Christopher Nolan sfida Omero... ma perde: perché Odissea è un grande film con un problema enorme

L'Ulisse fragile e umano di Matt Damon, i richiami all'attualità e il parallelo con Oppenheimer: così Nolan prova a riscrivere Omero, ma finisce per scontrarsi con la forza dell'originale

Diego Scappini

Diego Scappini

Giornalista

Classe 1987, lo sport è il mio habitat naturale ma sono appassionato anche di TV, serie e cinema, soprattutto horror.

Matt Damon - Odissea

Matt Damon piange in Odissea. Piange parecchio, forse troppo. Si dispera, guarda il mare con la stanchezza di un uomo che vorrebbe soltanto tornare a casa. Un Ulisse molto lontano dall’eroe che per secoli abbiamo immaginato, ma si tratta di una scelta precisa: Christopher Nolan lo racconta stanco, impaurito, pieno di dubbi, persino pentito delle proprie imprese.

La fragilità del protagonista è sicuramente l’aspetto più interessante di Odissea. Nolan non si limita a prendere il poema di Omero e a riproporlo davanti alla macchina da presa con una montagna di effetti speciali. Lo riscrive, modifica il peso di alcuni personaggi e prova a trasformare un racconto vecchio quasi tremila anni in una storia attuale sull’uomo, sulla guerra e sulle conseguenze delle proprie scelte. Il problema è che, alla fine, la parte più potente è quella che aveva già scritto Omero.

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Un Ulisse molto lontano da Odisseo

Odisseo, nel poema, è un uomo che usa soprattutto la testa: è astuto, intelligente, coraggioso. Anche imperfetto, certo, spesso arrogante e curioso fino a cacciarsi nei guai, ma ogni volta riesce a inventarsi una soluzione. È colui che si presenta a Polifemo come Nessuno e che costruisce un inganno dentro l’inganno, uno stratega prima ancora che un formidabile guerriero.

Il protagonista di Nolan è molto diverso. Matt Damon interpreta un uomo che subisce gli eventi e la sua sofferenza occupa molto più spazio della sua astuzia. La guerra di Troia lo segue e perseguita come un peso che non riesce a scrollarsi di dosso. La scelta è interessante perché cambia completamente il significato del viaggio: questo Ulisse, prima ancora di tornare a Itaca, vuole fare i conti con ciò che è diventato. Ma più Nolan cerca di rendere umano il suo eroe, più lo allontana da quella caratteristica che lo ha reso immortale: l’astuzia.

Il cavallo di Troia è la bomba atomica dell’età del bronzo

A questo punto il collegamento con Oppenheimer diventa quasi inevitabile. Il cinema di Nolan torna sull’uomo che costruisce un’arma per vincere una guerra e scopre soltanto dopo il prezzo della propria invenzione: in Oppenheimer c’era la bomba atomica, qui c’è il cavallo di Troia.

Due strumenti ovviamente diversi, ma con una funzione narrativa simile: entrambi sono decisivi per ottenere la vittoria e diventano il simbolo di qualcosa che sfugge al controllo dei propri creatori. Il cavallo permette ai Greci di vincere Troia, però quella vittoria ha un prezzo salatissimo e Ulisse comincia a guardare la propria impresa con gli occhi di chi ha capito che vincere una guerra non significa necessariamente aver fatto la cosa giusta. Gli stessi occhi di Cillian Murphy nei panni di Robert Oppenheimer nella celebre scena del test nucleare.

La legge di Zeus e una regola che vale anche oggi

Una delle espressioni più ricorrenti nei 180 minuti di girato – e che contribuisce a rendere Odissea un film sorprendentemente contemporaneo – è "la Legge di Zeus", la xenia, la sacra legge dell’ospitalità. Nella mitologia greca lo straniero deve essere accolto e rispettato – potrebbe essere una divinità sotto mentite spoglie – e altrettanto deve fare lui nei confronti di chi lo ospita. Quando questo equilibrio viene spezzato, saltano anche i rapporti che tengono insieme la comunità. La Legge di Zeus però vale anche fuori dal mondo di Omero: una società funziona perché le regole vengono rispettate anche quando sarebbe più conveniente aggirarle. Il problema nasce quando qualcuno decide che quelle regole possono essere infrante in nome della guerra, della vittoria o di un interesse superiore.

Qui il richiamo all’attualità arriva quasi da solo e si accompagna tra l’altro a un altro tema: la capacità dei "vecchi" di lasciare spazio a una generazione diversa, rappresentata da Telemaco (Tom Holland), chiamata a ereditare un mondo costruito da uomini che hanno passato la vita a combattere.

