Arisa si gioca la voce in Foto mosse, il nuovo album in cui può essere finalmente se stessa: un rischio necessario. La nostra recensione

Un nuovo album con tutti i brani scritti da lei. Arisa è maturata ancora dai tempi di Ero Romantica e pubblica un lavoro in cui può essere libera di essere Rosalba

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Dopo anni di trasformazioni e sperimentazioni d’immagine, Arisa torna alla sua dimensione più pura con Foto Mosse, un progetto che segna uno spartiacque definitivo nella sua carriera. A cinque anni dall’ultimo lavoro in studio, Ero romantica, la cantante lucana compie un passo di estremo coraggio artistico, assumendosi per la prima volta la piena responsabilità della scrittura di ogni singolo brano. Non è più solo l’interprete celestiale che presta la voce a penne altrui, ma un’autrice che espone le proprie fragilità, i propri errori e una rinnovata consapevolezza sentimentale.

L’album, prodotto con la consueta precisione dai Mamakass, si presenta come un diario intimo e volutamente imperfetto, dove la "sfocatura" citata nel titolo diventa una metafora della vita stessa: la bellezza del movimento, dell’incertezza e del rifiuto della perfezione plastica. Tra sonorità che spaziano dal pop orchestrale a sofisticate incursioni R&B e soul, Arisa scava tra i chiaroscuri della dipendenza affettiva, la riscoperta delle radici e il desiderio di libertà.

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Portami con te

Un’apertura così ordinata e rassicurante che sembra il kit di benvenuto di un hotel tre stelle superior. Arisa canta sapendo di saper cantare (quasi ci fa piangere, succede ogni volta), quindi si impegna il minimo sindacabile. È un riempitivo messo in prima posizione per dirci: "Tranquilli, non vi succederà nulla di eccitante nei prossimi tre minuti". Messaggio ricevuto, stiamo già sbadigliando.
Voto: 6

Il tuo profumo

Il singolo che piace a tutti perché riduce la complessità dei sentimenti umani a un efficace "fanc*lo, mi manchi". Arisa abbandona le prudenze interpretative per sporcarsi le mani con la realtà di un sentimento che non si arrende alla fine, dimostrando che la sua maturità artistica passa anche attraverso l’essere, finalmente, meno "interprete" e più "persona".
Voto: 7

Amore Universale

C’era un rischio altissimo di finire nel banale e Rosalba ci si è tuffata a bomba con un carpiato da manuale. La tecnica vocale è l’unica cosa che impedisce al brano di implodere sotto il peso dei luoghi comuni. È musica d’arredamento: serve a riempire il silenzio mentre fai altro, tipo controllare se hai pagato la bolletta del gas. Il riempitivo del riempitivo.
Voto: 5

Magica Favola (Sanremo 2026)

Quarta a Sanremo con un testo che definire "semplice" è un generoso eufemismo. Eppure, la magia nera della sua voce riesce nell’impossibile: rendere solenne una filastrocca farti credere che sia l’Iliade. Un cortocircuito uditivo: le parole dicono "niente", ma la voce dice "tutto". Magia o truffa? Nel dubbio, chapeau.
Voto: 6

Atomi

L’amore come materia elementare. L’intuizione era carina, poi però è arrivata la produzione dei Mamakass che ha steso sopra una mano di vernice radiofonica così uniforme da piallare ogni emozione. È la canzone che ascolti distrattamente in radio mentre cerchi parcheggio e che dimentichi esattamente nel momento in cui spegni il motore.
Voto: 5

Lonely Boy

Habemus papam. Incredibile: Arisa scopre l’R&B e smette di fare la fatina dei boschi. Qui le parole bruciano e il ritmo morde. "Troppo tesa per lasciarmi amare" è la prima frase del disco che non sembra uscita da un Bacio Perugina. Quando non si autolimitarsi e mette la tecnica al servizio del dolore vero, non ce n’è per nessuno.
Voto: 8

Vento tra le braccia

Un ritorno a Maratea tra gelati e nostalgia. È la "pausa caffè" dell’album. Il problema è che in questo disco abbiamo già preso tre caffè, un decaffeinato e un orzo bimbo. Dolce, carina, innocua. Perfetta per quando hai bisogno di sentirti in vacanza senza pagare il biglietto del treno.
Voto: 5

Non mi mancherai

Finalmente un po’ di cattiveria. Arisa usa la sua voce celestiale per dire cose atroci ("massacrarci di promesse") e il contrasto è godurioso. È la Arisa che ci piace: quella che ti sorride mentre ti buca le gomme dell’auto. Quando decide di graffiare, si vede finalmente un po’ di sangue in questo album decisamente troppo prudente.
Voto: 6

Foto mosse

La title track ha la fortuna di avere lo zampino poetico di Dimartino. È una ballad classica, solida, che trasforma i cliché in promesse credibili. È la copertina del disco non solo di nome, ma di fatto: l’unico momento in cui il progetto sembra avere una direzione artistica precisa e non essere solo una collezione di provini ben registrati.
Voto: 8

Cime tempestose

L’ansia del telefono che non squilla. Un dramma universale che Arisa maneggia con una maestria tale da non risultare patetica (impresa quasi impossibile). È una canzone subdola: la ascolti, pensi sia "carina", poi ti ritrovi a fissare il soffitto con questo brano in loop mentale. Manipolatrice.
Voto: 7

Ed era maggio

Un pezzo retro che sembra infilato lì per non spaventare i fan sopra i settant’anni. In un disco che dovrebbe raccontare chi è Arisa oggi, questa traccia sembra un reperto archeologico infilato lì per sbaglio. Una concessione che toglie ossigeno all’identità artistica.
Voto: 4

Benedetti amanti

Una ballad tecnicamente ineccepibile dove Arisa dimostra di essere maturata timbricamente. Peccato che il testo non decolli mai. Ancora una volta, la sua laringe fa il lavoro sporco, salvando una scrittura pigra. Arisa è il ghostwriter di sé stessa: la sua interpretazione scrive quello che la sua penna ha dimenticato di annotare.
Voto: 7

Nuvole

La prima traccia scritta del progetto e si sente: c’è una fame che altrove è stata placata dai carboidrati della produzione pop. Senza troppi orpelli o fiocchetti, ci racconta la fine di una storia con una genuinità che mette quasi a disagio.
Voto: 7

Arrivederci

Un organo da funerale (o matrimonio, che spesso è la stessa cosa) apre la strada a un soul inaspettato. Se l’album è un viaggio attraverso diverse sfaccettature dell’io, questa traccia è il punto di arrivo più coraggioso e riuscito, lasciando intravedere la direzione di un’artista che non ha più paura di confrontarsi con la propria grandezza. È il finale che salva la baracca e ci lascia con un dubbio atroce: ma perché non ha fatto tutto il disco così?
Voto: 8

Giudizio complessivo: 6,5


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