Rolling Stones, che batosta: peggio di così non poteva andare. Beyoncé si conferma regina dell'universo. Pagelle nuovi singoli 17 Luglio 2026
Un venerdì 17 luglio ricco di nuovi singoli, col ritorno inaspettato di Beyoncé e i Rolling Stones che si riscoprono giovanissimi e sensuali. Ma come sono i brani di oggi? Ascoltiamoli insieme

Ci siamo, è venerdì 17 luglio e puntuale come una cambiale torna il New Music Friday, quel magico momento della settimana in cui le piattaforme digitali si intasano di uscite e noi dobbiamo scremare l’oro dalla fuffa. Oggi c’è un traffico che neanche in tangenziale all’ora di punta. Al banco dei pegni del pop troviamo pesi massimi globali come Beyoncé e dinosauri immortali come i Rolling Stones, pronti a contendersi i clic della BeyHive e dei nostalgici del rock. Ma la griglia di partenza è affollata anche sul fronte italiano, dove l’immancabile Achille Lauro prova a lanciare l’ennesimo inno da stadio, mentre i Santi Francesi tentano il colpaccio d’autore con una mossa da veri terroristi delle classifiche estive. A chiudere il cerchio ci pensa la malinconia in Polaroid di Svegliaginevra. Mettetevi comodi, stappate qualcosa di fresco e andiamo a vedere chi ha tirato fuori la perla e chi ha toppato in questo giro di release.
New Music Friday: Rolling Stones – Jealous Lover
Allora, i Rolling Stones stabiliscono che a ottant’anni suonati è il caso di fare i giovani e sensuali, mollano le chitarre ignoranti e si buttano dentro un R&B super patinato. L’effetto finale è un misto tra la nostalgia per i tempi d’oro e quel brivido strano che ti viene quando vedi tuo nonno che ci prova in discoteca usando il falsetto. A livello di testo, Mick Jagger che fa il geloso e insulta l’amante ficcanaso è una qualcosa che ha già scritto nel 1972, l’umorismo c’è ma lo spessore è praticamente zero. Però c’è da dire che la produzione di Andrew Watt ci mette una pezza clamorosa: tira fuori un suono caldissimo e sontuoso, dove l’organo di Winwood e il groove di Jordan salvano la baracca in un modo decisamente godibile. Di originale c’è poco, l’unica novità è che fanno rhythm and blues a un’età in cui la gente normale fa i cantieri o le parole crociate. Jagger con quel falsetto compie un miracolo della genetica, anche se ogni tanto sembra di stare in una chiesa battista della Louisiana. Alla fine della fiera il pezzo gira, è orecchiabile e ti fa muovere la testa, ma non è Satisfaction. È un pezzetto da ricchi nostalgici, buono se ti piace il soul pettinato senza pretese.
Voto: 6.5
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Entra nel canale WhatsAppSvegliaginevra – La foto migliore
Siamo dalle parti del classico indie-pop italiano da spiaggia, l’ennesima foto sbiadita di un amore estivo che finisce male, tra la nebbia nei pensieri e la rassegnazione. L’atmosfera è proprio quella di un tardo pomeriggio ad agosto con la sabbia dentro le scarpe e il Calippo sciolto sulle dita: rassicurante, sì, ma l’abbiamo già vissuta quaranta volte. Il testo con la metafora della canzone che fa da vecchia fotografia è anche carino, per carità, ma è poco originale. Almeno non c’è rancore, il che fa bene al fegato. La produzione e l’arrangiamento fanno il loro dovere, un sound pulito, standard, che ti accompagna senza darti scossoni o farti saltare sulla sedia. Un pezzo del genere non ha innovazione, sembra quasi scritto seguendo un modello prestampato. Svegliaginevra ha comunque un bel timbro dolce e quella spensieratezza un po’ triste che rende tutto credibile. In radio e nelle playlist da autostrada per il mare ci finirà dritta, perché è fatta apposta per quello. Insomma, un pezzo onesto che fa il suo: ti deprime il giusto senza rovinarti l’abbronzatura. Buono se vivi di Polaroid e non hai ancora superato le vacanze del 2018.
