Hanno preso un capolavoro svedese candidato all'Oscar e l'hanno trasformato nella solita minestrina rassicurante con Tom Hanks. Bene ma non benissimo

Personaggi fusi insieme, traumi ridotti e rassicurazione di massa: il confronto spietato tra Otto e Ove.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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SEO Specialist appassionato di cinema, tecnologia, collezionismo e cultura Pop. Amo unire analisi e creatività per raccontare storie digitali uniche.

Non così vicino Tom Hanks opinioni film

Non così vicino, il film con Tom Hanks che in originale si intitola A Man Called Otto. Prima di parlarne, va detta una cosa che il pubblico italiano spesso ignora: non è una storia originale, è il remake americano di En man som heter Ove, film svedese del 2015 tratto dal romanzo omonimo di Fredrik Backman, arrivato fino alla candidatura all’Oscar come miglior film straniero. E mettere i due film uno accanto all’altro, dettaglio per dettaglio, offre un caso di studio quasi da manuale su come Hollywood prenda un’opera e ne smussi sistematicamente ogni angolo, esattamente come abbiamo visto succedere con certi biopic musicali di cui abbiamo già parlato. Solo che qui, invece di una vita vera, si addolcisce un romanzo. Il meccanismo, però, è identico.

Non così vicino, fiori contro corda

Iniziamo prendendo in causa la scena d’apertura, quella che dà il via a quello che sarà poi il tono di tutto il film. Nell’originale svedese, Ove va a comprare dei fiori – un pretesto delicato, quasi pudico, dietro cui si nasconde il suo tentativo di suicidio. Nel remake americano, Otto va a comprare della corda e litiga animatamente con il commesso perché vuole pagare solo alcuni metri invece dell’intera confezione. Sembra una scelta dettata dal voler rendere più comprensibile il fine ultimo del protagonista ed è un dettaglio talmente esplicito da diventare quasi macabro. In sostanza è una scelta di tono opposta e paradossalmente più cruda sulla carta, ma il resto del film smentisce quella crudezza iniziale: da lì in poi, tutto viene reso più morbido, più rassicurante, più adatto a un pubblico che non deve mai sentirsi davvero a disagio.

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La famiglia vicina di casa cambia nazionalità, e con lei cambia anche il senso della storia

Ora passiamo ai protagonisti, o meglio, alle nazionalità scelte. Nell’opera originale la famiglia che sconvolge la vita di Ove è composta da un marito svedese e da una moglie iraniana, Parvaneh, personaggio più defilato ma capace di costruire con Ove un rapporto fatto di tanti piccoli gesti quotidiani. Nel remake le carte in tavola si mescolano e la ricetta finale vede al centro un marito americano e una moglie messicana, Marisol, una figura decisamente molto più esuberante e fuori dagli schemi.

Questa scelta stilistica, che può sembrare in prima battuta quasi del tutto irrilevante, cambia completamente il tipo di apertura culturale che il protagonista deve imparare ad accettare. In soldoni, riflette con precisione chirurgica quali comunità immigrate risultino oggi più "leggibili" per il pubblico mainstream americano rispetto ad altre. Funziona, per carità, Mariana Treviño è probabilmente la cosa migliore del cast, ma è un adattamento pensato a tavolino per risultare il più possibile familiare anche a discapito di un forte allontanamento da quelle che sono le "specifiche" dell’originale.

Due personaggi diventano uno e la comunità queer del film ne esce ridimensionata

Ed eccoci finalmente arrivati a quello che il cambiamento più controverso, quello su cui il pubblico italiano si divise maggiormente all’uscita del film attraverso parecchi commenti fotocopia sui social. Nell’opera originale svedese ci sono due personaggi distinti: Adrian – un ventenne che ripara biciclette per la propria ragazza lavorando più impieghi contemporaneamente – e Mirsad, il suo collega gay che Ove finisce per ospitare.

Nel remake americano, questi due personaggi vengono fusi in uno solo, Malcolm, che diventa un ragazzo transgender. È una scelta di sceneggiatura legittima sul piano tecnico – consolidare personaggi secondari per snellire la trama è prassi comune in ogni adattamento – ma il risultato è che una storia che nell’originale dedicava spazio a due dinamiche familiari difficili distinte (il lavoro sfruttato di un ragazzo working class, l’omofobia domestica subita da un altro) viene compressa in una sola sottotrama, più rapida, meno stratificata.

C’è chi l’ha letta come un aggiornamento naturale per il pubblico di oggi e chi invece l’ha bollata come una scorciatoia di rappresentanza fatta più per spuntare una casella che per approfondire davvero un personaggio. Il dibattito, a parer mio, resta aperto e nessuna delle due letture è priva di argomenti da portare sul tavolo.

Anche i ricordi vengono riscritti e diventano più piccoli

Un ultimo dettaglio, meno discusso ma altrettanto rivelatore: nell’originale svedese, i flashback che accompagnano i tentativi di suicidio di Ove ripercorrono l’intera vita del personaggio con la classica sensazione da "film della vita che scorre davanti agli occhi". Nel remake, quegli stessi flashback si concentrano quasi esclusivamente sulla storia d’amore tra Otto e la moglie Sonya. È una scelta più focalizzata, certo, ma anche una riduzione drastica dell’ampiezza emotiva del personaggio: Ove diventa un uomo pieno di storie complicate che riguardano l’intera esistenza, Otto diventa soprattutto un vedovo innamorato. Più facile da vendere in un trailer, meno complesso da abitare per due ore.

Non è un brutto film, è solo un film che ha avuto paura di se stesso

Detto tutto questo, sarei ingiusto se liquidassi Non così vicino come un fallimento: Tom Hanks costruisce un personaggio dignitoso, ha studiato l’originale nel dettaglio e il film funziona benissimo come commedia agrodolce da prima serata. Ma il confronto con la fonte svedese – che con appena 29 milioni di dollari di incasso ottenne comunque due candidature agli Oscar – mi fa alzare una schiacchiata degno di un pallavolista professionista: perché il pubblico americano avrebbe dovuto aver bisogno di una versione più morbida, più rassicurante e più facilmente digeribile, quando quella storia – raccontata senza sconti – aveva già dimostrato di funzionare benissimo così com’era?


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