L'insostenibile genialità dei Pooh, non è solo pop: l'assurdo snobismo che oscura la miglior band tecnica d'Europa

Una band che è sopravvissuta a 60 anni di musica e che, oggi, si sta riprendendo il posto che merita. Perché i Pooh non sono solo quelli di Piccola Katy

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Sessant’anni di carriera, milioni di dischi venduti, uno dei concept album prog più riusciti degli anni Settanta e il primo Minimoog arrivato in Italia. Eppure, quando qualcuno tira fuori i Pooh in tanti – mentalmente – fanno un piccolo passo indietro. Non si dice ad alta voce, magari, ma dentro scatta qualcosa. Un riflesso condizionato, forse? Ah, i Pooh. Sì, certo. Quel tono vagamente sufficiente che riserviamo alle cose che consideriamo "pop da classifica", quasi da estate italiana anni Ottanta a voler esagerare.

Ma proviamo a fermarci un secondo – davvero, solo un secondo – e ascoltiamo Parsifal, Opera Prima, o anche solo la struttura armonica di certi loro brani degli anni Settanta, ci troviamo di fronte a qualcosa che non quadra con l’immagine un po’ impolverata che ci siamo costruiti in testa. I Pooh suonano sul serio, con una precisione, una raffinatezza e una coerenza stilistica che pochi gruppi al mondo – non in Italia, nel mondo – hanno saputo mantenere per oltre mezzo secolo. Ora la rivincita è un concerto trasmesso in tv, che aveva già fatto incetta di ascolti, e un tour che li riporta sui grandi palchi italiani.

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I Pooh vittime del loro successo

Partiamo dall’elefante nella stanza perché la verità è che i Pooh sono stati vittime del loro stesso successo. Quando vendi milioni di dischi in Italia, quando le tue canzoni finiscono nei jukebox dei bar di provincia e nelle sigle dei programmi TV, l’establishment critico ti etichetta automaticamente come "commerciale" e, con quella parola, chiude la pratica. Archiviato. Prossimo.

Ma commerciale non è sinonimo di banale, e popolare non è il contrario di geniale. Questo è un equivoco tutto italiano, perché da noi la cultura del disprezzo per ciò che "piace a tutti" ha radici profonde, quasi un’aristocrazia del gusto che si nutre di oscurità e nichilismo.

Nel frattempo, all’estero, musicologi e critici anglosassoni che si sono trovati davanti a Parsifal* (1973) hanno avuto reazioni sorprese, addirittura incredule. Un concept album rock progressivo, cantato in italiano, con arrangiamenti di una complessità orchestrale fuori dal comune, scritto da una band che in patria veniva già trattata come roba per casalinghe. La dissonanza è quasi comica, a ripensarci.

Roby Facchinetti al pianoforte e la questione tecnica

Se volete capire davvero di cosa stiamo parlando, fate una cosa sola: cercate un video live di Roby Facchinetti che suona. Non il Facchinetti da talent show o l’ospite più sensibile delle serate di beneficenza, ma proprio il pianista rock. Quello che negli anni Settanta costruiva linee melodiche di una pulizia quasi classica sopra strutture ritmiche da prog band inglese.

Red Canzian al basso – ma anche alla viola, al violoncello, al violino, alla chitarra e a numerosi altri strumenti – è una storia che merita di essere raccontata a parte, mentre Dodi Battaglia alla chitarra è stato eletto miglior chitarrista d’Europa. Stefano D’Orazio era l’anima del gruppo: il batterista, ma anche l’organizzatore, il contabile, il visionario dei mille effetti speciali – quelli mai visti prima, che trasformavano ogni concerto in un evento grandioso.

Messi insieme, questi quattro (poi tre, poi di nuovo quattro, poi cinque, con tutte le variazioni del caso) hanno costruito un sound riconoscibile in due note, ma abbastanza stratificato da sostenere decenni di ascolti senza rivelare tutto subito. Non è una cosa da poco.

Quel suono che veniva dal futuro

Nel 1972, Roby Facchinetti e i Pooh erano a Londra. Bussano al laboratorio di Robert Moog – il Robert Moog, l’inventore del sintetizzatore – e se ne tornano in Italia con un Minimoog sotto il braccio. Non una copia, ma uno degli strumenti appena assemblati dalle mani stesse di Moog, comprato direttamente alla fonte perché, come ha raccontato lo stesso Facchinetti, "se non l’avesse venduto, gliel’avremmo strappato dalle mani". Subito dopo, a Milano, quel suono uscì per la prima volta dagli amplificatori nell’intro di Noi due nel mondo e nell’anima.

Ma Roby Facchinetti usò quel Minimoog anche in Mio padre, una sera, nello strumentale di Parsifal, in una manciata di brani che oggi riascoltiamo ciclicamente senza interrogarci troppo sulla storia che accompagna certe produzioni.

Poi c’è Impressioni di settembre della PFM e lì si che il Minimoog diventò un’emozione. Quella melodia d’apertura, liquida e malinconica, con un timbro che non assomigliava a niente che si fosse sentito prima in Italia, è rimasta impressa per sempre.

La PFM, i Pooh, e il doppio standard che ci portiamo dietro

Parliamo della PFM. La Premiata Forneria Marconi è, senza ombra di dubbio, una delle band più straordinarie che questo Paese abbia mai prodotto. Franz Di Cioccio, Mauro Pagani, Flavio Premoli, artisti di una levatura musicale fuori dal comune, che hanno aperto mercati internazionali alla musica italiana in un momento storico in cui sembrava impossibile, che hanno suonato con Fabrizio De André in uno dei tour più memorabili della storia del rock italiano, che hanno portato il prog italiano negli Stati Uniti e in Inghilterra con un coraggio che ancora oggi merita rispetto. La PFM è intoccabile, e giustamente.

