L'Odissea, su RaiPlay il capolavoro italiano regge benissimo il confronto con il kolossal di Nolan: ogni generazione ha l'Ulisse che si merita

Cinquantotto anni separano lo sceneggiato Rai con il nuovo kolossal di Christopher Nolan: due modi opposti di raccontare lo stesso viaggio di ritorno a casa

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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SEO Specialist appassionato di cinema, tecnologia, collezionismo e cultura Pop. Amo unire analisi e creatività per raccontare storie digitali uniche.

La storia si ripete: l’umanità continua a raccontarsi da quasi tremila anni e ogni generazione lo fa a modo suo. Il viaggio di ritorno di Ulisse da Troia a Itaca è probabilmente il racconto più adattato della storia della narrazione occidentale, e proprio per questo diventa uno specchio perfetto per capire come cambiano le cose – come cambia il mondo. La questione infatti non è tanto capire Omero, quanto per capire chi e come lo sta raccontando in quel preciso momento storico e culturale. Per comprendere meglio ciò di cui stiamo parlando è bene fare un salto temporale al 1968, quando la Rai ne fece uno sceneggiato dedicato all’Odissea che è rimasto negli occhi di intere generazioni di italiani. Oggi, cinquantotto anni dopo, nel luglio 2026, Christopher Nolan ha portato la stessa storia in sala con un budget di 250 milioni di dollari e la tecnologia Imax più avanzata mai utilizzata. Mettere a confronto questi due estremi è un modo per capire quanto sia cambiato, nel frattempo, il modo in cui pensiamo al viaggio, all’eroismo, e persino al ritorno a casa.

Odissea, la Rai produsse il colossal a "km zero"

Come dicevamo, bisogna calarsi nel contesto per apprezzare fino in fondo cosa rappresentò l’Odissea del 1968. Era la prima produzione a colori della Rai (anche se in Italia venne trasmessa in bianco e nero, dato che la tv a colori sarebbe arrivata stabilmente solo nel 1977), e quella scelta tecnica serviva principalmente a rendere il prodotto vendibile all’estero. Fu una coproduzione internazionale vera e propria, tra Dino De Laurentiis Cinematografica, la Rai, la francese ORTF, la tedesca Bavaria Film, con la collaborazione della jugoslava Jadran Film. Insomma: per l’epoca è stata sicuramente un’operazione decisamente ambiziosa – pensata fin dall’inizio per superare i confini nazionali – con Franco Rossi alla regia principale affiancato da Piero Schivazappa e da un nome che agli appassionati di cinema horror farà venire i brividi, Mario Bava.

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A dare corpo a Ulisse fu l’attore jugoslavo Bekim Fehmiu, che all’epoca aveva solo trentun anni pur interpretando un uomo ormai maturo, segnato da vent’anni di guerra e di mare. Al suo fianco, la greca Irene Papas nei panni di Penelope: due volti che portavano nella produzione un’autenticità mediterranea che oggi, con il senno di poi, risulta quasi una scelta di casting coraggiosa. Sarebbe stato molto facile "ripiegare" su star italiane più familiari al pubblico di casa.

Il ciclope che ha traumatizzato una generazione

C’è un episodio che, ancora oggi, chi ha visto quello sceneggiato da bambino ricorda con un misto di terrore e affetto: quello dedicato a Polifemo, diretto interamente da Mario Bava insieme a Carlo Rambaldi per gli effetti speciali. Il ciclope, con il suo unico occhio spalancato in mezzo alla fronte, terrorizzò letteralmente un’intera generazione di bambini italiani davanti al televisore. Si tratta di un aneddoto che rimbalzò ovunque e che circola ancora oggi tra chi si occupa di storia della televisione. Ma perché vi sto dicendo questo? Perché racconta meglio di qualsiasi recensione quanto quello sceneggiato riuscisse a colpire nel segno con mezzi che, per gli standard di oggi, sembrerebbero rudimentali. Era un’epoca in cui il fascino di un mostro si costruiva con l’ingegno artigianale, non con un render digitale: eppure funzionava, e funzionava alla grande. La sceneggiatura, del resto, prendeva in prestito la traduzione di Rosa Calzecchi Onesti e si permetteva anche qualche libertà rispetto al poema originale. Infatti, la storia d’amore tra Nausicaa e Ulisse viene resa molto più esplicita che in Omero, e i compagni di viaggio arrivano persino a ribellarsi apertamente al loro comandante, cosa che nel testo omerico resta solo una questione appena accennata. Quindi sappiate, cari "puristi", che "tradire" leggermente il testo originale per renderlo più drammatico e più televisivo non è affatto un’invenzione contemporanea.

