Stefano Pesce: "Il mondo dello spettacolo contiene fandonie etico-sessuali orribili. In arrivo una serie Netflix con me e Luca Zingaretti"

Stefano Pesce ci racconta sul confine tra vittima e carnefice nel suo nuovo film, sulla sua attività d'insegnante e sul prossimo debutto dietro la macchina da presa.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

SEO Specialist & Copywriter

SEO Specialist appassionato di cinema, tecnologia, collezionismo e cultura Pop. Amo unire analisi e creatività per raccontare storie digitali uniche.

Dalla serie con Zingaretti al film su Dalla: il contributo di Stefano Pesce contro il patriarcato e chi riduce la donna a un oggetto
IPA

Protagonista di Photogame – Autoritratto di un’ossessione di Alex Ruzzi, in sala dal 1° ottobre, Stefano Pesce racconta il suo personaggio – un industriale che insegue un sogno di gioventù fino a perdere il controllo di sé – e il lavoro, anche di scrittura, che ha portato sul set per costruirlo. Dopo anni passati a interpretare uomini di legge e di ordine, l’attore sceglie un ruolo che definisce "una difesa", e ne approfitta per raccontare una carriera che oggi si muove tra cinema, teatro, scrittura di racconti brevi e insegnamento, con diversi progetti già pronti a uscire: da una serie su Alessandro Volta a un film su Lucio Dalla, fino a una nuova serie Netflix con Luca Zingaretti.

Stefano Pesce racconta Photogame – Autoritratto di un’ossessione; Intervista Esclusiva

Prima domanda, secca: cosa ti ha spinto ad accettare il ruolo?

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La complessità psichica del protagonista, che è un debole che cerca di realizzare un sogno di gioventù mai perseguito, perché è un uomo senza coraggio. E poi le evoluzioni che queste sue azioni portano. È una difesa, questo ruolo è una difesa.

A livello professionale, invece, come ti sei avvicinato a un uomo che, pur avendo tutto, sceglie consapevolmente di distruggerlo?

Tecnicamente, professionalmente, ho tentato di rappresentare un uomo debole emotivamente, poco cresciuto sul piano interiore, ma con una struttura esterna molto solida.

Legata al lavoro, alla professione, alla posizione sociale…

Sì, la posizione, il denaro, lo status. È un uomo che vive secondo diktat che vengono dall’esterno – la rispettabilità, lo status sociale – e che coprono il suo bisogno più profondo: quello di essere visto.

Alex Ruzzi ha paragonato Luca a un moderno Icaro, che si brucia le ali avvicinandosi troppo al sole del proprio potere.

Per me è una metafora visiva molto precisa. In realtà lui cerca una visibilità, e questa visibilità la ottiene attraverso un’azione: quella di fotografare. A un certo punto decide che può ricominciare a scattare, ed è proprio questo il filo conduttore di tutto il film – il tentativo di tornare a fare ciò che amava da ragazzo.

Quindi, secondo te, lui è vittima o carnefice?

Innanzitutto è vittima di se stesso, perché non è all’altezza di quello che sta tentando di perseguire. Diventa inevitabilmente carnefice, ma il carnefice è l’effetto, la vittima è la causa – non il contrario. Il suo desiderio non è sottomettere nessuno: il suo desiderio è essere visto attraverso lo status del fotografo.

A una prima visione, però, risulta molto più carnefice che vittima.

Sicuramente ci sono dei problemi di scrittura, questo lo ammetto. C’è un momento nel film in cui lui inizia ad allontanarsi dal gioco che ha creato, ed è lì il punto di non ritorno: si rende conto che la situazione gli è sfuggita di mano, è diventata qualcosa di troppo morboso. Lentamente, e tardi, capisce di essere su una china molto pericolosa.

