Peppone Calabrese: "Antonella Clerici è stata la mia palestra, porto tutto nel cuore. Sono tornato a vivere a Potenza per fare l'oste" - Intervista
Libero Magazine ha incontrato Peppone Calabrese, il conduttore di Camper Osteria Italia, in onda tutti i giorni nel daytime di Rai 1

Il cibo non è mai solo cibo, ma un incontro tra persone. Un concetto che entra ogni giorno nelle case degli italiani grazie a Peppone Calabrese, fiero lucano ed oste, ormai volto fisso del mezzogiorno estivo di Rai 1. Dal successo di Linea Verde fino alla sfida quotidiana di Camper, il conduttore accompagna gli italiani all’ora di pranzo e porta sul piccolo schermo una televisione diversa: autentica, lenta e vicina alla terra.
Intervista a Peppone Calabrese, conduttore di Camper Osteria Italia, in onda dal lunedì al venerdì alle 12 su Rai 1
In questa intervista a Libero Magazine, Peppone Calabrese ha parlato delle sue origini, di una terra che non conosce confini, della responsabilità di condurre un prodotto tv nella fascia del mezzogiorno e dei suoi progetti futuri oltre la televisione.
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Entra nel canale WhatsAppIl camper evoca l’idea di libertà, ma anche di adattamento. Qual è la cosa più bella (e magari quella più faticosa) del raccontare l’Italia costantemente in movimento?
Noi siamo partiti da un dato, che è la difficoltà che ha la provincia – e i paesi – a sopravvivere e a generare nuove proposte per far sì che le persone possano vivere felicemente. Si parla sempre di resilienza, un’accezione in realtà negativa che significa resistenza. Un uomo dovrebbe puntare ad essere felice piuttosto che a resistere. Ci siamo posti delle domande su quello che sta succedendo alla provincia. I paesi si stanno spopolando, ma ci siamo resi conto – anche con l’esperienza di Linea Verde – che la provincia è portatrice sana di valori, cultura e di tutto quello che si è sempre generato negli anni.
Una delle chiavi di lettura è anche il cibo. Il racconto della provincia italiana passa quindi da questo, e si è quindi costruito questo pensiero di narrazione. C’è una sfida tra due osterie che vengono in studio. In questo modo non vogliamo spettacolarizzare la cucina, ma costruire una partecipazione; per questo motivo, chiamiamo le province a raccontarsi in studio. Il servizio pubblico deve fare questo a mio parere.
Andate tra l’altro in onda durante il mezzogiorno di Rai 1, una fascia storica legata ai riti della cucina e della famiglia che si riunisce.
È la fascia oraria che aveva Camper, un momento che rievoca l’estate degli italiani, il viaggio di chi si portava la casa dietro.
Entrare nelle case degli italiani a quell’ora è per te grande responsabilità, trattasi del momento in cui tutti si riuniscono per pranzare?
Certo, questo è il motivo per cui abbiamo pensato di essere leggeri, di iniziare cantando. La leggerezza, che non è superficialità, porta una grandissima responsabilità in questo racconto. La responsabilità di far parlare chi non ha voce, chi si sente il carico profondo di questa narrazione. Io mi sento molto responsabile di tutto questo, anche perché sono tornato a vivere a Potenza, ho aperto un ristorante e ho deciso di fare l’oste. L’ho deciso perché mio nonno era un agricoltore e aveva speso tutta la vita per far studiare l’ultimo figlio maschio, cioè mio padre, che è poi diventato medico. Quando è morto, e io sono tornato a Potenza, al momento della successione io e mio fratello ci siamo resi conto di non sapere dove fossero le terre di mio nonno. Mi sono quindi messo alla ricerca di tutti questi piccoli agricoltori e contadini, perché non aveva più voce lui, e li ho invitati nel mio ristorante.
Per far tornare la cultura dei prodotti che vengono dalla Terra…
Certo. Quale messaggio più sostenibile di questo!? Dobbiamo preservare il patrimonio della terra. Se perdiamo di vista la cultura italiana, troppo spesso siamo costretti a partire.
La tua carriera non nasce infatti negli studi televisivi, ma tra i tavoli e i prodotti della tua terra. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la tua missione di "raccontare il cibo" stava uscendo dalle mura del tuo locale per arrivare a milioni di italiani?
Non ho mai sognato di fare la tv, è capitato. Ho un motto nella mia vita: "Se c’è qualcosa prendila, non farti pregare. Sarebbe imperdonabile potere e non provare". Quando mi capitano le cose, me le vivo e me le godo, e a me è andata così. Adesso faccio questo con la stessa responsabilità di quando racconto un prodotto. Mi piace stare in mezzo alla gente, mi piace il confronto, il dialogo e non cambio nemmeno in televisione. Sono convinto che il segreto della felicità stia proprio nella relazione, nello stare insieme; io non faccio altro che essere me stesso.
Che ricordo hai invece del tuo debutto a La Prova del cuoco e quanto è stato importante per te avere la fiducia di una "maestra" della televisione come Antonella Clerici?
Di lei ricordo l’accoglienza e il modo che aveva di "lanciarmi", ma anche il suo sorriso. Porto tutto nel cuore. La Prova del Cuoco è stata la mia prima palestra, perché facevo l’inviato nel Sud Italia e raccontavo lo street food. Adesso le osterie sono tornate fortemente di moda, ma dieci anni fa c’era questa grande escalation di tutta la cucina stellata. Lo street food era veramente l’ultimo baluardo e io andavo in giro a raccontarlo, per le strade e nelle piazze.
Tutti questi piccoli racconti sono poi diventati prima dei racconti a Linea Verde, quando avevo un piccolo ruolo, e poi quando sono diventato conduttore del programma. Secondo me, lì si fa un passo indietro in qualità di presentatore, anche perché si dà la possibilità agli altri di parlare e di raccontare.
Per la cultura del sapere…
Certo. Gli unici che possono raccontare perfettamente, dall’inizio alla fine, cosa succede per costruire un mobile di casa tua sono gli artigiani, che possono dire cosa c’è dietro quel legno e tutti i passaggi che ha dovuto affrontare per arrivare fin lì. La stessa cosa la può fare un agricoltore o contadino.
Se la Rai ti proponesse un progetto tutto tuo, magari in prima serata o in una veste completamente diversa da quella del gastronomo itinerante, accetteresti la sfida?
Io credo di dover ancora crescere. Questo programma me lo sento addosso e cucito bene su di me, e per questo sto bene dove sto. Penso che ci sia ancora tanto da raccontare, sopratutto perché rispecchia quello che sono. Snaturarmi non darebbe la stessa resa. Le sfide in realtà mi piacciono molto, ma non vivo per la popolarità. Non scalpito per fare un’altra cosa, io voglio continuare ad essere così, a cuore scalzo.
C’è chi dice che sono un conduttore anomalo, probabilmente si. A me piace la diversità espressiva e non giudico mai; apprezzo molto tutti i generi. Spero solo che nessuno mi dica che io sia maleducato. Penso e spero di essere rispettoso del lavoro degli altri; se qualcuno mi criticasse su questo, allora farei una seria analisi su me stesso. Se non mi contestano questo ma solo il fatto che canto, ballo, che parlo ogni tanto in dialetto, non ci sono problemi per me.