Nolan, l’Imax e l’Odissea come evento globale

Passiamo ora al 2026, un salto temporale pazzesco che porta con sé una lista infinita di cambiamenti cultura e tecnici. Il nuovo film di Christopher Nolan, uscito nelle sale il 17 luglio, arriva dopo il trionfo di Oppenheimer e porta con sé un cast che definire stellare è quasi riduttivo: Matt Damon nei panni di Ulisse, Anne Hathaway in quelli di Penelope, Tom Holland come Telemaco, Zendaya nel ruolo della dea Atena, oltre a Robert Pattinson, Lupita Nyong’o e Charlize Theron.

Nolan ha girato l’intero film con tecnologia Imax mai utilizzata prima, con un budget dichiarato di 250 milioni di dollari, e il weekend di apertura ha superato, secondo le prime stime, i 264 milioni di dollari di incasso globale – un dato che batte persino l’esordio di Oppenheimer.

C’è un dettaglio riguardo al cast che merita una menzione a parte, perché racconta bene lo spirito dell’operazione: Nolan ha scelto il rapper Travis Scott per il ruolo del cantore, l’aedo che nella tradizione omerica tramanda oralmente le gesta degli eroi, spiegando di aver voluto creare un parallelo diretto tra il rap e la poesia come forme d’arte analoghe. È una scelta che, a suo modo, fa lo stesso lavoro che nel 1968 fece la voce di Giuseppe Ungaretti nel prologo dello sceneggiato Rai: cercare un’autorità culturale che legittimasse l’operazione agli occhi del pubblico. Solo che nel 1968 quell’autorità veniva dalla poesia colta e novecentesca, mentre nel 2026 arriva dalla cultura pop più contemporanea e globale che esista.

Due Ulisse, due modi di intendere il viaggio

Ecco dove il confronto si fa davvero interessante, al di là dei semplici numeri di budget. L’Odissea del 1968 era, nella sua ambizione internazionale, ancora un prodotto profondamente radicato nel Mediterraneo: girato tra gli studi di Dino De Laurentiis a Roma e le coste della Jugoslavia, con attori balcanici e greci a incarnare un mito che apparteneva geograficamente a quei luoghi. Era un’Italia che andava verso il boom economico e guardava all’Europa e al mondo con orgoglio e voglia di dimostrare che anche la televisione pubblica poteva competere con il grande cinema. Nolan, cinquantotto anni dopo, prende lo stesso mito e lo trasforma in un evento cinematografico globale, pensato per gli schermi Imax di tutto il pianeta, con un cast hollywoodiano che porta la storia lontanissima dalle sue radici geografiche originarie e la trasforma in un prodotto pop pensato per parlare a chiunque, ovunque, contemporaneamente.

Fate attenzione, non è un giudizio sul valore delle due diverse opere: sono semplicemente due modi diversi, e profondamente coerenti con la loro epoca, di rispondere alla stessa domanda. Cosa significa, oggi, il viaggio di ritorno a casa? Nel 1968, in un paese ancora impegnato a ricostruire un’identità nazionale e una credibilità internazionale dopo la guerra, Ulisse diventava il simbolo di una fatica quasi documentaristica, umana, fatta di ostacoli affrontati con mezzi artigianali. Nel 2026, in un’epoca di contenuti globalizzati pensati per performare al box office del primo weekend, lo stesso naufrago diventa lo spunto per un evento visivo mondiale, dove il ritorno a casa si misura anche in milioni di dollari incassati.

Cosa resta, alla fine, del racconto originale

Resta da chiedersi, senza nostalgie fuori luogo, cosa sopravviva davvero del cuore dell’Odissea in entrambe le versioni. Il poema di Omero parla, prima di ogni altra cosa, di un uomo che ha visto troppo, che ha perso troppo, e che deve reimparare a essere qualcuno per la propria famiglia dopo vent’anni di assenza. È una storia sull’identità che si sgretola e si ricompone lontano da casa, non semplicemente un’avventura fatta di mostri e tempeste. Lo sceneggiato del 1968, con tutti i suoi limiti tecnici, riusciva a restituire queste sensazione "intime" proprio perché la sua scala era più contenuta, quasi teatrale, capace di soffermarsi sui silenzi e sui volti. Se il colossal di Nolan riuscirà a fare lo stesso, nonostante la scala planetaria dell’operazione, lo scopriremo solo a distanza di tempo – ma è comunque affascinante pensare che, tra un ciclope fatto a mano nel 1968 e un ciclope generato con la tecnologia più avanzata del 2026, la vera sfida resti sempre identica: far sentire allo spettatore, per qualche ora, cosa significhi desiderare disperatamente di tornare a casa.


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