Il nuovo album di Max Gazzè ci costringe ad ascoltare quello che trascuriamo ogni giorno. Recensione di L'ornamento delle cose secondarie
Un album lungo e tutto accordato in 432 Hz con il quale Max Gazzè ci costringe a prestare attenzione a quello che trascuriamo ogni giorno. La recensione del nuovo album

L’ornamento delle cose secondarie è un disco fuoriposto. Max Gazzè ha accordato un intero album a 432 Hz invece dei convenzionali 440 Hz prendendo una posizione estetica che rischia di diventare il suo stesso limite, perché quando il gesto concettuale è così visibile, così dichiarato, ci si chiede inevitabilmente se la musica basti a sostenerlo, o se l’idea finisca per fare più clamore delle canzoni.
Il 432 Hz porta con sé un bagaglio ingombrante. Da decenni è territorio di appassionati, mistici, teorici dell’armonia cosmica e qualche audiofilo con troppo tempo libero, tutti convinti che quella differenza di otto vibrazioni al secondo avvicini il suono alle leggi naturali dell’universo, alla musica sacra o addirittura al corpo umano. Ma Gazzè non cita nessuno di loro esplicitamente, pur evocandoli tutti. E proprio quella convocazione è già una forma di compiacimento intellettuale che l’album deve guadagnarsi, traccia dopo traccia, senza rete.
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Entra nel canale WhatsAppIl titolo è un manifesto che suona meglio a leggerlo che ad ascoltarlo: le cose secondarie come ornamento, come poetica del margine, come rifiuto ostentato della grandiosità. Una posizione nobile, certo, ma anche comodissima. Perché celebrare ciò che è trascurato è, per assurdo, un gesto molto calcolato. Ma L’ornamento delle cose secondarie è un disco che non vuole conquistarti d’impulso. La domanda è se valga davvero l’attesa.
Il contadino magro
L’intro è una solenne liturgia bucolica. Max Gazzè si traveste da filosofo stoico e ci insegna l’arte della semina esistenziale. Un’apertura acustica di spessore quasi mistico, davvero perfetta per scrollarci di dosso le illusioni della modernità. Ci sentiamo tutti un po’ più saggi, e decisamente più magri.
Voto: 7.5
L’eremita – parte II
Il ritorno del figliol prodigo. Max rispolvera uno dei suoi personaggi più iconici e gli dona un sequel intriso di misticismo ed elettronica colta. Il basso pulsa con una gravità quasi astronomica, celebrando l’isolamento come status symbol spirituale. Roba che al confronto i vostri weekend passati a fare "digital detox" sembrano una gita a Gardaland.
Voto: 8
Intermezzo bianco
Una parentesi celestiale di tre minuti scarsi. È un limbo sonoro che fluttua nell’iperuranio gazzettiano, una nuvola di rarefazione acustica che serve a far riposare le vostre sinapsi prima delle successive vette intellettuali. Elegantissimo esercizio di stile.
Voto: 7
Facce da vecchi
Un trattato geriatrico-esistenziale in chiave progressive rock. Gazzè affronta lo scorrere del tempo con un’ironia talmente aristocratica da far sembrare le rughe il nuovo trend dell’alta moda. La stratificazione degli strumenti è una delizia per i padiglioni auricolari più esigenti.
Voto: 7.5
Amo
Ecco il fulgore melodico che squarcia la prima metà dell’opera. Un manifesto di panteismo radicale dove l’artista decide di elargire il proprio amore all’universo intero, senza distinzioni di ceto, genere o specie. L’arrangiamento è maestoso, un crescendo che vi costringerà ad abbracciare il monitor del computer.
Voto: 8.5
Da piccolo
Psicoanalisi cosmopolita per basso e voce. Emergono i fantasmi di un’infanzia nomade passata a osservare il mondo da prospettive mobili. C’è una commovente compostezza aristocratica in questo racconto: l’emozione è densa ma trattenuta, vietato versare lacrime plebee.
Voto: 7
Sorriso largo
Ingegneria emotiva intergenerazionale. Un brano che unisce padri e figli attraverso una linea melodica di squisita fattura. Gazzè riesce a essere tenero senza mai scivolare nel melenso, mantenendo quel distacco ironico che lo eleva sopra la massa dei cantautori strappalacrime.
