Renato De Maria: "Battiato ha incassato il triplo di film ben più costosi. Isabella Ferrari? Lei era una star, io un emergente" - Intervista

Il 4K, la proiezione a Bologna, l'opera che parla alle nuove generazioni, il filo che lega Pazienza a Battiato e il rapporto con Isabella Ferrari

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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Venticinque anni dopo la sua uscita, Paz! – il film di Renato De Maria tratto dai fumetti di Andrea Pazienza – torna a fare rumore. Il 2026 sembra essere, in tutti i sensi, l’anno di Pazienza: una grande mostra al MAXXI di Roma, la collana dedicata da Repubblica, e ora il restauro in 4K del film, con una proiezione il 23 luglio in Piazza Maggiore a Bologna – in collaborazione con la Cineteca di Gianluca Farinelli – e l’interesse della Lucky Red per una nuova uscita in sala come evento speciale. Ne abbiamo parlato con il regista.

Da Andrea Pazienza a Franco Battiato, l’intervista al regista Renato De Maria

Paz! è un film che parla di una generazione che brucia. Bologna in quel periodo era un grande palcoscenico, molto viva, molto in movimento. Cosa significa tornare oggi su quel materiale a distanza di un quarto di secolo, e in che condizioni hai ritrovato il film? Ci sono sequenze che guardi con occhi diversi o che avresti fatto diversamente?

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Sono tantissime domande in una, ma proviamo. Quella del ’77 è stata, da un certo punto di vista, una generazione fortunata: ha vissuto un momento di grande creatività e di grande potenzialità espressiva. Al suo interno c’erano tantissimi giovani artisti — non solo Andrea Pazienza, ma anche Freak Antoni con gli Skiantos e molti altri – che hanno influenzato profondamente la cultura degli anni a venire. Il fumetto di Andrea, in particolare, è una testimonianza di questo: lui aveva ventun’anni quando disegnava le sue storie. Metteva in scena una generazione, raccoglieva il suo linguaggio, ne faceva un diario in presa diretta. C’è il racconto di un quotidiano che oggi sembra lontano mille anni, di un modo di vivere e di pensare lontanissimo – eppure esiste un’universalità che non tramonta: l’inquietudine della giovinezza, il momento in cui ci si affaccia alla vita adulta, il tentativo di fuga dall’età adulta e, al tempo stesso, quell’arroganza benefica e quella sorta di follia creativa che ha la giovinezza. Quando sei giovane sei arrogante perché hai qualcosa da dare, sei convinto di poter cambiare il mondo – ed è una cosa meravigliosa. Questo c’è nei fumetti di Andrea e c’è anche nel mio film. L’ho proiettato al MAXXI dopo tantissimi anni che non lo vedevo: sala strapiena, pubblico di tutte le età… lo abbiamo proiettato nel giorno del compleanno di Andrea, avrebbe compiuto settant’anni – ma c’erano anche moltissimi ragazzi. Il film è del 2002, ha venticinque anni, ed è stato visto e amato da generazioni diverse. Un po’ tutti quelli che vanno all’università lo guardano: è molto pop, ha una connotazione pop forte. E per rispondere direttamente alla tua domanda: non ho visto un granello di polvere. Anzi, quelli che all’epoca potevano sembrare gesti arditi, il buttare il cuore oltre l’ostacolo, adesso appaiono come gesti che hanno saputo diventare profondi.

In effetti il 2026 sembra essere diventato l’anno di Pazienza: la mostra al MAXXI, la collana di Repubblica, il restauro del film. Cosa rende quest’autore ancora così necessario per i ragazzi di oggi?

È quella zona di confine tra il liceo e l’età da lavoro, quella fase in cui hai ancora la voglia di giocare dell’infanzia e al tempo stesso non sei ancora adulto. Dentro a questa instabilità si gioca tutto il tuo diventare la persona che poi sarai. Quegli anni definiscono universalmente la personalità di ognuno di noi, e portano con sé contraddizioni, innamoramenti, dolori e spunti poetici che ci accompagnano per tutta la vita. Ognuno di noi non vorrebbe mai uccidere il bambino che è in sé.

