Il nuovo album di Blanco è una fuga dall'autodistruzione, 42 km a piedi per crescere: basteranno davvero? La nostra recensione di Ma'
Tre anni di silenzio, 42 km a piedi lungo il Lago di Garda e un titolo a metà. Blanco torna a fare ciò che sa fare meglio: rendersi impossibile da ignorare

Tre anni di silenzio, quattro singoli rilasciati col contagocce e 42 chilometri percorsi a piedi lungo il Lago di Garda per consegnare il disco alla madre prima che arrivasse su Spotify. Il nuovo album di Blanco, Ma’ – quindici tracce, undici inediti, disponibile dal 3 aprile 2026 per EMI Records Italy con la direzione artistica di Stefano Clessi e la produzione del fido Michelangelo – è il lavoro discografico con cui Riccardo Fabbriconi dismette i panni di fenomeno precoce e prova a diventare un artista adulto. Ci sono due collaborazioni – con Gianluca Grignani ed Elisa – a presidiare i momenti più ambiziosi ma la vera dichiarazione è la copertina che mostra Blanco con la madre (fotografati dal padre). Tutto resto lo decidono le canzoni.
Ti voglio bene, uomo
Il disco si apre con una dichiarazione d’amore (ma anche di profonda amicizia) maschile. L’elettronica è nervosa e ben costruita, il messaggio è vero, ed è quello di una lettera scritta agli amici di una vita che lavorano duramente mentre lui si esibisce a San Siro. Funziona. Qualcuno potrebbe obiettare che aprire un disco dedicato alla madre con una canzone sugli amici è già di per sé una dichiarazione di poetica involontaria. Blanco probabilmente non lo ammetterà mai.
Voto: 7,5
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Ma’
La title track è il senso dell’intero progetto. Gli assoli di chitarra analogica hanno una fisicità ormai introvabile nel pop contemporaneo, e il testo – con quella frase-cardine "non mi voglio bene come me ne vuoi tu" – riesce a toccare l’universale partendo da un privato così specifico da sembrare quasi indiscreto. È il brano che giustifica l’intero disco. Se fosse un film, sarebbe l’unica scena che ricordi uscendo dalla sala.
Voto: 8
Peggio del diavolo (con Gianluca Grignani)
Il voto più alto del disco, senza discussioni e senza sensi di colpa. Grignani e Blanco sono due facce della stessa medaglia maledetta: scomodi nella vita prima ancora che nello stile musicale. Il loro incontro è quello di due persone che si sono riconosciute in un corridoio e hanno deciso di non mentirsi mai. Promosso con lode.
Voto: 9
Tanto non rinasco
Il titolo dice già tutto, forse troppo. È il brano in cui Blanco rischia di diventare una citazione di se stesso: il dolore si avverte, ma stavolta sembra più una posa che una ferita. Non è una brutta canzone – Blanco non sa scrivere brutte canzoni, è la sua maledizione – ma è quello che, tra dieci anni, ascolterete skippando più spesso. Un buon secondo piano che vorrebbe fare il protagonista.
Voto: 6,5
Ricordi (con Elisa)
Elisa porta classe, proprio quella che non si scrive in un capitolato di produzione. Il sax è la vera svolta dell’intero album – che qui riprende fiato – e quando due voci non si pestano i piedi, il risultato si chiama eleganza.
Voto: 8,5
Los Angeles
Chitarra acustica e archi: la combinazione funziona, è collaudata e non delude le aspettative. Il problema pare essere esattamente questo, perché non scuote abbastanza. È un brano da playlist autunnale, da finestra appannata, da "mi sento profondo" delle 23 di un mercoledì. Blanco ci mette tutto il cuore, e si vede. Ma il cuore a volte ha bisogno anche di un pizzico di follia. Promosso per buona condotta.
Voto: 7
Anche a vent’anni si muore
Il titolo è una provocazione esistenziale che il brano onora con serietà. È uno di quei momenti in cui Blanco smette finalmente di difendersi e si lascia cadere dentro il testo senza rete. La morte come metafora dell’identità che si sfalda è un territorio già battuto, ma qui viene attraversato con una consapevolezza che, a 23 anni, fa quasi paura. Il voto sarebbe 8, ma la produzione frena l’impatto nel finale.
Voto: 7,5
15 dicembre (prima)
La prima metà di un dittico narrativo: una data come punto di partenza, il "prima" come un tempo sospeso tra quello che era e quello che verrà. Blanco costruisce bene l’attesa, anche se il rischio del concept troppo letterale è sempre dietro l’angolo. Funziona meglio in sequenza con il brano successivo perché da solo, zoppica leggermente. Non tutti i capitoli reggono senza il libro intorno.
Voto: 7
27 luglio (dopo)
Il "dopo" risponde al "prima" e chiude il cerchio con più forza di quanto il brano precedente avesse aperto. La struttura duale è la mossa più cinematografica del disco dopo Ricordi: due date, quasi un prima e un dopo che non vengono mai spiegati. Chi ascolta riempie lo spazio con la propria storia.
Voto: 7,5
Woo
Questo è il Blanco che tanti piangono come scomparso e che qui riappare a ricordare che sotto ogni cosa c’è ancora il ragazzo di Innamorato. È il brano che ai concerti farà cantare anche chi il disco non lo ha ascoltato.
Voto: 8
Fuochi per aria (la fortuna)
Il brano più divisivo del disco, e non nel senso nobile del termine. Il suono eccessivamente ricco è straniante rispetto al tono del resto della tracklist – e l’intenzione si capisce, si apprezza anche in teoria, ma in pratica produce il momento in cui l’ascoltatore alza lo sguardo e pensa "ma dove stiamo andando?". Un esperimento coraggioso che non riesce a convincere fino in fondo.
Voto: 5,5
Fuori dai denti
La vocazione notturna di questo brano è talmente reale che l’inquietudine ritmica che avvertiamo potrebbe fare danni in cuffia alle 2 di notte. Il problema è che la pista da ballo viene solo sfiorata. Con il 10% di rischio in più sarebbe stato il brano dell’anno. Con il rischio attuale è un ottimo brano che non diventa eccellente.
Voto: 7,5
Piangere a 90
"Sono stanco, son Riccardo / Sono Blanco, sono stato pure in vetta": il distico autobiografico più chiaro del disco, e anche il più pericoloso, perché mette in scena la frattura identitaria senza mai risolverla davvero. Il brano è onesto, discontinuo, a tratti irrisolto.
Voto: 7
Maledetta Rabbia
Blanco ci fa girare la testa, la rabbia sarebbe anche credibile, ma il brano finisce prima di esplodere davvero. Come un temporale annunciato che scarica metà della tensione e poi si sposta altrove.
Voto: 7
Un posto migliore
Piano e voce. Fine. Quando Blanco smette di cercare il colpo ad effetto e si serve del pianoforte, succede qualcosa di difficile da spiegare. Il finale quasi jazz è la chiusura più matura che potesse immaginare. Il disco poteva finire peggio. Il disco poteva finire meglio. Finisce così, e così va bene.
Voto: 8
Voto Complessivo: 7,5
