Fotinì Peluso torna al cinema con Non è la fine del mondo: "I giovani di oggi hanno più possibilità, ma c'è troppa pressione". L’intervista

L’attrice racconta la commedia generazionale di Valentina Zanella, il suo personaggio Emma e la pressione che oggi pesa sui ventenni tra social, aspettative e ricerca di sé.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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Tra ironia, fragilità e ricerca della propria strada, Non è la fine del mondo racconta quella fase della vita in cui tutto sembra possibile ma allo stesso tempo incredibilmente complicato. Protagonista del film è Emma, una ragazza che si muove tra sogni, paure e un mondo che spesso sembra chiederle di essere diversa da quello che è. In questa intervista Fotinì Peluso parla della costruzione del personaggio, del lavoro con la regista Valentina Zanella e di come la commedia possa diventare uno strumento potente per raccontare le inquietudini di una generazione.

Quando hai letto per la prima volta la sceneggiatura di Non è la fine del mondo, qual è stata la tua prima reazione? E cosa cerchi in una storia o in un personaggio quando scegli un ruolo? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che volevi interpretare Emma?

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La prima reazione è stata ridere. Ed è stata anche una cosa molto decisiva rispetto alla scelta di fare questo film: in un certo senso si è imposta da sola. È una commedia che mi ha fatto davvero ridere e ultimamente non mi capita spesso di leggere sceneggiature comiche che mi facciano ridere così tanto.

C’è sempre un po’ il problema dell’attore che rimane incastrato in certi ruoli e rispetto ad altre cose che ho fatto in passato qui c’era anche una sorta di rivincita. Forse ho scritto in fronte "tragedia", e in effetti può essere che abbia fatto spesso qualcosa di molto reale o drammatico, ma è anche per questo che mi ha fatto tanto piacere ricevere la proposta di una commedia.

Tra l’altro questo film lo reputo davvero una commedia pura. Spesso si tratta di tragicommedie o drammi con elementi ironici, mentre qui si rispettano molto i toni della commedia semplice, contemporanea. E allo stesso tempo ci sono comunque dei messaggi importanti: c’è tutto il discorso generazionale, per esempio.

Credo che la commedia sia uno strumento meraviglioso per comunicare al pubblico anche cose molto profonde senza renderle bianche o nere. Il rischio della tragedia, a volte, è quello di avere un messaggio univoco che diventa quasi un macigno. La commedia invece permette di affrontare temi pesanti ironizzando e questo genera tantissima empatia. Ed è anche più facile che le persone ci si ritrovino.

Io ho empatizzato moltissimo con il personaggio e con le dinamiche del film. Anche quando qualcosa poteva sembrare una caricatura, per me aveva una base molto veritiera: erano situazioni e dinamiche che avevo vissuto o rivissuto anch’io.

Emma è un personaggio che attraversa un momento di grande confusione nella vita. Se dovessi descriverla con tre parole, quali sceglieresti?

Gentile, romantica e un po’ fatalista.

Ogni attore ha un modo diverso di entrare nei personaggi: qual è stato il tuo? E quanto è stato difficile trovare il giusto equilibrio tra ironia e vulnerabilità?

Il mio approccio è un po’ fai-da-te. Non avendo fatto una scuola di recitazione non ho mai sviluppato una tecnica particolarmente ferrea, anche se quando affronto un personaggio cerco di essere molto rigorosa.

Per me era importantissimo creare delle situazioni davvero comiche senza cadere nel banale o nella risata scontata. Mi interessava che fosse più la situazione a generare comicità che non la battuta in sé. Spesso infatti la comicità nasce proprio dal rapporto tra i personaggi.

Ho lavorato molto anche sull’espressività, sulla mimica, sui micro-movimenti. Emma ha una certa goffaggine, una specie di imbranataggine sia nei movimenti sia nelle relazioni con gli altri, e ho cercato di costruire anche questo aspetto.

Com’è stato il tuo dialogo creativo con la regista Valentina Zanella? Che tipo di libertà ti ha lasciato nella costruzione del personaggio?

Con Valentina Zanella abbiamo parlato tantissimo del personaggio. Abbiamo spesso riportato anche episodi personali, cercando di avvicinare il più possibile alcune cose della mia vita a Emma.

Insieme a Valentina e allo sceneggiatore Federico Fava abbiamo fatto un grande lavoro per tracciare il percorso del personaggio. Ci vedevamo anche solo per parlarne, spesso davanti a qualcosa di alcolico, perché così le idee scorrono meglio (ride).

Avevano molto chiaro il percorso di Emma: era quasi uno schema, una specie di diagramma con le varie fasi della sua evoluzione. Prima la presentazione della sua vita, poi una sorta di crollo — quando viene esclusa dal mondo di cui vorrebbe far parte — e infine la ricostruzione, il recupero dei pezzi di sé.

Abbiamo anche improvvisato moltissimo. Questa è stata una delle grandi fortune del film e una cosa che mi ha arricchito tanto, soprattutto nelle scene con Paolo Rossi: metà sono praticamente improvvisate. Con lui è difficile fare altrimenti, perché ti trascina proprio in questo tipo di gioco.

Com’è stato lavorare con attori di grande esperienza come Paolo Rossi?

