Ricchi da morire: la commedia nera con un Glen Powell magnetico a caccia di parenti (e di un'eredità). Recensione

John Patton Ford rivede il classico del 1949 regalando al pubblico una commedia nera che funziona anche grazie all'ottimo cast

Roberto Ciucci

Roberto Ciucci

Giornalista

Appassionato di sport, avido consumatore di manga e film, cultore di tutto ciò che è stato girato da Quentin Tarantino e musicista nel tempo libero.

Ricchi... da morire: la commedia nera con Glen Powell a caccia di parenti (e di un'eredità). Recensione
Lucky Red

A Hollywood ormai da tempo ha preso piede la tendenza a raccontare storie che criticano il capitalismo più sfrenato, imperniate sulla lotta di classe e sulla rivalsa dei più deboli contro i ricchi approfittatori. Molto ironico se pensiamo che si parla di Hollywood, una delle industrie più votate a mantenere stabile proprio quello stesso capitalismo. Dopo l’ottimo I crimini di Emily, John Patton Ford si butta in una commedia nera che vuole riscrivere in salsa a stelle e strisce Sangue Blue, pellicola del 1949 con Alec Guinness e Dennis Price e che a sua volta si rifà al romanzo Israel Rank: The Autobiography of a Criminal di Roy Horniman

Patton Ford, anche qui sia in veste di regista, sia in quella di sceneggiatore come fu per il film con protagonista Aubrey Plaza, sfrutta la presenza scenica di un Glen Powell sornione e perfettamente in parte per dettare lo stile, pur senza picchi eccessivi, della black comedy. Accanto alla star di Top Gun: Maverick e di Tutti tranne te, un parterre di nomi tutt’altro che banali: Margaret Qualley, Jessica Henwick, Bill Camp, Topher Grace ed Ed Harris. In uscita al cinema il 17 giugno, Ricchi… da morire è distribuito in Italia da Lucky Red.

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Ricchi… da morire – La recensione del film

Partiamo dal presupposto che bisogna piantarla di tradurre in questa maniera, quantomeno discutibile, i titoli dei film. In originale How to make a Killing scherza con un gioco di parole tra To Kill, uccidere, e "how to make a living", ossia come guadagnarsi da vivere, guadagnarsi il pane. Molto meglio del nostro, che ricorda un libro giallo di quart’ordine. Orrenda nomenclatura a parte, Ricchi… da morire punta molte delle sue fiche sull’innegabile magnetismo di Glen Powell, che passa un’ora e 45 minuti abbondanti a lanciare staffilate all’establishment, creando un corollario che affonda le proprie radici nella lotta di classe e la critica alla fame di successo e all’avidità come male universale.

Una pellicola che vive di diversi colpi di scena in grado di tenere alta la tensione fino all’inaspettato finale. Una conclusione fuori dai canoni standard e che riprende la tematica principale del film: i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sono sempre più poveri e per rompere questa legge occorre infrangere le regole. Anche scegliendo la strada che sembrerebbe sbagliata. Perchè il protagonista, Becket, avrebbe a un certo punto tutte le ragioni per farmarsi nella propria "scalata" all’albero genealogico familiare un omicidio dopo l’altro. Lo ribadisce direttamente lui stesso. Ma il monito lanciatogli dalla madre sul letto di morte, "Promettimi che non ti arrenderai finché non avrai la vita che desideri" non lo abbandonerà mai, aleggiando alle sue spalle come uno spettro.

Di cosa parla la trama di Ricchi… da morire

Becket Redfellow (Powell) è in attesa della propria esecuzione. Nel braccio della morte, con davanti l’ultimo pasto, confida la propria storia al prete giunto per l’ultima confessione. Formalmente membro della ricchissima famiglia dei Redfellow, Becket ma non è mai cresciuto tra le mura dell’imponente villa. La madre Mary, infatti, era stata ripudiata dal padre Whitelaw (Harris) dopo essere rimasta incinta a 18 anni. Costretta a crescere il piccolo Becket da sola, la donna lo educa come sarebbe stato educato se fosse cresciuto nell’altissima borghesia. Prima di lasciarlo per una malattia lo esorta a lottare finché non avrà la vita che desidera. Un obiettivo che rimane impresso nella mente di Becket, conscio di essere l’ultimo in linea di successione per l’immensa fortuna dei Redfellow, stimata in svariati miliardi di dollari.

Una volta cresciuto, Becket ha un lavoro rispettabile in un negozio di sartoria, ma non ha dimenticato ciò che sentiva essere suo di diritto. Per avere accesso all’eredità familiare, però, dovrà "accelerare" la dipartita di sette tra cugini e zii, nonché quella del dispotico e austero nonno. Tutto ciò mentre nella sua vita arriva Ruth (Henwick) e dal passato rispunta Julia Steinway (Qualley), di cui da ragazzino era perdutamente innamorato.

Pochi picchi ma una sua ragione d’essere

Il secondo lavoro di John Patton Ford vive di pochi picchi, ma trova una propria ragione d’essere grazie soprattutto all’ottimo cast e a un buon intreccio narrativo. La regia fa il suo, mantenendo una coerenza interna nonostante alcuni colpi di scena. A funzionare molto bene è il contraltare che si forma tra i personaggi di Ruth e di Julia. La prima rappresenta la vita onesta e "normale" che Becket avrebbe la possibilità di vivere: una fidanzata che lo ama, una bella casa, un lavoro stabile e discretamente redditizio. La seconda è la personificazione dell’amore tossico e di quel desiderio, altrettanto velenoso, di impossessarsi di una ricchezza che Becket è cresciuto convinto essere sua di diritto. E per cui è disposto a lasciarsi alle spalle una scia di sangue, trasformandosi da uomo comune ad assassino seriale senza scrupoli.

Powell rimane colonna portante, in grado di destreggiarsi tanto nel ruolo dell’innocente outsider, quanto in quello di figura dall’alluce nobile e sinistra. "Questa è una tragedia", dice il suo personaggio al prete che lo sta confessando. Ma i tempi comici in Ricchi… da morire sono fondamentali e vengono gestiti con intelligenza e sagacia. Attorno a Becket, a esclusione del nonno Whitelaw e dello zio Warren (Camp), i parenti che gravitano attorno a Becket sono delle maschere carnevalesche che estremizzano tutte le storture dell’alta borghesia.

Ricchi… da morire vive del fascino magnetico di Glen Powell, ma anche di una sceneggiatura intelligente che, seppur senza picchi, si giostra bene tra battute e tempi comici offrendo al pubblico una commedia nera che vanta una propria ragion d’essere, anche in virtù di un ottimo cast.

Voto: 7.5/10


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