No, anzi, bisognerebbe sempre tutelarlo…

Esatto. Il ’77 è un inno al bambino che è in sé.

Dove si può vedere il film adesso, e cosa sta succedendo sul fronte del restauro?

Adesso è ancora su Sky Cinema. Ma stiamo lavorando al restauro in 4K con la Cineteca di Bologna e il 23 luglio lo proiettiamo in Piazza Maggiore, sotto le stelle, con Gianluca Farinelli. Ci sarà sicuramente un dibattito, perché molte persone che ancora vivono a Bologna hanno partecipato al film. E ti assicuro che rivederlo su grande schermo è impressionante… la gente ormai lo riguarda sul computer, ma proiettato in grande è tutta un’altra cosa. Dopo il restauro faremo un’ulteriore presentazione e cercheremo di farlo uscire nuovamente in sala: c’è l’interesse della Lucky Red per una nuova uscita come evento speciale.

Tradurre i fumetti di Andrea Pazienza in immagini in movimento è una sfida enorme – lui aveva già, in un certo senso, risolto tutto su carta. Ho intervistato di recente Omar Rashid, che ha fatto il docufilm Generazione Fumetto, ma tu hai fatto un vero e proprio film. Come ci sei arrivato?

Ho fatto un lavoro che all’epoca si poteva fare in un certo modo, oggi tecnologicamente si farebbe diversamente. Ho scannerizzato tutte le tavole di Andrea, le ho stampate, e poi con forbici e colla ho cominciato a costruire il racconto, un lavoro lungo realizzato insieme a Ivan Coltroneo e Francesco Piccolo. Nel film facciamo incrociare tre personaggi di Andrea, ciascuno appartenente a un momento storico diverso. C’è Pentothal, che è il ’76-’77: un artista che vorrebbe fare l’artista ma non lo fa, tagliato fuori dal movimento, con una storia d’amore sognante e poetica con Lucilla che lo ha appena lasciato. Poi c’è Fiabeschi, che nelle tavole di Pazienza appare solo in una storia di Zanardi – è lo studente fuorisede e fuoricorso che dà l’esame su Apocalypse Now al DAMS – e intorno a lui ho legato tutte le tavole uscite su Male e Frigidaire che descrivono lo stesso tipo umano. Siamo intorno al ’79: il movimento è finito, ma ci si sopravvive. È il personaggio più amato dal pubblico, perché non ha più ideologie né obiettivi, vive la giornata – ed è esattamente questo che lo rende straordinariamente libero. E poi c’è Zanardi, che anticipa gli anni Ottanta: adolescente, ripetente, cattivo, con i suoi amici cattivi. "Sono un lupo", si definisce. È già l’abbandono non solo di ogni ideologia ma di ogni possibilità di stare in collettività, l’anticipo del percorso solitario degli anni Ottanta. Tutti e tre abitano lo stesso appartamento – quello vero di Andrea Pazienza in Via Emilia Ponente – ma in epoche diverse, come se ogni generazione di studenti abitasse la stessa stanza. Si incrociano nella storia, ma non si riconoscono. Dalla grandissima stima che ho per la scrittura di Andrea – era un grande scrittore, non solo un grande fumettista – ho cercato di mantenere i dialoghi originali e di riprodurre visivamente le stesse inquadrature dei fumetti. Il film è girato con una Sony PD-150, la stessa telecamera usata dal gruppo Dogma e da Lynch per Inland Empire: uno dei primi film italiani girati in digitale e poi trasferito su pellicola. È costato pochissimo, perché all’epoca nessuno credeva nella possibilità di fare un film dai fumetti di Pazienza.

Ed è diventato evergreen…

Sì, incontro ancora ragazzi di vent’anni che lo conoscono a memoria. Non si può prescindere da Paz! se si vuole parlare di quell’epoca. Ed è il classico film che cresce nel tempo: più passa, più le persone riescono a comprenderlo davvero.

