Quarto a Sanremo con un brano in dialetto lombardo, Davide Van De Sfroos: "Le canzoni ora sono passate come un bonifico bancario"
Nel dietro le quinte del suo nuovo tour abbiamo intervistato il cantautore che sarà nei teatri del Nord Italia fino a fine aprile. Sul palco con lui anche un’orchestra per dare nuovi colori al suo repertorio.

"Abbiamo finalmente sentito come suonava davvero quello che avevamo provato", racconta con soddisfazione Davide Van De Sfroos a poche ore da una delle 15 date del suo Davide Van De Sfroos & Folkestra 2026 che ha già registrato alcuni sold out. Iniziato il 23 gennaio a Varese, il tour andrà avanti fino a fine aprile con appuntamenti nei teatri di tutto il Nord Italia e una tappa a Lugano, in Svizzera. Sul palco il folk del cantautore e dei suoi musicisti si incontrano con la sinfonia di una piccola orchestra per dare una nuova veste ai brani del repertorio dell’artista: "È l’occasione per riscoprire le mie canzoni sotto una luce diversa con nuovi colori, nuovi respiri", spiega lui che vanta oltre vent’anni di affollatissimi concerti e 350mila copie vendute con una manciata di dischi completamente al di fuori di ogni logica commerciale. Anche perché i suoi testi mescolano la lingua italiana a un dialetto particolarissimo, quello della Tremezzina, suggestivo scorcio del lago di Como.
DOMANDA: Come ha reagito il pubblico al nuovo abito che avete regalato ai tuoi pezzi?
RISPOSTA: Molto bene. La gente vuole che le canzoni vengano ripetute così come le battute dei comici o come si ripete un libro che continui a rileggere. Però è giusto ogni tanto cambiare qualche spezia, qualche aroma. È una sensazione molto bella anche per noi che questi brani li stiamo eseguendo da tantissimi anni e che temiamo di risultare monotoni.
Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp
Entra nel canale WhatsAppNel tuo repertorio hai anche pezzi più movimentati.
Quelli con la spinta orchestrale ti portano nel mondo delle colonne sonore o in qualche osteria dal film I Pirati dei Caraibi. Mentre quelli più lenti e confidenziali guadagnano anche in profondità. Diventano tridimensionali. Con questa scaletta il pubblico si sente a casa. Una casa in cui ha trovato la tavola apparecchiata a festa.
Non è comunque la prima volta che riarrangi le tue canzoni. Anzi, nei tuoi live sembra una costante.
Non ai livelli di Bob Dylan. Lui è ancora più tremendo perché non è mai uguale alla sera prima. Io non sono così irrequieto, però credo che i brani che ci accompagnano per tutta una vita debbano mettersi a disposizione dell’umore, della formazione sul palco, della location. Una cosa è il live festa della birra, un’altra è il concerto in teatro. Ci sono stati dei periodi in cui suonavo coi bluesmen americani, altre volte c’erano le venature jazz del sax di Riccardo Lupi. Eppure, i pezzi erano sempre quelli.
Una tornata di concerti che ti occuperà per quattro mesi, ma a livello discografico sei fermo all’album Manoglia del 2023. Dobbiamo aspettarci qualche inedito a breve?
Sicuramente qui nel mio rifugio le canzoni vengono continuamente scritte, abbozzate, registrate con un microfono e un computer. A volte vengono anche scherzosamente arrangiate, tanto per vedere cosa può saltar fuori. I cassetti non sono pieni, ma quasi. Certo non parliamo di un disco fatto e finito, ma di materiale ce n’è parecchio.
Sento che c’è un altro ma nell’aria.
La verità è che non voglio buttare tutto quello che c’è in un album. Quando decido di uscire con qualcosa voglio che ci sia un concetto di base, uno stile, una scelta di suono. Si aspetta sempre che qualcosa si muova. Non il capolavoro, però almeno una title track.
E come si arriva a questo?
Spesso quando meno te lo aspetti. Oppure dopo un po’ che hai fatto maturare un po’ i frutti che hai lì.
Come nasce una canzone?
A volte mentre sei macchina, altre volte mentre sei nella vasca da bagno. Non bisogna per forza mettersi a lavorare come un operaio. I brani si palesano quando qualcosa avviene dentro o fuori di te. Senza grande fretta. Prima della scadenza c’è la credibilità, l’onestà emotiva e produttiva.
Quindi rifiuti quell’approccio un po’ da catena di montaggio che il mondo discografico sembra richiedere oggi.
Sai, una volta il disco era fondamentale perché era quello con cui tu lavoravi. Ci sono alcuni artisti che vendevano talmente tante copie da non aver bisogno dell’attività live per campare. Bastavano i jukebox, il festivalbar, le classifiche. Poi le cose sono cambiate. Adesso la musica è liquida, impalpabile. Le canzoni vengono passate come un bonifico bancario. È cambiata la magia dell’acquisto. L’album è diventato un biglietto da visita in vista dei concerti.
