La protagonista di Pretty Woman poteva parlare italiano: il film che Hollywood non ha avuto il coraggio di fare

Il provino di Pretty Woman e quella sliding door che avrebbe potuto cambiare le carriere di Julia Roberts e Valeria Golino (e forse anche il cinema degli anni '90)

Diego Scappini

Diego Scappini

Giornalista

Classe 1987, lo sport è il mio habitat naturale ma sono appassionato anche di TV, serie e cinema, soprattutto horror.

C’è un momento, nella storia del cinema, in cui Hollywood ha sfiorato l’Italia senza quasi rendersene conto. Un istante minuscolo, una porta girevole che avrebbe potuto cambiare la geografia del cinema pop degli anni ’90. Prima che Pretty Woman diventasse la commedia romantica per eccellenza e Julia Roberts un’icona globale, il ruolo di Vivian Ward aveva un’altra candidata fortissima: Valeria Golino. Non un nome buttato lì, non un’ipotesi remota: la Golino arrivò al provino finale, a un passo dalla parte. E da quella sliding door nasce un interrogativo irresistibile: come sarebbe stato Pretty Woman con un’italiana nel ruolo che ha definito un’epoca?

Quando Pretty Woman non era ancora una favola

All’inizio, Pretty Woman non era la favola pop che conosciamo e la ricerca della protagonista fu lunga e complicata. Temendo l’immagine di una prostituta in un film che, all’inizio, era molto più cupo, molte attrici rifiutarono il ruolo, ritenuto troppo ambiguo e rischioso: Michelle Pfeiffer, Meg Ryan, Sandra Bullock, Daryl HannahIn quel limbo creativo, il regista Garry Marshall guardò anche fuori dagli Stati Uniti. E arrivò a lei: Valeria Golino, già stimata a Hollywood grazie a Rain Man e a una credibilità artistica che la rendeva perfetta per un ruolo così sfaccettato.

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La candidatura dell’attrice italiana arrivò fino all’ultimo provino, fianco a fianco con la giovanissima Julia Roberts. Lo ha raccontato la stessa Golino nel 2024, nella puntata di Belve a lei dedicata: "Eravamo vestite uguali, fu un incubo. Quando l’ho vista arrivare, con quella vitalità tutta americana, ho capito che avrebbero preso lei".

E se Vivian si fosse chiamata… Viviana?

Immaginare Pretty Woman con Valeria Golino non significa riscrivere la storia, ma cogliere un dettaglio: quel film avrebbe potuto essere diverso. Forse più europeo, più malinconico, meno fiabesco. Forse Vivian sarebbe stata meno "ragazza da salvare" e più donna complessa, con un passato che pesava davvero nonostante la giovane età. Forse Richard Gere avrebbe trovato un contraltare più introspettivo, più enigmatico.

E forse, soprattutto, il film non sarebbe diventato il manifesto della commedia romantica americana. Sarebbe stato… un’altra cosa: non necessariamente migliore o peggiore, semplicemente diversa. Un Pretty Woman meno da poster, più da festival.

La sliding door più affascinante degli anni ’90

Da quella porta girevole nascono due carriere lontane ma coerenti. Julia Roberts viene candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista e diventa la star planetaria che conosciamo, simbolo di un cinema luminoso, ottimista, irresistibile. Valeria Golino l’anno successivo si mette in gioco con Hot Shots! – indimenticabile parodia di Top Gun – per poi seguire un percorso più autoriale, più libero, fino a imporsi come una delle interpreti più sensibili e originali del cinema italiano e internazionale.

Il punto non è chi avrebbe fatto meglio. Il punto è che, per un attimo, Hollywood ha sfiorato l’Italia in un’epoca in cui sembrava impossibile, e quel tocco leggero ha lasciato un "what if" affascinante ancora oggi: la Vivian Ward che non abbiamo mai visto, ma che continua a farci immaginare un film parallelo.


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