La tua filmografia è molto ampia e tocca tematiche molto diverse. C’è un filo rosso che riconosci nelle tue produzioni?

È una bella domanda, me lo chiedo spesso anch’io. Io credo che sia tutto lì nel ’77, nella mia nascita artistica. Quando ho conosciuto Andrea Pazienza avevo diciassette anni, e in quel momento creativo si incrociavano il linguaggio alto – quasi filosofico, l’arte come avanguardia – e il linguaggio basso, quello della vita dei ragazzotti, dei fuorisede, dei fuoricorso, della giovinezza un po’ sbandata. Questa fusione mi si è fissata nel linguaggio per sempre. Posso passare da Paz!, con la sua ricerca visiva estrema, a Vita oscena, tratto dalla biografia di Aldo Nove, dove c’è un racconto interiore dolorosissimo, fino a La Prima Linea – il racconto di un gruppo terroristico visto dal loro punto di vista, che ha fatto molto scandalo, ma non era un film pro-terrorismo: cercava semplicemente di stare nella testa di quei personaggi, di capire come ci fossero arrivati.

Definire uno scandalo il solo fatto di portare quel punto di vista è abbastanza discutibile: esistono film sulla mafia dal punto di vista del magistrato e film dal punto di vista dell’organizzazione…

Concordo! E poi c’è Lo Spietato, il primo film italiano acquistato da Netflix, una gangster comedy tratta dal racconto di Silvio Morabito – il primo pentito della ‘ndrangheta milanese, autore di Manager Calibro 9 – girata con il tono à la Goodfellas, molto pop ma realistica, perché è tutto vero. Ogni progetto richiama il suo linguaggio, ma il fil rouge è sempre lo stesso: la fusione tra alto e basso, tra pop e ambizione letteraria.

A proposito di "fusioni": cosa accomuna Pazienza e Battiato, due artisti italiani diventati miti mentre erano ancora in vita?

Bella domanda. Intanto, entrambi hanno avuto un successo enorme – e non è poco. Andrea, come vedi, è amatissimo tuttora. Battiato è arrivato primo in classifica in tutta Europa e ha fatto il primo disco italiano a superare il milione di copie: La voce del padrone è stato per anni il disco italiano più venduto in assoluto. Ma ci sono arrivati entrambi attraverso un percorso underground. Pazienza veniva da riviste come Cannibale, aveva come sodali Liberatore e Tamburini – che facevano RanXerox – aveva coniugato il punk con il fumetto, con influenze dall’underground americano. Poi da lì ha trovato la formula pop. Fiabeschi ne è l’esempio perfetto: un esame su Apocalypse Now con la musica dei Doors, raccontato con voluto tono da ignorante – alto e basso fusi insieme.

Battiato ha fatto un percorso di sperimentazione elettronica che lo rende tuttora un mito nei circuiti internazionali – i Kraftwerk lo considerano un riferimento assoluto, i suoi primi dischi sono ispiratori per decine di gruppi tedeschi. Però non vendeva una copia. Era un cult puro. Quando ha deciso di cercare il successo, non ha rinnegato nulla: ha scritto canzoni che musicalmente sono dei capolavori pop, ma con testi che hanno a che fare con la sua ricerca mistica, i suoi riferimenti esoterici. Il "concetto di gravità" in Centro di gravità permanente è uno degli slogan di Gurdjieff, uno dei mistici che studiava. Il filo comune è questo: entrambi hanno trovato il modo di portare la profondità nella formula pop senza tradire sé stessi.

Per Netflix hai lavorato anche con cast internazionali. Come cambia il processo creativo quando entri nella logistica di una piattaforma globale rispetto a una produzione indipendente?

Se ne potrebbe parlare per ore. Diciamo che è come se un gene fosse entrato nel sistema e stessimo mutando – come in un film di fantascienza.

