Passaparola torna in tv? La strategia Mediaset divide, ma mette a nudo il vero problema in casa Rai: il rischio di non stare al passo è alto

Passaparola e Rischiatutto: Mediaset sarà anche nostalgica, ma almeno si muove. In Rai regna l'immobilismo

Giusy Palombo

Giusy Palombo

Content creator

Giornalista e content creator. Racconto cultura pop e spettacolo tra articoli e video, con uno stile diretto e autoriale.

C’è un dettaglio che sta passando quasi inosservato nel dibattito sulla televisione italiana, eppure racconta molto bene lo stato di salute delle nostre due principali aziende televisive. Da una parte c’è Mediaset, che nelle ultime settimane ha registrato puntate zero, testato nuovi progetti, valutato il ritorno di programmi storici e messo in moto una macchina che sembra avere un obiettivo preciso: capire cosa possa funzionare nella televisione del prossimo futuro. Dall’altra c’è la Rai, che continua a presentarsi come il grande punto di riferimento del sistema televisivo italiano ma che, almeno sul fronte dell’innovazione dei format, appare sorprendentemente immobile.

Mediaset pesca dal passato per costruire il futuro: in Rai, invece, regna l’immobilismo

La notizia della registrazione di una puntata zero di Passaparola è soltanto l’ultimo tassello di un mosaico molto più ampio. Il celebre quiz condotto da Gerry Scotti, diventato un fenomeno di costume tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, potrebbe tornare in una veste aggiornata. Non è ancora detto che accada davvero, anche perché restano questioni legate ai diritti del format, ma il punto è un altro: Mediaset ci sta lavorando. E non è l’unico progetto sul tavolo. Negli ultimi mesi il Biscione ha sperimentato con diversi titoli che appartengono alla memoria collettiva del pubblico italiano. Da La Ruota della Fortuna, già rilanciata con risultati molto più che incoraggianti, fino ai test legati a Ok, il prezzo è giusto, Jeopardy e The Money Drop. Senza dimenticare le varie operazioni che guardano all’universo dei quiz e dei game show che hanno segnato un’epoca.

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Qualcuno potrebbe obiettare che non si tratta di innovazione ma di semplice nostalgia televisiva. Un’obiezione legittima, almeno in parte. È vero: recuperare vecchi marchi non significa in automatico essere moderni. Riproporre un programma che ha avuto successo vent’anni fa non garantisce che quel successo possa ripetersi oggi. I gusti del pubblico cambiano, il consumo televisivo cambia, la concorrenza delle piattaforme digitali cambia completamente le regole del gioco. Eppure c’è un elemento che non può essere ignorato. Per quanto discutibile possa apparire la strategia, Mediaset sta dando l’impressione di essere un’azienda che si pone delle domande. Prova a capire quali prodotti possano ancora avere un potenziale. Investe risorse nella sperimentazione. Mette alla prova idee, conduttori e format prima di decidere se portarli in palinsesto. In altre parole: si muove. Alcuni esperimenti funzioneranno. Altri no. Ci sono programmi che troveranno spazio. Altri che finiranno inevitabilmente nel cassetto. Ma il processo è quello di una televisione che cerca soluzioni. Proprio qui emerge il confronto con la Rai.

La Rai osserva, Mediaset sperimenta: perché il ritorno dei vecchi format racconta una tv che non sa più osare

Se si osserva il panorama degli ultimi mesi, risulta difficile individuare una strategia altrettanto chiara sul fronte dell’innovazione. Il servizio pubblico continua a fare affidamento su marchi consolidati, volti rodati e meccanismi che funzionano. Una scelta che può anche essere comprensibile dal punto di vista degli ascolti, ma che rischia di trasformarsi in un problema quando diventa l’unica linea editoriale possibile. L’esempio più evidente è probabilmente Canzonissima. Il progetto è stato presentato come uno degli eventi più significativi della nuova stagione. In effetti rappresenta una delle poche operazioni che abbiano cercato di proporre qualcosa di diverso rispetto all’offerta abituale della Rai. Però, al netto del valore del marchio e dell’interesse generato dall’iniziativa, il senso di novità è apparso piuttosto limitato. A cambiare sono stati soprattutto i protagonisti, la confezione e alcuni elementi della messa in scena. Molto meno il linguaggio televisivo, la struttura narrativa o l’approccio al varietà. Si tratta di una rilettura più che di una rivoluzione.

Questo va benissimo. Il problema nasce quando quella rilettura rappresenta quasi l’unica eccezione all’interno di un panorama nel quale si fatica a intravedere nuovi titoli, meccanismi diversi e idee originali. Un paradosso piuttosto curioso. Per decenni la Rai è stata il principale laboratorio creativo della televisione italiana. È stata la casa dei grandi varietà, dei format che hanno fatto scuola, delle sperimentazioni che poi venivano imitate da tutti gli altri. Era il luogo in cui si costruivano linguaggi e tendenze. Oggi, invece, sembra prevalere una logica opposta: preservare ciò che funziona e ridurre al minimo i rischi. La prudenza ha le sue ragioni e questo è comprensibile. Sbagliare può costare caro in un contesto frammentato, fatto di ascolti sempre più difficili da ottenere e una concorrenza che arriva da ogni direzione. Ma esiste anche un rischio meno visibile e forse ancora più pericoloso: quello dell’immobilismo. Una televisione che non sperimenta smette lentamente di capire il proprio pubblico.

Mediaset trova la sua formula magica con i format del passato?

Mediaset non sta necessariamente trovando la formula magica. Non è detto che il ritorno di Passaparola diventi un successo. Non è detto che Jeopardy riesca a conquistare il pubblico italiano. Non è detto che tutti i progetti oggi in fase di test arrivino davvero sul piccolo schermo. Ma almeno esiste una ricerca e la volontà di verificare se un’idea possa ancora funzionare. C’è la volontà di costruire alternative e il coraggio di mettere in discussione ciò che già esiste. È una differenza enorme.

Perché tra una televisione che prova e una televisione che aspetta, il vantaggio competitivo appartiene quasi sempre alla prima. Anche quando commette errori. La storia della televisione, del resto, è piena di programmi nati tra mille dubbi e diventati fenomeni inattesi. Ed è piena anche di aziende che hanno perso terreno proprio perché troppo impegnate a difendere il presente invece di immaginare il futuro. Forse alcuni dei format che Mediaset sta rispolverando appartengono davvero a un’altra epoca. Forse il rischio nostalgia esiste. Qualcuno potrebbe storcere il naso di fronte all’ennesimo ritorno di un marchio storico. Ma tra il tentare una strada e restare fermi, oggi il Biscione sembra aver scelto la prima opzione. La Rai, invece, continua a dare l’impressione di essere in attesa. Di cosa, però, non è ancora chiaro. Ma aspettare raramente è una strategia vincente. Molto più spesso è il modo più elegante per farsi superare dai competitor.


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