Rino Gaetano, 45 anni senza il corsaro col cilindro: il grande inganno di Gianna tra bombetta e frac che (forse) non abbiamo capito
A 45 anni dalla sua tragica scomparsa, Rino Gaetano ci insegna ancora che guardare oltre è l'unico modo che abbiamo per salvarci. La lezione incompresa di Gianna

Quella di Rino Gaetano è un’immagine che il tempo ha addomesticato, trasformandola in un rassicurante poster pop: un ragazzo con il cilindro in testa, la camicia sbottonata e un ukulele tra le mani che canta "Gianna, Gianna, Gianna sosteneva…". Oggi 2 giugno, a quarantacinque anni dalla sua tragica scomparsa nel 1981, quell’immagine rischia di fare la fine di Che Guevara sulle magliette da grande magazzino: un’icona innocua per chi si guarda troppo indietro.
Ma a volerla osservare bene, la realtà di quel Sanremo di gennaio 1978 era un’altra. L’Italia era un Paese a un passo dal baratro, sospeso tra stragi, inflazione galoppante e la fine delle illusioni ideologiche. Un clima di depressione cosmica, potremmo definirlo, in cui il Festival di Sanremo era un rituale agonizzante che la stessa RAI considerava un ferro vecchio, tanto da trasmetterne solo la serata finale. I giovani lo schifavano e la stampa lo snobbava, come del resto sarebbe accaduto spesso negli anni a venire.
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Entra nel canale WhatsAppÈ in questo cimitero dell’intrattenimento che la casa discografica RCA decise di mandare Rino Gaetano. Per l’ambiente dell’autonomia giovanile fu un dramma: il cantautore barricadero che si vendeva al nemico. L’orizzonte d’attesa dell’epoca pretendeva infatti che il cantautore "vero" portasse la barba incolta, la chitarra acustica a tracolla e lo sguardo di chi ha il peso del mondo sulle spalle, sul modello di Fabrizio De André o Francesco De Gregori (recentemente investito, all’epoca, da una vera e propria shit storm per alcune dichiarazioni ritenute incoerenti con la sua carriera). Rino, che a Sanremo non ci voleva andare, accettò la sfida. Ma invece di adeguarsi, decise di organizzare un meraviglioso sabotaggio.
Vestirsi da padroni per prenderli in giro
Rino Gaetano non fece il "clown", si vestì da establishment. Si presentò sul palco dell’Ariston indossando un frac impeccabile e un cilindro nero (prestato dall’amico Renato Zero), l’uniforme d’ordinanza dei padroni della finanza e della politica.
La vera contraddizione – una roba che lo stesso Gaetano definì "alla Carmelo Bene" – scattava sotto la giacca: una maglietta a righe da marinaio (o una "maglietta della salute"), jeans consumati e scarpe da ginnastica economiche ai piedi. Aggiungeteci un asciugamano da camerino arrotolato al collo e l’andatura goffa da pinguino. Mentre l’orchestra suonava, Rino si lanciava in sguardi di palese scherno verso il coro d’accompagnamento dei Pandemonium. Non era una bizzarria, ma la parodia spietata del decoro borghese vissuta in diretta nazionale.
Sul petto del frac, Rino aveva appuntato una serie di medaglie di plastica. Feticci grotteschi della gerarchia militare e civile che, sul finale dell’esibizione, si strappò di dosso lanciandole al pubblico. Un gesto di beffardo disprezzo verso il feticismo dei titoli di cui si nutriva la classe dirigente della Prima Repubblica.
E poi c’era l’ukulele. Perché sostituire la sacra chitarra folk con quel "giocattolo" hawaiano equivaleva a privare l’atto del cantautore di qualsiasi pretesa di superiorità intellettuale. Era il disimpegno pop usato come un’arma di distruzione di massa.
L’ironia di quello strumento ne ha segnato persino il destino postumo, in una perfetta parabola italica: messo all’asta su eBay dalla sorella Anna nel 2003 per beneficenza, venne acquistato dalla Provincia di Crotone per oltre cinquemila euro con l’idea di farne un museo. Il museo non è mai nato e dell’ukulele più famoso d’Italia si sono perse le tracce tra le scartoffie della burocrazia. Rino ci avrebbe scritto una canzone.
L’anatomia di Gianna, il Cavallo di Troia
Il vero capolavoro di contrabbando culturale rimase però il testo di Gianna. Nelle intenzioni originali, Rino voleva cantare Nuntereggae più, un elenco telefonico di nomi eccellenti della politica e del giornalismo (da Aldo Moro a Indro Montanelli, fino al banchiere Michele Sindona). La censura dell’epoca sbiancò e la RCA impose il piano B: una canzoncina orecchiabile sulla scia di E Berta filava.
Nacque così una trappola micidiale. Sotto la superficie di una spensierata filastrocca estiva, Rino Gaetano sdoganò per la prima volta la parola "sesso" sul palco di Sanremo, descrivendo un’umanità disinibita ma alienata, dove le relazioni umane diventavano transazioni commerciali.
Ma Gianna non era solo una donna emancipata. A rileggere il testo con il filtro della satira politica, Gianna era l’allegoria del clientelismo democristiano: è il politico che "promette pareti e fiumi" per strappare voti, che incassa tangenti e ha un "fiuto eccezionale per il tartufo" (cioè per i propri profitti privati), mentre fuori la gente comune doveva difendere il salario dall’inflazione.
Le letture più profonde collegavano la canzone addirittura al caso di Wilma Montesi, la ragazza trovata morta sulla spiaggia di Capocotta nel 1953, uno scandalo che svelò i festini a base di oppio e sesso della Roma bene. Quando Rino cantava che Gianna "aveva un coccodrillo e un dottore", stava indicando i simboli del potere predatorio e delle perizie compiacenti usate per insabbiare la verità giudiziaria. Altri ci videro il ritratto di un transessuale d’alto bordo legato ai palazzi del potere.
Quando i giornalisti gli chiedevano conto di questi elementi contrastanti, Rino si smarcava con un sorriso elusivo. Diceva che la canzone descriveva solo la confusione di un’era in cui tutti salivano su un podio a sbandierare illusioni. Rifiutava i comizi tradizionali e preferiva lo sfottò.
Il profeta che ha conosciuto il suo valore
Quella sera del 1978 la critica si spaccò: i recensori più illuminati risero di gusto, i puristi del cantautorato gridarono al tradimento commerciale. Avevano torto i secondi, ovviamente. Rino Gaetano non era sceso a patti con l’industria culturale; l’aveva hackerata dall’interno.
Prima di salire su quel palco, lo disse con una lucidità che oggi mette i brividi: i tentativi di mettergli il bavaglio sarebbero falliti e le sue canzoni sarebbero state comprese appieno solo dalle generazioni future, che avrebbero avuto gli strumenti per decodificare le sue allegorie.
A quarantacinque anni dalla sua scomparsa, mentre Gianna continua a risuonare nei villaggi turistici e nei matrimoni – ballata da chi spesso non ne capisce il testo – quel grande inganno orchestrato a Sanremo rimane intatto. Rino Gaetano non è un santo da venerare, ma un provocatore che ci ha lasciato in eredità l’unica arma utile per sopravvivere al declino morale: l’arte della contraddizione.
