Robin Hood - Il prezzo del sangue: Hugh Jackman brilla in una ballata violenta che decostruisce il mito dell'eroe ladro
Michael Sarnoski conferma di avere qualcosa da dire e regala un racconto spiazzante, intimista e fortemente imperniato sul senso di colpa

Tendenza ormai certificata in quel di Hollywood è quella di prendere miti e leggende ormai cementati nell’immaginario e riproporli in chiave diversa. Una continua destrutturazione e decostruzione degli ideali, spesso filtrata da una ossessiva, quanto fallimentare, ricerca di modernità. In quest’ottica si piazza anche Michael Sarnoski, che torna alla regia dopo il deludente A Quiet Place – Giorno 1 (2024) e il più convincente Pig (2021), confezionando una rivisitazione molto intimista e personale della leggenda di Robin di Locksley, per tutti Robin Hood.
Aiutato da uno Hugh Jackman dolente e perfettamente calato nel ruolo, Robin Hood – Il prezzo del sangue ci catapulta in un universo realistico ed estremamente violento, in cui quella del ladro gentiluomo che ruba ai ricchi per dare ai poveri è solamente una leggenda, ben lontana dalla realtà. Nel cast anche Bill Skarsgård e Jodie Comer.
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Entra nel canale WhatsAppRobin Hood – Il prezzo del sangue
Sarnoski prende spunto dalla ballata seicentesca sulla morte di Robin Hood e offre allo spettatore un racconto in cui il fulcro fondamentale è la continua decostruzione del concetto di eroismo. In quasi ogni altra trasposizione cinematografica delle avventure di Robin, Little John e della loro banda nella foresta di Sherwood, tutto o quasi ruotava attorno alla dicotomia tra la foresta stessa e l’oppressione da parte dei ricchi sui deboli. Qui il regista americano rigira il punto di vista, mostrando allo spettatore come la violenza è una piaga che infetta e corrompe anche le migliori intenzioni. Il film si interroga sul fardello delle proprie scelte e di ciò che esse comportano, ma anche sulla possibilità della redenzione e del perdono. Il tutto offrendo un punto di vista inedito sull’eroe e su quanto la leggenda a egli legata abbia "addolcito" quello che in realtà era uno spietato assassino e taglia gole.
Sarnoski certifica un’altra volta la propria bravura visiva, aiutato anche da una fotografia (affidata a Pat Scola) che sfrutta i toni freddi e la luce naturale delle brughiere dell’Irlanda del Nord. Il film costruisce un’atmosfera umida, fangosa e quasi soffocante, animata unicamente dai suoni della natura e dai suoi silenzi, che prendono il posto delle fanfare trionfali a cui eravamo abituati grazie ai film con Kevin Costner o Errol Flynn.
Di cosa parla la trama di Robin Hood – Il prezzo del sangue?
Anno del Signore 1247. Le leggende su Robin Hood (Jackman), Little John (Skarsgård) e la banda della foresta di Sherwood sono, appunto, leggende e mascherano la realtà dei fatti: il gruppo era composto principalmente da taglia gole e assassini. Un ormai vecchio Robin vive da eremita sulle colline, attendendo una morte giusta dopo una vita violenta e dolorosa. Un giorno, a sorpresa, va a trovarlo il vecchio amico Little John, che ora si fa chiamare Edward, identità che ha rubato 10 anni prima a uno sfortunato che ha ucciso. John chiede l’aiuto del compagno di scorribande per liberare la sua fattoria da una banda di briganti che hanno preso in ostaggio la moglie e la figlia. Inizialmente riluttante, Robin accetta. Lo scontro rischia di costare la vita all’ex ladro, che viene salvato in extremis da John. Lasciato ferito e agonizzante presso il monastero di St. Clement, dove si dice risieda una priora dotata di miracolosi poteri curativi, Robin trova un rifugio spirituale in cui, assistito da sorella Brigid (Comer), affronta il peso di una vita all’insegna della violenza.
Hugh Jackman è cuore e anima del film
Inevitabilmente, Robin Hood – Il prezzo del sangue si poggia sulle granitiche spalle di Hugh Jackman, che qui sveste i panni del carismatico personaggio d’azione per indossarne di ben più logori e sdruciti. Il suo Robin è un vecchio leone ferito, non più in grado di reggere il peso (e le conseguenze) della fama che si è costruito negli anni. O meglio, dell’infamia. Perchè sul suo cammino non troverà ringraziamenti e pacche sulle spalle, quanto più coltelli nella schiena e tentativi di regolare conti aperti in anni e anni di ruberie e omicidi. Grazie a silenzi pesanti e sguardi sfuggenti, restituisce la sofferenza di un corpo che cede e di una mente prigioniera dei propri spettri. Da menzionare la chimica con la priora interpretata da Jodie Comer, che regala alla seconda parte del film un’ottima tensione emotiva, che in parte lenisce la pesantezza della narrazione.
Perchè, infatti, per quanto abbia buone premesse, Robin Hood – Il prezzo del sangue non è esente da difetti. A una prima parte piena d’azione e di violenza, fa seguito una seconda ben più lenta e compassata. Un cambio di ritmo improvviso che finisce per straniare lo spettatore. E che non viene aiutato da un finale sin troppo affrettato e non in grado di dare giustizia alle complesse dinamiche psicologiche che si vengono a creare tra i vari personaggi.
Robin Hood – Il prezzo del sangue è una valida operazione di decostruzione della leggenda dell’eroe in calzamaglia, pur non manchevole sotto alcuni punti di vista. Basato sulla ballata seicentesca, che però adatta e modifica parzialmente nella sostanza, regala uno sguardo diverso al leggendario personaggio. Un viaggio doloroso e violento attraverso gli ultimi momenti di un fuorilegge la cui fine, come ci suggerisce Sarnoski, difficilmente è gloriosa.
VOTO: 6.5/10