Prince non è mai morto: il genio di Minneapolis rivive in With This Tear a 10 anni di distanza, anche se non è mai stato capito davvero

Sono passati 10 anni dalla morte di Prince, ma continua a essere ovunque. Con la sua musica, con il suo genio e con la voglia di non essere uguale a nessuno

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Quella mattina del 21 aprile 2016, quando il corpo di Prince Rogers Nelson fu trovato in un ascensore di Paisley Park, si interruppe un esperimento. Un tentativo ostinato, visionario e quasi folle di dimostrare che si poteva fare musica — tanta, immensa, rivoluzionaria — senza cedere un grammo di sé al mercato, senza firmare un patto col diavolo discografico, senza sacrificare il controllo sull’altare del successo. Dieci anni dopo, quella visione che il genio di Minneapolis ha avuto chiara fino alla fine appare più moderna che mai. Ma anche già sconfitta.

Prince, l’uomo che aveva già visto tutto

Prince ha combattuto le major discografiche quando ancora non si capiva bene perché. Si è scritto "slave" sulla guancia quando i social non esistevano e il concetto di personal branding era ancora nelle mani delle riviste patinate. Ha ritirato la sua musica dallo streaming quando tutti — artisti, etichette, fan — correvano ad abbracciarlo come se fosse la salvezza del settore. Ha cambiato nome in un simbolo impronunciabile, ha autoprodotto album a getto continuo, ha trasformato Paisley Park in un quartier generale segreto dove la musica si faceva, si registrava e si conservava lontano da occhi indiscreti. Aveva già capito dove stava andando il futuro.

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Oggi che i brani sono spezzettati in clip da 15 secondi, che si monetizzano i diritti d’autore attraverso algoritmi opachi e che si trasformano gli artisti in content creator perennemente in debito di visibilità, la battaglia di Prince per l’autonomia creativa e la proprietà intellettuale è stata un avvertimento rimasto colpevolmente inascoltato. Lui aveva capito prima di tutti che il valore della musica doveva essere la sua unicità e non la sua diffusione, che un artista che si possiede vale infinitamente più di uno che viene posseduto.

Il mondo parallelo del Vault

Sotto Paisley Park ci sono migliaia di ore di musica inedita. Registrazioni, provini, album mai pubblicati, versioni alternative di capolavori già noti e che probabilmente non saranno mai ascoltati. È il Vault, la cassaforte leggendaria che Prince ha riempito per decenni con la stessa compulsione con cui un pittore ossessivo riempie tele che nessuno vedrà mai.

La prova più recente arriva proprio oggi, nell’anniversario della morte: With This Tear, una ballata registrata nel novembre 1991 a Paisley Park, con Prince che suona tutti gli strumenti da solo, come faceva spesso quando aveva qualcosa da dire e nessuno intorno sembrava abbastanza veloce da stargli dietro. All’epoca la cedette a Céline Dion, che la pubblicò nel suo album omonimo del 1992. La versione originale, rimasta nel Vault per oltre trent’anni, è ora rimasterizzata dal produttore Chris James ed è solo la prima di una serie di inediti che usciranno nel corso del 2026.

Dieci anni senza Prince

Cosa è diventato il pop senza Prince? Più obbediente e meno pericoloso. In questi dieci anni abbiamo assistito alla crescita esponenziale di artisti straordinariamente abili e straordinariamente calcolati. Non è certamente una colpa individuale, ma è solo logica del tempo. Ed è esattamente l’opposto di ciò che Prince voleva essere, perché si rifiutava di essere leggibile, prevedibile, consumabile.

Prince era scomodo. Era sessuale e spirituale insieme, nero e queer e rockstar e predicatore. Una contraddizione vivente che non voleva essere risolta. Prince sarebbe irriproducibile e non perché fosse un genio irraggiungibile, ma perché oggi nessuna etichetta discografica saprebbe cosa farsene.

I tributi per il decennale

Questa sera Paisley Park ospita A Day 2 Reflect | A Night 2 Remember, l’appuntamento annuale che raduna fan e collaboratori nel luogo in cui tutto – la musica, la vita, la fine – aveva il suo epicentro. Dal 3 al 7 giugno, tra Paisley Park e Minneapolis, si terrà poi il grande raduno 10th Anniversary Celebration of Life, cinque giorni che ripercorrono il lascito di un artista che il mondo non ha ancora finito di scoprire.

Iniziative doverose, anche commoventi, ma resta la malinconia di festeggiare qualcosa che non si è riusciti a trattenere in vita. Il vero omaggio, auspicabile se non altro, è provare a cambiare le condizioni che lo hanno consumato.

La fine, e l’ironia tragica

Prince è morto per un’overdose accidentale di Fentanyl. Prendeva l’oppioide per sopportare il dolore cronico all’anca, il prezzo fisico pagato per decenni di performance devastanti con i tacchi altissimi, i salti, le ore infinite sul palco. Uno dei musicisti più disciplinati, prolifici e autocontrollati della storia della musica pop, consumato da un farmaco che aveva iniziato a usare per continuare a fare ciò che amava.

L’ironia tragica di questa fine dice tutto su quanto il genio, anche quello più corazzato, più consapevole, più autonomo, resti sempre esposto alla fragilità della materia del corpo. Dieci anni dopo, il Vault continua a parlare. E noi continuiamo, lentamente, ad ascoltare.


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