A proposito dell’industria musicale e le sue dinamiche, in una vecchia intervista raccontavi che i discografici scuotevano la testa perché pensavano che dialetto "volesse dire a tutti i costi muffa, cantina e polvere". Tu sei riuscito a cambiare questa visione.
Sai, pensavano a quei dischi di musica popolare, da osteria. Con testi magari censurabili. Non si erano resi conto che invece si poteva raccontare qualcosa con una lingua fatta e finita. Che non è scurrile, non è buffa, ma, tra l’altro, essendo tronca come l’inglese, ha un suono eccezionale. Parliamo di cose vere: di vita, di morte, di guerra, di pace, di amore, di tutte le leggende che possono far parte di un paese, di un di una terra, di un mondo.
Da esterno, viene da pensare, che la paura dei discografici era comprensibile.
Sì, tutto sommato li capivo. Non è un genere mainstream, non è trasmesso dalle radio, a meno che tu non vada a Sanremo o fare la presentazione dell’album in radio. Le canzoni non sono adatte alla playlist e all’approccio fast food. È qualcosa che devi andare a cercare. Ma è transgenerazionale perché può piacere a bambini, genitori e nonni. Io comunque non avrei fatto marcia indietro: avevo le idee chiare riguardo a ciò che volevo fare.
Non deve essere stato facile.
Ho dovuto investire fiducia, energia e amore. Però poi ha funzionato. E nemmeno mi aspettavo andasse così bene. Penso di avere avuto il doppio, anzi il triplo di quello che mi aspettavo.
Ultimamente è diventato mainstream il dialetto napoletano.
Era però stato sdoganato già da Fred Buscaglione e Domenico Modugno. Poi Massimo Ranieri e Gigi D’Alessio, tra gli altri. E negli anni è stata tante volte anche all’Ariston. È una lingua perfetta per la musica. E in più oggi va a braccetto con il sound che va per la maggiore.
Infatti, il salto di qualità a livello di visibilità è arrivato di recente grazie ai rapper. Pensi che se i dialetti del Nord fossero applicati a un genere così di moda potrebbe aiutare?
I ragazzi della Valtellina che fanno rap e trap con la nostra lingua ci sono.
Forse sono ancora pochi e non godono di abbastanza visibilità.
In più il dialetto napoletano è utilizzato ovunque: in tv, nei film, nelle battute della quotidianità. È conosciuto pure oltreoceano. Pensa al successo mondiale di Tu vuo’ fa’ l’americano.
Hai detto di sentirti più ribelle oggi rispetto ad anni fa. Sfoghi questa tua ribellione?
Non è una cosa da piazza diciamo. È qualcosa di più intimo e interiore. È il non accontentarsi, il non dover appartenere per forza a un mondo in cui non ti riconosci tra usi e costumi diversi da come sei tu, una violenza dilagante, un clima costante di guerra. Mi piace l’idea di poter rimanere attaccato a determinate cose senza dover essere per forza un nostalgico rincallito o il bastian contrario. E poi mi sento più libero di fare quello che voglio rispetto a quando ero ragazzo.
Che cosa ti faceva paura all’epoca?
Di non rimanere fuori da certi sistemi, di non essere abbastanza cool. Come cantava Bob Dylan in My Back Pages: "Ah, ma allora ero molto più vecchio, sono molto più giovane adesso". Magari fisicamente no, ma interiormente hai capito alcune cose, non sei più indottrinato da guru e miti.
Hai accennato alla guerra e alla violenza che oggi sono dilaganti.
Non è che non ci fossero anche prima. Pensa agli anni di piombo. Però il nostro contatto diretto coi conflitti era solo tramite i nonni che avevano fatto le guerre mondiali. Era qualcosa che pensavamo fosse solo un ricordo doloroso. Avevamo un’idea del futuro basata su Star Trek e progetti affini. Credevamo saremmo diventati super intelligenti, super tecnologici, ben disposti dal punto di vista spirituale e morale. Oggi abbiamo nostalgia di quel futuro perché quei demoni sono ovunque anche nelle case dei nostri vicini, per le strade. Ci sono i femminicidi, i bambini maltrattati, la vita vale meno di zero.
Per non parlare poi degli scontri armati tra eserciti di cui siamo circondati.
Usano armi sempre più sofisticate. Il desiderio di pace sembra quasi fuori moda, qualcosa per deboli. Sembra che ci si annoi nel momento in cui non fischiano i proiettili. È come se la rabbia per quello che non siamo riusciti a ottenere, per quello che non siamo riusciti ad essere andasse a concimare le violenze a tutti i livelli.