Cioè è completamente allo sbando…

Esatto. Ha degli imperativi categorici esterni a sé, che gli fanno da metro – e in un certo senso lo aiutano anche a non farsi del male, a non distruggersi del tutto. Tant’è vero che, in un momento del film, riesce a dire una cosa positiva a sua figlia – e in realtà la sta dicendo soprattutto a se stesso: "Segui i tuoi sogni, perché qualsiasi cosa succeda nella vita, se stai inseguendo quello che desideri davvero, la sopporti. Altrimenti no."

La nascita del progetto

Com’è nata l’idea del film?

Il produttore stesso, in presentazione, ha raccontato che anche lui, da ragazzo, aveva sempre avuto il desiderio di fare il fotografo. Non ci è mai riuscito, ha fatto l’industriale tessile. È la storia vera di Giorgio Barchietto, che è una storia assolutamente rispettabile. Noi ne abbiamo fatto il romanzo, ne abbiamo fatto un film – e per farlo abbiamo dovuto "pompare" nei punti in cui, nella sceneggiatura, c’era del marcio. Barchietto non è così: abbiamo dovuto costruire quella parte più oscura per dare forma a una narrazione che fosse anche utile all’intrattenimento.

Credo che il profilo psicologico del personaggio non sia arrivato in maniera così esplicita quanto le immagini…

Il film, in origine, era scritto diversamente, ed è stato rivisto per motivi di budget. Quando io e il regista ci siamo seduti davanti alla sceneggiatura per capire come tenerla insieme, abbiamo puntato su un thriller psicologico. Alcuni elementi dovevamo comunque mantenerli, altrimenti avremmo tradito completamente le aspettative del produttore. Non è arrivata fino in fondo un’introspezione psicologica davvero ben dipanata – quella l’ho perseguita soprattutto io, in prima persona.

È mancato un po’ tutto quel passaggio laboratoriale, insomma…

La lavorazione ha avuto due battute d’arresto importanti. Abbiamo girato una settimana a Biella a maggio di due anni fa, poi c’è stata una lunga pausa estiva in cui abbiamo cercato di capire come proseguire con quello che avevamo già girato. Poi altre due, quasi tre settimane a Modena, un altro mese di stop, e infine una settimana a Venezia. Tanto è vero che, dal punto di vista degli ambienti, il film è molto ricco.

C’è uno spazio pazzesco, enorme: la laguna veneta con l’isoletta di Poveglia, la città di Biella. Il produttore, tra l’altro, è proprio di Biella – un bravo uomo che ha provato a produrre un’opera prima, e questo è quello che ne è venuto fuori.

Dall’ordine al caos

Tu hai interpretato per anni figure di ordine e autorità – poliziotti, magistrati. A livello professionale, l’interesse per un ruolo così diverso nasce da una ricerca personale di sperimentazione?

La voglia di fare qualcosa d’altro, sì. Perché un uomo che è costretto ad avere un ordine morale ha dentro di sé, comunque, delle passioni oscure che ribollono.

Credo sia dentro ognuno di noi, in fondo…

Esatto, e questa figura non è così distante, soprattutto da una certa categoria di uomini. Per me è un po’ come interpretare Macbeth.

Visto che il film ruota intorno al mondo della fotografia e della moda, ho fatto un collegamento con l’attualità: pensi che Photogame scoperchi in parte un’ipocrisia di quel mondo, e più in generale dello spettacolo?

Sappiamo benissimo che il mondo della moda e dello spettacolo contengono al loro interno delle fandonie a carattere etico-sessuale orribili. Ma questo non è un film su quello, non è un film che accusa il mondo della moda in sé – anche se poi, per semplicità di analisi, si tende a leggerlo così. Io ho cercato di dire: il problema è suo, di questo singolo uomo, non del sistema che lo circonda.

Le ragazze del film, infatti, ne escono completamente pulite: non sono ambigue, non sono complici.

Prima della presentazione a Roma ho detto che questo è il mio contributo alla lotta contro il patriarcato – contro quegli uomini che hanno un’idea della donna come oggetto, in questo caso un oggetto da fotografare, non da sottomettere fisicamente. Perché il rapporto corpo a corpo, per certi uomini, è troppo: non ce la fanno. Non perché siano deboli nel senso della virilità, ma perché non sanno rapportarsi a un mondo femminile così diverso dal proprio, nella sua nudità più autentica.