Tra armature ed effetti speciali, un kolossal poco epico e molto umano

Il discorso sull’umanità torna prepotente anche in Atena. Per buona parte del film la figura interpretata da Zendaya sembra quella di una vera divinità, salvo poi venire ricondotta verso il finale a qualcosa di molto più terreno: una sacerdotessa, una donna mortale massacrata dai Greci a Troia. Anche qui il film toglie il mito e lascia l’essere umano.

Per non parlare dell’ironia scatenata dai primi trailer per quelle armature enormi, muscolari, quasi sproporzionate. Sembravano corazze da supereroi prese in prestito dal set de Il Cavaliere Oscuro. A film visto, però, acquistano un significato diverso: quell’eccesso visivo finisce per ridimensionare chi le indossa. Agamennone ne è l’esempio più efficace. Dentro la corazza sembra inavvicinabile; appena la depone, diventa vulnerabile e va incontro alla morte per mano della moglie Clitennestra, che non gli ha perdonato il sacrificio della figlia.

Lo stesso vale per la scelta di Nolan di lesinare, in alcuni momenti, sugli effetti speciali. Per un film sull’Odissea ci si poteva aspettare un bombardamento continuo di immagini spettacolari. Invece il regista evita l’effetto "guarda cosa posso fare". Alcune sequenze sono sorprendentemente scarne e questa scelta può essere letta proprio così: se il cuore del film è l’umanità dei protagonisti, anche la messa in scena deve evitare di trasformarli continuamente in figure sovrumane.

Purtroppo questa spiegazione non cancella del tutto la sensazione di occasione persa: l’Odissea dopotutto offre un immaginario talmente grande che qualche momento spettacolare in più, capace di lasciare davvero a bocca aperta, avrebbe fatto comodo.

Un cast enorme che rimane spesso sullo sfondo

A costo di ripeterci, lo stesso discorso vale per il cast. Matt Damon, Robert Pattinson, Tom Holland, Zendaya, Anne Hathaway, Charlize Theron, Lupita Nyong’o, Elliot Page: nomi che da soli bastano a costruire per anni l’hype attorno a un film. Eppure la maggior parte dei loro personaggi rimane sullo sfondo.

Forse il solo Pattinson riesce a imporsi con una presenza molto forte, mentre altri interpreti hanno a disposizione materiale troppo compresso per lasciare il segno che ci si aspetterebbe da attori e attrici di quel calibro. D’altronde non è difficile capire perché: l’opera di Omero è enorme e tre ore non bastano per raccontarla tutta, forse neanche una serie TV sarebbe sufficiente.

Alcuni tagli, insomma, erano inevitabili, ma proprio quei tagli rendono evidente un altro problema: le singole parti funzionano meno del film nel suo insieme. Nel complesso infatti Odissea scorre: ha un ritmo efficace, un comparto sonoro impressionante e parecchi momenti in cui il cinema di Nolan torna a farsi sentire con forza, soprattutto nelle sequenze in mare. Se però si prendono le singole scene e si mettono sotto la lente d’ingradimento, la magia diminuisce e alcune chiedono una certa dose di sospensione dell’incredulità.

Nolan non fa il compitino, ed è proprio questo il difetto del film

Accusare Nolan di aver fatto il compitino sarebbe ingeneroso. Il compitino sarebbe stato prendere l’Odissea, riprodurre i personaggi che tutti conoscono, aggiungere qualche effetto speciale e consegnare al pubblico un gigantesco album illustrato del poema di Omero. Nolan fa l’opposto, ovvero prende il materiale originale e lo piega alla propria idea di cinema. Trasforma Ulisse, ridimensiona il mito, mette al centro la guerra e le sue conseguenze, parla di responsabilità, generazioni e regole che vengono infrante in nome della vittoria.

Solo che la visione del regista non sempre riesce a produrre qualcosa di più forte dell’originale. Anzi, in alcuni momenti sembra quasi che Nolan abbia preso l’idea centrale di Oppenheimer e abbia pensato: e se funzionasse anche per Ulisse? Il risultato è un film spettacolare, tecnicamente impressionante e molto più personale di quanto potrebbe sembrare a una prima occhiata, ma con il protagonista talmente lontano dall’Odisseo che conosciamo da perdere proprio quella qualità che lo rendeva speciale.

Resta una domanda difficile da evitare: dopo aver avuto la libertà di reinventare uno dei racconti più importanti della storia dell’umanità, quanto di questa Odissea sarebbe rimasto se al posto di Omero ci fosse stato un soggetto originale? Omero continua a essere Omero, mentre Nolan, stavolta, sembra molto meno Nolan di quanto promettesse il nome sulla locandina.


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