Esatto. È il bello di restare aperti alle sorprese. Io mi riconosco un merito: non ho mai paura. Quando ho conosciuto Antonino avevo quarantasette, quarantotto anni, con alle spalle esperienze pregresse giuste e sbagliate. Eppure mi sono buttata. Qual è la cosa peggiore che mi può succedere? Come dicevamo: lasciar andare, e soprattutto smettere di credere di poter controllare quello che accadrà tra un mese. Sliding Doors insegna. Dietro l’angolo c’è sempre una possibilità – e troppo spesso non andiamo a vederla perché abbiamo paura. La leva del dolore ci blocca, quella del piacere ci muove. Bisogna imparare a seguire di più la seconda.
Dopo Venezia, cosa c’è all’orizzonte?
Ho appena girato qualcosa di molto interessante: un cortometraggio sull’autismo che si intitola Cuffie Blu, scritto e diretto da Flavia Coffari, ispirato a un racconto di Rossella Baiocchi basato su una storia vera. La storia è ambientata nella scuola elementare, ma il punto di vista è particolare: sono i bambini a mettersi dalla parte di chi ha il problema, mentre il bullo, per una volta, è un adulto – un insegnante. Io sono la maestra buona, quella inclusiva. È una storia raccontata con grande delicatezza, su temi molto attuali.
Poi sto lavorando a un progetto teatrale forte, spero di riuscire a completarlo. E poi ancora c’è un sogno che porto avanti da un po’: realizzare un film che ho scritto insieme a Cinzia Berni. Speriamo che questo sia l’anno giusto.
Infine, negli ultimi anni sono diventata anche coach: unire il percorso di coaching con quello della recitazione mi sembra sempre più interessante e percorribile. Il mondo dello spettacolo è più contaminato rispetto al passato, le possibilità si moltiplicano. Vediamo cosa accade.