Che sensazione ti dà questa visione del mondo?
Ribelle, appunto. Ti fa passare la voglia di sventolare una bandiera perché sai già che contiene quelle cose che non ti appartengono. Ti fa passare la voglia di dire quello che pensi perché a qualcun altro non piacciono e creerebbero un altro scontro. La politica si aggredisce, non fa squadra, non fa corpo unico come nel rugby.
Non ti ispirano fiducia?
Non mi arriva, non la capisco. Vuoi perché non sono né esperto né appassionato. Inoltre, mi fa paura per come è strutturata, per come si è comportata per anni. Non parlo di una parte o dell’altra. Parlo in generale. È rimasta puzza di bruciato. Credo che sia importantissima e che, appunto per questo, dovrebbero farla i grandi esperti, i grandi statisti.
Una categoria un po’ in fase d’estinzione.
Gente che ci prova ce n’è. Poi è molto difficile perché durante il tuo mandato costruisci il castello di carta mentre l’opposizione soffia per farlo cadere. E quando la situazione si ribalta il film si ripresenta a parti inverse.
Passiamo a cose più leggere, ma comunque di attualità. Siamo nel mese di Sanremo. Ti sarebbe piaciuto partecipare?
Non avevo qualcosa come Yanez (la canzone che ha portato in gara nel 2011, ndr), no. Il mio posto sarà sul divano di casa a guardare, ascoltare. Qualcosa mi piacerà, qualcosa no.
C’è qualcuno dei tuoi colleghi al Festival che ti incuriosisce particolarmente?
Dovrei avere il cast sottomano, ma sicuramente sì c’è qualcuno. So che ci sono pilastri che erano già signori della musica quando ero bambino io ed emergenti che appartengono al mondo dei miei figli. Potenzialmente potrebbero interessarmi tutti, dipende da cosa portano.
Sono passati 15 anni dalla tua partecipazione. Come si è cambiata la kermesse in questo periodo?
Sanremo si è sempre evoluto negli anni: ogni direttore artistico gli dà la sua impronta. La vera differenza però la fa chi porta le canzoni, chi le scrive, chi le arrangia.
All’epoca tu sei arrivato quarto. Contro tutti i pronostici vista la proposta così poco mainstream. Al televoto eri addirittura terzo.
Ero assolutamente sfavorito secondo i bookmaker. Classificarmi così in alto per me è stata un trionfo. Non credevano assolutamente fosse possibile. Non so se vincere avrebbe cambiato qualcosa, ma di sicuro quel Festival è stata un svolta sia a livello di pubblico sotto il palco nei concerti che di pubblicità sul territorio nazionale.
L’anno successivo hai invece firmato il brano presentato in gara da Irene Fornaciari. Siete rimasti in contatto?
Per un po’ di tempo sì. Oggi capita di sentirci, magari quando parlo con Zucchero. Non è una cosa che succede ogni minuto, ma c’è sempre un buon rapporto. Lei, oltre che una bella persona, è bravissima, non mi spiego perché non sia riuscita ad avere un seguito importante. Pensa che ero più emozionato e agitato quando c’era lei a Sanremo rispetto a quando l’ho fatto io.
Ti piacerebbe scrivere per qualche altro collega?
Ogni tanto ti viene in mente. Più che scegliere per forza un nome, sono suggestioni che mi vengono quando esamino magari un testo che ho scritto in italiano e, mentre lo canticchio, penso che potrebbe essere adatto a Max Gazzé o Marco Mengoni o Fiorella Mannoia o Irama. Molti di loro sono cantautori quindi, magari, non ci pensano nemmeno ad interpretare inediti di altri.
Hai fatto nomi molto diversi per genere ed età. Sei onnivoro musicalmente?
Sotto tutti gli aspetti: genere, età, latitudini. Elettronica, punk, jazz, indie, jazz d’avanguardia.
Prima hai accennato ai tuoi figli. Quanti ne hai?
Tre. Vittoria del 2007, Luca del 2004 e Pietro di due anni più grande.
Influenzano i tuoi ascolti?
Pietro è molto appassionato. Va a tanti concerti e poi porta a casa quello che ha ascoltato quindi sì. Dagli Idles ai Fontaines D.C. passando per Salmo e Yung Blud che è bravissimo. Mia figlia invece va a vedere Nerissima Serpe. Così scopro nomi e mondi che non conoscevo.
Sono solo appassionati di musica o coltivano il sogno di farne un mestiere?
Pietro è bravissimo, ma non esce dalla taverna. Ogni tanto mi fa sentire qualcosa di quello che fa con la cerchia di amici e posso garantire che è interessante. Ma, per ora, è solo un gioco.
C’è una domanda che non ti ho fatto e che avrei dovuto farti?
Non credo. Se non mi hai chiesto qualcosa forse è perché non era importante.