Hai diretto tua moglie – Isabella Ferrari – in quattro produzioni, tra cui Distretto di Polizia. Dirigere la propria moglie significa avere un canale privilegiato sul set o, al contrario, richiede una distanza professionale più rigida? E c’è un ruolo che hai scritto pensando specificatamente a lei?

Rispondo a tutto con un unico discorso. Ho conosciuto Isabella sul set del mio primo film – non ci siamo messi insieme durante le riprese, ci siamo messi insieme dopo, con una storia abbastanza complicata. All’epoca lei era già una star, io ero un regista emergente che doveva ancora dimostrare tutto – e forse ancora non l’ho dimostrato del tutto, mentre Isabella ha dimostrato tutto. Avere lei sul set significa avere un’attrice importante, e questo non semplifica le cose – anzi. Ogni grande attrice porta con sé un mondo intero. E se è tua moglie, paradossalmente è più difficile, non più facile: quando giri un film sei totalmente devoto a quello che devi fare, non fai prigionieri, non ci sono parenti che tengono. Ci sono stati momenti di grande intesa e momenti di conflitto, ovviamente – come nella vita privata.

Per il ruolo scritto pensando a lei: Amatemi. Un film che non ha avuto la fortuna che meritava – è uscita una recensione bellissima su Variety quando è stato distribuito negli Stati Uniti, ma in Italia è andato storto, uscito nel momento sbagliato. Era una specie di cover de L’uomo che amava le donne di Truffaut, ma al femminile: una donna dell’età di Isabella, lasciata da un uomo, che deve ricostruire il proprio percorso amoroso e imparare, infine, a stare con sé stessa.

I grandi distributori controllano centinaia di sale e lasciano poco spazio al cinema indipendente. Un film come Paz!, oggi, riuscirebbe a uscire?

Quando Paz! uscì, esistevano ancora le distribuzioni indipendenti: la Mikado, l’Academy, la DIMM – ciascuna con il suo circuito di sale dedicate. Noi uscimmo con Mikado: avevamo le file fuori dai cinema, in poche sale ma sempre piene, e alcuni film potevano fare tenute lunghissime, protetti da quel sistema. Oggi il mercato è in mano alle catene, che programmano in anticipo e lavorano con finestre brevissime: esci giovedì, il giovedì successivo sei già fuori – che tu abbia fatto bene o male – a meno di un risultato clamoroso. Film come Zalone escono in oltre 1.200 copie e monopolizzano (e va bene così). Paz!, se lo spari in 300 copie nelle multisale di periferia dove il pubblico vuole i blockbuster americani, muore sul nascere. Ma se lo porti nei cinema vicino alle università, se fai anteprime mirate e comunichi bene, può fare benissimo. Devi intercettare il pubblico giusto e poi lasciare che si espanda.

Battiato, il mio ultimo film, è uscito come evento per tre giorni: siamo stati secondi al botteghino per tutti e tre i giorni, con una media per copia doppia rispetto ad altri titoli. Abbiamo fatto il triplo di film italiani costati tre volte tanto e promossi con budget enormi. Se fosse potuto restare in sala più a lungo, avrebbe performato ancora meglio – ma era nato come progetto televisivo e in sala c’era solo per l’evento.

In tutta la tua carriera, c’è stato un momento in cui hai finito un film e hai detto: questo era esattamente quello che volevo fare?

No, non mi è mai successo. Sono un ipercritico! Con Paz! ho detto subito: potevo fare meglio. Adesso che lo rivedo, a vent’anni di distanza, sono molto orgoglioso. Sono orgoglioso di quasi tutto quello che ho fatto, quelli andati bene e quelli andati meno bene, e già questo è un buon risultato. Ma quella sensazione di "meglio di così non potevo fare" non è mai arrivata. Forse Battiato ci si avvicina: è il film dove c’è più maturità, dove ho messo dentro tutto: Paz!, La Prima Linea, l’esperienza accumulata negli anni con una sperimentazione linguistica importante dentro un formato televisivo. Quello, forse, è il lavoro in cui mi sono riconosciuto di più.


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