Voto: 7.5
Cherubini scalzi
Gazzè scende dalle sfere celesti e cammina sul bitume cittadino, regalandoci una teologia dell’asfalto. Lo sguardo si posa sugli ultimi della terra con una grazia obliqua, sorretto da un arrangiamento notturno che fa tanto "intellettuale che fuma sul balcone alle tre di notte". Affascinante.
Voto: 8
La legge dell’etica
L’imperativo categorico di Kant incontra il funk d’avanguardia. Di fronte alla fluidità morale selvaggia, Max sale in cattedra e declama un testo di spessore civile con un piglio talmente imperioso che vi verrà voglia di pagare le tasse con due mesi di anticipo. Ritmica d’acciaio.
Voto: 8
Attriti
Giro di boa del disco ed eccoci a un sublime esercizio di decompressione. Un invito solenne ad alleggerire la zavorra dell’anima per non auto-bruciarsi nel proprio fuoco interiore. Le trame sonore sono complesse ma l’effetto è defaticante, ideale per riprendersi dal proprio ego.
Voto: 7
La forma
Un’esplorazione filosofico-somatica dell’essere attraverso la materia. In questo brano entrano in gioco quegli strumenti bizzarri costruiti appositamente per il disco, che regalano una timbrica a metà strada tra l’archeologia musicale e la colonna sonora di un film di fantascienza sovietico. Esperimento riuscitissimo.
Voto: 7.5
Il matrimonio di tua figlia
Dramma shakespeariano in miniatura. Max dipinge con ironia tagliente e sublime malinconia il trauma paterno del "lasciare andare". L’eleganza teatrale si avverte in ogni singola nota, perfetta per ricordarci che la vita è una commedia, soprattutto quando c’è di mezzo un rinfresco di nozze.
Voto: 8
Ali
Signore e signori, levatevi il cappello. Ci troviamo di fronte all’Icaro del pop colto italiano. Una ballata monumentale sul concetto di limite umano che, anziché deprimerci, ci spalanca le porte del sublime. L’arrangiamento degli archi è talmente sfarzoso che dovrebbe essere illegale. Capolavoro.
Voto: 9
Io, Giuda
Il brivido del teatro tragico. Un monologo cupo, viscerale, che scava nel rimorso del traditore per antonomasia senza emettere sentenze morali da quattro soldi. L’interpretazione di Gazzè è di un’intensità quasi spaventosa, assecondata da una strumentazione spettrale. Chapeau.
Voto: 8.5
Rumore
La nemesi della pace interiore. Un affresco spigoloso e nevrotico del caos contemporaneo, dove persino la preghiera capitola davanti al sovraccarico di informazioni. La musica si fa spezzata e dissonante, fotografando perfettamente la nostra quotidiana schizofrenia digitale.
Voto: 7
Sul filo – parte II
Altra mirabile chiusura di un cerchio concettuale. Max torna a fare il funambolo dell’instabilità emotiva e il suo basso sale in cattedra per impartire lezioni di groove assoluto. Un pezzo trascinante che gioca sulla bellezza della precarietà. Balliamo, ma con la consapevolezza di poter cadere da un momento all’altro.
Voto: 8
Fatto accaduto in estate
Una micro-cronaca effimera e solare, che scivola via tra le dita con la stessa caducità delle ferie d’agosto. Ottimo il ricamo delle percussioni, che ricrea quel senso di transitorietà balneare ma filtrato, ovviamente, da una mente superiore.
Voto: 7
Dio
Niente dogmi vaticani o catechismi preconfezionati. Gazzè indaga l’assoluto attraverso frammenti di quotidiano e immagini poetiche sbiadite. Una ricerca teologica agnostica, mossa da una curiosità nobilissima e cullata da una melodia circolare che non cerca risposte definitive.
Voto: 7.5
Terra madre
Il pilastro morale dell’opera. Un brano epico, titanico nell’incedere, che si scaglia contro la mercificazione del globo terracqueo. Una chiamata alle armi ecologica che vibra di un’indignazione solenne e commovente. Se la Terra potesse cantare, probabilmente avrebbe la stessa estensione vocale di Max in questo pezzo.
Voto: 9
L’oscurità
Il sipario cala nel modo più aristocraticamente coerente senza nessuna parata trionfale, ma con una discesa nel buio come passaggio catartico per comprendere la luce. Un finale sussurrato, aperto, che vi lascerà lì, immobili sulla sedia, a interrogarvi sul senso del tutto. O, più prosaicamente, a farvi ripartire il disco da capo.
Voto: 8
Giudizio complessivo: 7.75