Voto: 6,5
Beyoncé – Morning Dew (Donk)
Queen Bey festeggia il compleanno con sessanta giorni d’anticipo perché lei può fare quello che vuole, e per l’occasione va a rispolverare i fasti di B’Day. Il pezzo sa di opulenza primi anni duemila lontano un chilometro: un tripudio di ego smisurato, beat pesanti e ringraziamenti calcolati bene per i suoi fan. Se cerchi un significato profondo stai fresco, è un’autocelebrazione pura dove la profondità lirica è non pervenuta, ma d’altronde qui si deve ballare e non pensare alla fame nel mondo. Il vero miracolo lo fanno Pharrell Williams e The-Dream al banco regia: tirano fuori una mitragliatrice ritmica, un "Donk" che è un banger micidiale, pulito e tamarrissimo al punto giusto. Siccome è un’operazione costruita per un anniversario, di originale non c’è niente, preferiscono rifare il trucco al passato piuttosto che inventarsi il futuro. Lei però alla voce è una macchina, potrebbe cantare l’elenco del telefono delle Pagine Gialle e sembrerebbe comunque la padrona del mondo. Orecchiabilità ai livelli di guardia, questo pezzo sarà un rullo compressore nei club e ti si ficcherà in testa anche se non vuoi. Alla fine è un’operazione di marketing clamorosa, consigliata a chi venera Beyoncé e a chi rimpiange i tempi in cui i telefoni avevano ancora i tasti fisici.
Voto: 7,5
Achille Lauro – La città degli angeli
Lauro torna da Los Angeles e ci rifila il solito pacchetto completo: fragilità, eccessi, gioventù bruciata e generazioni in bilico. L’atmosfera è quella del suo classico maledettismo da cinema, un po’ James Dean dei poveri e un po’ parcheggio dell’autogrill sulla Milano-Laghi. Il testo parla di una generazione che rincorre le cose e della felicità che dura un secondo, ma sono concetti che ci ha già spiegato in tutte le salse, quindi il lirismo scivola via nel già sentito. L’arrangiamento e i suoni sono fighi, si sente che ha registrato in America e che c’è un respiro internazionale, ma la struttura sotto sotto resta telefonata e prevedibile. Lauro fa Lauro, non rischia niente, e il problema è che l’effetto shock degli inizi è svanito da un pezzo. La voce però è bella teatrale, graffiante, buttata lì con quell’epica un po’ disperata che funziona da dio se devi cantare negli stadi e fare comunione con la curva. Il pezzo è ruffiano, orecchiabile il giusto per farsi cantare a squarciagola sotto il palco durante i live. È un instant-anthem fatto con lo stampino per riempire i vuoti tra un fuoco d’artificio e l’altro, buono per i cuori infranti che fanno i finti viaggi on the road.
Voto: 6,5
Santi Francesi – Nebbia
Questi due qua decidono di tirare un ceffone alle regole del mercato estivo e se ne escono a luglio con un pezzo orchestrale, maestoso, completamente senza batteria. L’impatto emotivo è una mazzata spiazzante e claustrofobica, sembra di stare a piangere dentro una cabina telefonica mentre fuori c’è il nebbione che non vedi a un metro. Il testo vola alto rispetto alle scemenze pop da classifica, è un dialogo a distanza con l’ex che fa male, crudo e senza filtri ipocriti. L’arrangiamento è una roba coraggiosa da matti: via le percussioni, dentro un muro di archi violenti e un pad synth che cresce fino a un finale cinematografico pazzesco. Uscire con una roba così in piena estate è terrorismo artistico puro, se ne sbattono delle logiche commerciali e fanno benissimo. Alessandro De Santis alla voce è uno dei più bravi in circolazione, la scelta di filtrarlo all’inizio come se fosse al telefono rende tutto ancora più intimo prima che esploda il tutto. Certo, l’orecchiabilità immediata la perdi totalmente, nelle radio commerciali questo pezzo passerà forse di notte se il regista si addormenta, ma va bene così. È un’opera d’arte fuori tempo massimo, la prova che questi non sono normali, sono solo bravi. Consigliato a chi odia i tormentoni e preferisce farsi del male emotivo pure con quaranta gradi all’ombra.
Voto: 7,5