Valentina ha dato al set un andamento molto positivo. Lo dice spesso anche lei: vedevamo sempre il bicchiere mezzo pieno. C’era una positività diffusa che poi si riflette anche nel film.

Per me è stato molto arricchente lavorare in un ambiente così, perché era una sorta di comfort zone dove potevamo scambiarci idee. Con Paolo Rossi mi sono trovata benissimo: è stato carinissimo con me e ci teneva molto allo scambio.

Abbiamo parlato tantissimo della sua carriera, del suo approccio ai personaggi e di tante altre cose. E soprattutto c’era la possibilità di sperimentare senza essere giudicati, cosa che nei film capita raramente.

Mi ha ricordato molto un laboratorio teatrale: quello che facevi non veniva giudicato ma diventava uno spunto per creare qualcosa di nuovo. Con Paolo funzionava proprio così, anche perché Valentina si divertiva talmente tanto che spesso non dava lo stop e noi potevamo andare avanti per ore.

Hai interpretato Nina nella serie Tutto chiede salvezza, che affronta temi molto delicati. Quanto è stato diverso lavorare su Emma rispetto a quel personaggio?

Per me è molto più complicata la commedia. Il dramma è un genere in cui mi sento molto a mio agio, mentre la commedia ha un equilibrio molto più delicato.

Con questo film sono uscita dalla mia comfort zone, sicuramente. Non significa che un personaggio sia più o meno complesso dell’altro, ma è proprio il modo di interpretare che cambia. Io spesso mi esprimo più naturalmente attraverso il dramma.

Secondo te perché Tutto chiede salvezza è riuscita a toccare così tanto il pubblico?

Credo perché ha parlato di dinamiche di cui nella serialità italiana non si era mai parlato in quel modo. Temi che non erano stati affrontati abbastanza e sicuramente non in quei termini. Penso che Francesco Bruni sia riuscito a farlo molto bene.

Quando finisci un progetto così emotivo riesci a lasciare il personaggio sul set o qualcosa ti rimane addosso?

Credo che qualcosa rimanga sempre. Ci sono progetti che ho fatto quando ero molto più piccola e ancora oggi, se ripenso ad alcune scene, mi vengono i brividi.

Nel caso di questo film mi commuove molto, rivedendola, la scena della lettera a villa borghese. Quella lettera mi ha toccato particolarmente, la trovo molto tenera. Mi piace molto anche la scena tra le due sorelle. C’è questo confronto tra due modi diversi di vivere: la sorella si è costruita una vita fatta di castelli in aria, mentre Emma cerca di non farlo. Mi piace molto il dialogo tra loro due e anche il personaggio della sorella nel film.

Il film racconta una fase della vita in cui molti giovani si sentono sospesi. Secondo te oggi i giovani hanno più possibilità o più pressioni rispetto alle generazioni precedenti?

Secondo me hanno più possibilità e proprio per questo hanno anche molta più pressione. Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra possibile, ma allo stesso tempo è anche un mondo molto escludente. Forse la poetica che c’era ai tempi dei nostri genitori oggi non esiste più, anche se abbiamo molte più opportunità e siamo molto più connessi.

Il livello culturale generale è sicuramente più alto, ma questo genera anche una forte pressione sociale. Siamo bombardati di informazioni, di modelli, e soprattutto dal confronto continuo con il successo degli altri. I social influenzano tantissimo tutto questo, perché ci mettono sempre davanti uno specchio che spesso è costruito.

Per questo trovo bello che il film mantenga un certo romanticismo. Non parlo solo di romanticismo nelle relazioni, ma anche verso la vita: il tentativo di non appartenere a un mondo che non ci rappresenta e di plasmarlo invece con la nostra gentilezza. Ed è proprio quello che fa Emma.

Sei nata a Roma ma hai diviso il tuo tempo tra Italia, Grecia e Francia. Quanto questa doppia cultura ha influenzato il tuo modo di vedere il mondo?

Moltissimo. Intanto c’è il bilinguismo e poi ci sono due modi diversi di pensare. Cresci con più culture e quindi con altrettante visioni del mondo. Più punti di vista diversi riesci a vedere e meglio è: il cervello si abitua a prospettive differenti.

Hai lavorato anche all’estero. Che differenze hai notato tra i set in Grecia, Francia e Italia?

Sono molto diversi. L’Italia forse è una via di mezzo. La Grecia è sicuramente più caotica come organizzazione, anche sui set, ma questo non significa che non ci siano troupe molto efficienti. Sono abituati a lavorare spesso con produzioni americane, quindi hanno professionisti molto validi. In Francia invece si nota molto l’investimento che viene fatto sulla cultura.

Qual è il tuo piatto greco preferito?

Non ti dirò un piatto ma una cosa che mi piaceva tantissimo da piccola. Si chiama ypovrychio. È una specie di gelato, anche se non è proprio un gelato: sembra quasi una plastilina. È una sorta di pasta dolce di vari gusti. Tu ne prendi un cucchiaio, lo metti nell’acqua e poi lo mangi.

C’è stato un momento nella tua vita che ti è sembrato la fine del mondo… e invece non lo era?

Tutti i giorni.

Se una ragazza o un ragazzo si riconoscesse in Emma guardando il film, cosa ti piacerebbe che portasse a casa?

La sua gentilezza intransigente. Per me è questo l’aspetto che rappresenta meglio il personaggio.


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