Adriano Giannini, il premio a Venezia dopo il viaggio nei luoghi della tortura: “Non ero preparato”. E spiega com’è diventato desaparecido
L’attore conquista il premio Pasinetti per "Ritorno a Buenos Aires", dove interpreta un sopravvissuto alla dittatura argentina tra trauma, memoria e verità.

Un’interpretazione intensa, in tutti i sensi, quella di Adriano Giannini che, in un’intervista a Movieplayer.it, ha raccontato la sua esperienza e il viaggio che ha affrontato per interpretare il protagonista di Ritorno a Buenos Aires, il nuovo film di Marco Bechis sui desaparecidos argentini. Alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, l’attore ha ricevuto il premio Pasinetti dei giornalisti cinematografici per il ruolo di Mariano, sopravvissuto alla prigionia e alla tortura che, dopo 33 anni, torna in Argentina per testimoniare contro i suoi ex carcerieri. Per prepararsi, Giannini ha visitato con il regista i luoghi della detenzione e della tortura. Un’esperienza che gli ha permesso di entrare nel personaggio attraverso la memoria del regista. Vediamo insieme cos’ha raccontato.
Adriano Giannini su Ritorno a Buenos Aires: "Non dobbiamo perdere l’empatia verso l’altro"
In un’intervista a Movieplayer, Marco Bechis e Adriano Giannini riflettono sul significato della memoria e della testimonianza attraverso la figura di Mariano, un sopravvissuto alla repressione argentina. Il regista, che aveva già affrontato il dramma dei desaparecidos in Garage Olimpo, pone al centro del film il passaggio dalla condizione di vittima a quella di testimone. Mariano porta con sé non soltanto le conseguenze della prigionia, ma anche un profondo trauma interiore: "Nessuno però considera il trauma che queste persone si portano dentro. Mi interessava ragionare su un sopravvissuto che diventa testimone. C’è una dualità, e questa è stata una sfida per Adriano. Raccontare con il silenzio un’intima contraddizione. C’è il carcere fisico ma anche quello mentale, instillato dai militari. Mariano alla fine riesce a riscattarsi con la testimonianza smascherando i criminali di guerra, che anche oggi ci sono". La testimonianza rappresenta quindi per il protagonista una possibilità di liberazione, attraverso la quale riesce a denunciare i responsabili dei crimini.
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Entra nel canale WhatsAppGiannini collega il tema del film alla società contemporanea, sottolineando il rischio di una progressiva assuefazione alla sofferenza. L’esposizione continua a immagini di violenza attraverso i telefoni può infatti rendere meno immediata la nostra reazione emotiva: "stiamo perdendo non solo la memoria ma anche la capacità di non addormentare le coscienze". Pur riconoscendo che la distanza dal dolore può essere anche un meccanismo di difesa, l’attore evidenzia l’importanza di conservare una sensibilità verso ciò che accade agli altri: "Non dobbiamo perdere l’empatia verso l’altro".
Adriano Giannini e il ‘viaggio emotivo’ per interpretare Mariano in Ritorno a Buenos Aires
Per interpretare Mariano, Giannini ha scelto di affidarsi soprattutto a un approccio emotivo, evitando di razionalizzare eccessivamente l’esperienza del personaggio: "È un personaggio che attraversa un mondo interiore colmo di conflitti, paure, vergogna, senso di colpa. C’era talmente tanto che non ho sentito assolutamente l’esigenza di dovermi preparare prima, di trovare una preparazione magari guardando testimonianze o studiando eccessivamente quello che è successo in quegli anni. Perché non riuscivo a razionalizzare, a dare una forma attraverso troppi ragionamenti. Avevo Marco a disposizione, e questa materia la conosce molto bene."
Decisivo è stato il viaggio a Buenos Aires compiuto insieme a Bechis prima delle riprese: "È successo qualcosa di particolare: un mese prima di iniziare le riprese siamo stati a Buenos Aires e Marco mi ha portato nei vari posti di detenzione e di tortura, quindi ho avuto la possibilità di visitarli con lui. Io non avevo assolutamente idea di come affrontare questo personaggio, avevo capito che razionalmente non funzionava. E quei giorni in quei luoghi, quello che ho cercato di prendere è stato attraverso lo sguardo di Marco, che ripercorreva, si ritrovava in quei luoghi. Quello che lui sentiva, vedeva e ricordava… in qualche modo i suoi occhi sono stati la mia porta di accesso al personaggio. Una costruzione che ha richiesto un impegno più istintivo e più empatico."