Per il resto, è vero quello che dici: il personaggio non è sempre sostenuto fino in fondo dalla scrittura originale. Molto del film è nato durante le riprese – del resto un film si scrive tre volte: quando lo si scrive sulla carta, quando lo si produce, e poi di nuovo sul set. Io ho partecipato attivamente a tutti e tre questi momenti. Anche se non ho firmato la sceneggiatura, ho contribuito a spostare scene, a ricostruire alcuni dialoghi, a inventare interi momenti non previsti dal copione originale – soprattutto nei passaggi più delicati, quelli legati alla crisi più profonda del personaggio e al modo in cui questa crisi esplode nel finale. A un certo punto, giustamente, il regista mi ha detto: "Stefano, adesso fatti un po’ da parte." E aveva ragione – anche perché, nel frattempo, sto studiando per diventare regista a mia volta.

Ho già una mia prima opera in cantiere, presentata alla Emilia Romagna Film Commission: si chiama Riviera, una storia familiare scritta con Gian Piero Rigosi. Non è che voglio diventare regista di professione, ma fare esperienza di regia mi aiuta molto a crescere come attore – a capire meglio come si lavora su una scena, su un’interpretazione, su come si sviluppa davvero un personaggio.

A proposito: fai parte anche del corpo docenti di un corso di recitazione, giusto?

Sì, il terzo tassello è proprio l’insegnamento. Faccio parte di Camera Acting, un corso finanziato dalla Regione Emilia-Romagna e dall’Europa. Mi mette nella posizione di avere una classe di allievi: faccio, diciamo così, l’attore senior – non mi considero davvero un docente, anche se poi loro mi trattano come tale. Studiamo delle scene, le mettiamo in pratica, le filmiamo, in una sorta di classe aperta dove c’è un attore più anziano – io, che in alcuni casi ho anche quarant’anni più di alcuni ragazzi, visto che a ottobre ne compio cinquantanove. Propongo dei percorsi di costruzione del personaggio, insieme a molti altri docenti. Recitare, puntare alla regia, scrivere, insegnare: sono tre pezzi diversi che mi aiutano a specializzarmi sempre di più nel mio lavoro.

So anche che scrivi racconti brevi…Mi puoi accennare qualcosa?

Sì, scrivo piccoli racconti che poi diventano dei cortometraggi. Sono due racconti diventati due corti. Uno è tratto da un romanzo già pubblicato, l’altro è una storia vera: quella di una rabdomante trevigiana, un passaggio di consegne tra una nonna e una nipote delle capacità rabdomantiche. L’altro racconta la crisi di coscienza etica di un guerriero longobardo del settimo secolo. Sono entrambi su YouTube, due pezzi da circa mezz’ora ciascuno. Uno si chiama Trevisi, l’altro Lupo Longobardo.

I progetti in arrivo

Ultima domanda: progetti in arrivo o futuri? Mi hai già accennato Riviera.

Quello, dal punto di vista cinematografico, è un lungometraggio, quindi sarà un impegno piuttosto importante. Si basa su due vicende familiari: l’alluvione di Bologna del 2024, e un periodo della mia famiglia a Gerusalemme nel 1972. Non posso dirti di più. Ho poi appena concluso le riprese per Rai 1 di un film su Alessandro Volta, in cui interpreto il fratello maggiore dell’inventore. Domani chiudo l’ultimo giorno di riprese di un film su Lucio Dalla, girato qui a Bologna, in cui interpreto Roberto Roversi, il paroliere che gli scrisse tre album. Sto girando, tra Roma e Anguillara, una serie con Sabrina Ferilli che si chiama Testa Alta, per Mediaset. Uscirà anche una serie per ragazzi, su Rai Kids, intitolata Tata Carolina, dove interpreto un papà. E infine ci sarà una serie Netflix con Luca Zingaretti, quello di Montalbano, che si chiama Il Capo Perfetto.


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