Dimenticate Toretto: Point Break è il vero padre di Fast & Furious (ma molto più coraggioso)

Stessa trama, stessi problemi, ma una carica esplosiva e un finale che l'action di oggi si è del tutto dimenticato

Andrea Aurora

Andrea Aurora

SEO Specialist & Copywriter

SEO Specialist appassionato di cinema, tecnologia, collezionismo e cultura Pop. Amo unire analisi e creatività per raccontare storie digitali uniche.

Point Break finale spiegato

Dopo aver parlato della saga di Fast & Furious, sarebbe ingiusto non tornare indietro fino alla sua vera origine spirituale (oggi disponibile in streaming su Prime Video). Stiamo parlando di quello che moltissimi critici e appassionati considerano – a ragione – il modello da cui tutto è partito: Point Break, diretto nel 1991 da Kathryn Bigelow con Keanu Reeves e Patrick Swayze. Non è un’esagerazione da cinefili nostalgici: la trama del primo Fast and Furious del 2001 – un agente sotto copertura si infiltra in una banda sospettata di rapine, si affeziona al loro carismatico capo e alla fine deve scegliere tra il dovere e la lealtà appena costruita – è così sovrapponibile a quella di Point Break che moltissimi spettatori, nel corso degli anni, lo hanno scambiato per un vero e proprio remake mai dichiarato. Solo che al posto delle auto modificate e delle corse clandestine, qui ci sono le tavole da surf, le onde della California del Sud, e una banda di rapinatori di banche mascherati con i volti di quattro ex presidenti americani: Nixon, Reagan, Carter, Johnson.

Point Break: una regista donna al comando del film più testosteronico della sua epoca

E se vi dicessi che uno dei film più iper-mascolini, più carichi di testosterone e cameratismo fisico della storia del cinema d’azione americano è stato diretto da una donna? Il suo nome è Kathryn Bigelow, vincitrice del premio Oscar per The Hurt Locker. E lo ha fatto con un’intuizione di casting che, all’epoca, i produttori giudicarono quasi un azzardo: per il ruolo di Johnny Utah vennero considerati attori già affermati come Johnny Depp, Val Kilmer, Matthew Broderick e persino Charlie Sheen, ma Bigelow si impuntò per un Keanu Reeves ancora semisconosciuto, visto fino a quel momento soprattutto in ruoli comici. I produttori dubitavano seriamente che potesse reggere un ruolo action. Bigelow non cedette, e la storia le ha dato pienamente ragione: da lì a pochi anni, con Speed, Reeves sarebbe diventato una delle star action più solide di Hollywood.

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Un’amicizia che sconfina, apertamente, in qualcos’altro

Va detto senza troppi giri di parole, perché è ormai un’osservazione critica consolidata e non una provocazione: il rapporto tra Johnny Utah e Bodhi, il capo della banda interpretato da Patrick Swayze, è scritto e girato in modo tale che da andare ben oltre la semplice amicizia virile. Gli sguardi, la fisicità dei combattimenti che sconfinano quasi in coreografie di corteggiamento, battute che suonano oggi quasi apertamente ambigue – è un sottotesto che la critica cinematografica, e in particolare quella legata agli studi di genere, ha analizzato a fondo nel corso dei decenni, trasformando Point Break in un caso di studio ricorrente su come il cinema action americano dei primi anni Novanta gestisse, spesso inconsapevolmente, il desiderio omosociale sotto la superficie di un film pensato per un pubblico esclusivamente etero e maschile.

Che sia stato voluto fino in fondo dalla sceneggiatura o semplicemente emerso dalla chimica tra i due attori, resta uno degli elementi che rende il film ancora oggi materiale di discussione, ben oltre le acrobazie fatte sulle tavole.

Swayze che si lancia davvero dall’aereo, senza controfigura

Se Tom Cruise è noto per le sue folli performance senza controfigure, dovete sapere che Patrick Swayze – appassionato di paracadutismo nella vita reale – si scontrò apertamente con i produttori pur di eseguire personalmente le scene di lancio: cinquantacinque tuffi dall’aereo, nessuna controfigura, nemmeno nelle inquadrature più pericolose ad alta quota. Quando Bodhi urla "Adios amigo!" gettandosi nel vuoto, quello che vediamo sullo schermo non è un trucco di montaggio: è davvero Swayze che si lancia, senza stacco, in un’unica inquadratura continua. Sono anni in cui l’autenticità del rischio fisico era parte integrante dello spettacolo, molto prima che il genere action si affidasse quasi interamente alla computer grafica.

Un dettaglio biografico che il caso ha reso quasi poetico

C’è poi una coincidenza, probabilmente casuale ma difficile da ignorare, tra l’attore e il personaggio che interpreta: Johnny Utah, nel film, diventa agente dell’FBI dopo che un infortunio al ginocchio lo costringe ad abbandonare una promettente carriera nel football universitario. Nella vita reale, Keanu Reeves era stato un promettente giocatore di hockey su ghiaccio, prima che un infortunio al ginocchio, identico per dinamica a quello del suo personaggio, lo costringesse ad abbandonare definitivamente lo sport per dedicarsi alla recitazione. È uno di quei dettagli che, se inseriti volutamente in una sceneggiatura, sembrerebbero un artificio troppo furbo per essere credibile – e che invece, essendo autentico, aggiunge un livello di risonanza personale che nessuno sceneggiatore avrebbe potuto costruire a tavolino.

Un finale che nessun blockbuster oggi si permetterebbe di scrivere

Ed eccoci al punto più interessante del confronto con tutto quello che Point Break ha ispirato negli anni successivi, Fast & Furious compreso. Il finale del film non concede a Johnny Utah nessuna vittoria morale pulita: di fronte alla scelta tra arrestare Bodhi e lasciarlo andare incontro alla tempesta perfetta al largo dell’Australia – una situazione in cui la morte è praticamente certa – Utah sceglie la seconda opzione, lasciandolo libero di cavalcare la sua ultima, gigantesca onda, invece di consegnarlo alla giustizia.

Non è un lieto fine, e non è nemmeno la logica di "famiglia allargata che perdona tutto" su cui la saga di Fast & Furious avrebbe costruito il proprio impero un decennio più tardi. È qualcosa di più cupo e più adulto: la scelta di rispettare la libertà – anche autodistruttiva – di un uomo che ha smesso di considerare un criminale, pur sapendo perfettamente di aver tradito il proprio giuramento da agente federale. Se Fast & Furious ha reso la lealtà verso la "famiglia" un valore sempre vincente e sempre premiato, Point Break ci ricorda che l’originale di questa storia era molto più ambiguo, molto meno rassicurante, e proprio per questo più memorabile.

Il cerchio che si chiude (male) col remake del 2015

Quando Hollywood decise, nel 2015, di realizzare un remake di Point Break, la regia venne affidata a Ericson Core – che era stato il direttore della fotografia proprio del primissimo Fast and Furious del 2001. Il cerchio, insomma, si è chiuso da solo: il film che aveva ispirato Fast & Furious è stato rifatto da un tecnico cresciuto proprio dentro quella stessa saga automobilistica. Peccato che il risultato, quasi unanimemente, sia stato giudicato un fallimento. Il remake manca della chimica irripetibile tra Reeves e Swayze, manca dell’istinto action così personale di Kathryn Bigelow e le acrobazie sono state realizzate quasi interamente in digitale. In sostanza, il remake ha dimostrato semmai l’esatto contrario di quello che voleva celebrare – che certi film funzionano per l’irripetibile combinazione di persone, rischio reale e istinto autoriale che li ha resi, la prima volta, indimenticabili.


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