Ma non mettiamo in discussione il loro genio, piuttosto ci chiediamo perché due band che operavano nello stesso periodo, con la stessa ambizione tecnica e la stessa radice prog, abbiano ricevuto un trattamento critico così radicalmente diverso. La PFM ha il suo posto nel canone, nelle enciclopedie, nelle retrospettive serie. I Pooh decisamente meno. Eppure erano coetanei, respiravano la stessa aria musicale, e – fatto non trascurabile – anche i Pooh erano stati i primissimi ad adottare il Minimoog in Italia, in quello stesso periodo in cui il synth stava riscrivendo il suono del rock mondiale.

La differenza, come al solito, non è nella musica. È nell’immagine. La PFM aveva l’aura del gruppo da iniziati, da appassionati con il maglione a collo alto. I Pooh avevano le copertine patinate, le fidanzate che li amavano, i fan che – ancora oggi – li seguono con una passione che non ha eguali. E in Italia, storicamente, il pubblico di massa è una macchia indelebile sulla reputazione artistica. Sarebbe ora di smettere di ragionare così.

Parsifal, quando il pop non bastava più

Il 1973 è l’anno in cui tutto converge. Parsifal – ispirato al ciclo medievale del cavaliere Perceval e alla leggenda del Sacro Graal – non è un disco dei Pooh nel senso in cui lo intendiamo oggi. È un concept album in piena regola, con una struttura narrativa che attraversa i lati come i movimenti di una sinfonia, con il Minimoog che tesse fili sonori tra una traccia e l’altra, con testi di Negrini che abbandonano la canzone d’amore per addentrarsi nella metafora e nell’allegoria.

Ascoltarlo oggi fa uno strano effetto. Da un lato riconosci le radici prog, i cambi di tempo, le suite strumentali, la voce di Facchinetti che vola sopra arrangiamenti da camera rock. Dall’altro, ogni tanto si sente una melodia così immediatamente bella da togliere il fiato. Così possiamo spiegare tutto: Parsifal è il punto in cui i Pooh dimostrano che non sono costretti a scegliere tra complessità e accessibilità. Possono tenerle insieme.

Il finale è questo: Parsifal è un disco che, se fosse uscito sotto un nome inglese, figurerebbe in ogni lista dei "50 dischi prog essenziali" pubblicata su qualsiasi rivista musicale del mondo.

Il quinto Pooh che non saliva mai sul palco

Valerio Negrini è la storia nella storia. Fondatore del gruppo, batterista ceduto alla causa nel 1971 per dinamiche interne fin troppo umane, Negrini è rimasto per decenni quello che qualcuno ha chiamato, con una certa precisione, "il quinto Pooh", quello che non compariva sul palco ma era presente in ogni singola parola. Quasi tutti i testi che avete cantato sotto la doccia, in macchina, alle feste di compleanno di qualcuno che conoscete appena: li ha scritti lui.

Ma Valerio non era un paroliere nel senso artigianale del termine. Era, a tutti gli effetti, un poeta con un’ironia tagliente, una cultura vastissima e un’ossessione quasi maniacale per la parola giusta al posto giusto. Dietro Pensiero, dietro Tanta voglia di lei, dietro certi versi che sembrano semplici al primo ascolto e si rivelano stratificati al secondo, c’è una mente che aveva letto, viaggiato, osservato. I suoi testi degli anni Settanta toccano l’emarginazione sociale, la libertà, il senso del tempo che passa.

Valerio Negrini è anche quello di Uomini soli, brano che vinse il premio della critica a Sanremo nel 1990, nato in taxi, su un pezzo di carta chiesto all’autista, nel tragitto di una mezz’ora tra casa e la sede del gruppo. Qualcuno, su certi forum musicali, lo ha paragonato a Mogol – e qualcun altro ha fatto notare che i suoi testi, rispetto a quelli di Mogol, reggono meglio all’invecchiamento perché sono meno legati al sentimentalismo d’epoca e più ancorati a un’osservazione quasi sociologica del mondo. Potete essere d’accordo o no, ma la conversazione sul tema è già significativa.

La cosa più beffarda è che Negrini sia morto nel 2013 senza aver mai ricevuto, in vita, il riconoscimento critico che meritava. Non una retrospettiva seria, nemmeno un saggio accademico degno di questo nome e nessun un posto nel pantheon della scrittura italiana del Novecento. Solo adesso, lentamente, qualcuno comincia a chiedersi se abbiamo perso qualcosa. La risposta, purtroppo, è sì.

Una rivalutazione che è già in corso

La buona notizia è che qualcosa sta cambiando. Le nuove generazioni di musicisti italiani – da Calcutta a diversi produttori del cantautorato contemporaneo – citano i Pooh con doveroso rispetto. L’algoritmo delle piattaforme streaming ha rimesso in circolazione brani dimenticati che stanno trovando orecchie nuove, curiose, prive di quei pregiudizi che ci portiamo dietro come un bagaglio non richiesto.

Forse il momento della resa dei conti con il nostro snobismo è arrivato. Forse è ora di riascoltare quei dischi senza la lente deformante di ciò che i Pooh rappresentavano culturalmente, e ascoltarli per quello che sono: musica fatta benissimo, da musicisti straordinari, che hanno avuto il torto – imperdonabile, in Italia – di piacere a tutti. E parole scritte da un poeta che nessuno ha avuto il buon senso di chiamare tale, finché non era troppo tardi.


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