Non abbiam bisogno di parole, Sarah Toscano debutta col botto e migliora il film originale: le differenze con La Famiglia Belier e CODA
Su Netflix arriva il remake italiano de La famiglia Belier, ma quali sono le differenze tra l'originale e il film con Sarah Toscano? Ecco le nostre impressioni

Da qualche giorno è arrivato su Netflix il remake italiano del film francese La famiglia Belier, dal titolo Non abbiamo bisogno di parole e con Sarah Toscano, al suo debutto di attrice, nel ruolo della protagonista Eletta, una ragazza che scopre di avere il dono di saper cantare e cerca di inseguire il proprio sogno, nonostante il resto della sua famiglia necessiti del suo aiuto come traduttrice per comunicare con gli altri perché sorda. Un film che si distingue dall’originale per diversi elementi, in particolare per il ruolo che la musica e la famiglia hanno. Ma non dimentichiamoci il remake americano, CODA – I segni del cuore, vincitore di ben 3 premi Oscar, tra cui il riconoscimento più importante, quello per il Miglior film nel 2021. E anche in quest’ultimo caso qualcosa cambia rispetto all’originale, perché la storia si fa più intima e realistica e il contesto è molto diverso, così come le dinamiche familiari. Ma vediamo insieme come si trasforma il tono nelle tre versioni e le nostre impressioni su questi film, a partire da Non abbiam bisogno di parole con Sarah Toscano, passando per La famiglia Belier e concludendo poi con CODA – I segni del cuore.
Non abbiam bisogno di parole segue la storia de La famiglia Belier, ma il tono è molto diverso
Quanti di voi hanno pensato che il remake italiano del francese La famiglia Belier non avrebbe regalato nulla di più rispetto a ciò che avevamo già visto nell’originale e in CODA – I segni del cuore, il remake americano? Non è proprio così, perché le tre pellicole sono profondamente diverse per tono, realismo e attenzione ai dettagli. Ma partiamo dal nuovo film, Non abbiam bisogno di parole, che vede protagonista la cantante Sarah Toscano, qui al suo debutto da attrice. Un debutto sorprendente che dona quel tocco di drammaticità in più che nel primo film mancava quasi totalmente. D’altronde La famiglia Belier è nato come una commedia irriverente, tant’è che nella prima scena vediamo la figlia, Paula, salutare la famiglia – madre, padre e fratello (l’unico attore davvero sordo) – con un "Ciao rinc*glioniti", senza tradurre con i segni le sue parole. Già solo questo ci dà un’idea del tono leggero del film.
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Entra nel canale WhatsAppLa storia è sempre la stessa, cambiano pochi dettagli nella trama, il ruolo della musica e il tono usato. Non abbiam bisogno di parole è un film più realistico e drammatico dell’originale, e proprio per questo più incisivo. È una pellicola che trova il giusto ritmo per raccontare una storia già vista, rivisitandola in una chiave adatta al pubblico italiano, quello che vuole sentire col cuore le emozioni e non solo sfiorarle; quello che vede la madre di Eletta incolpare la figlia perché vuole inseguire i suoi sogni e si dispiace veramente per lei, per la durezza usata nell’esprimere il concetto. Perché, diversamente da La Famiglia Belier, in cui alcune situazioni sono volutamente sopra le righe, nel film italiano ‘sentiamo’ parole forti e vibranti, dette con un tono talmente duro che risulta difficile restare impassibili. E qui Sarah Toscano è davvero brava, non solo a parole. Che poi, volendo dare al film un’impronta più autentica, fa ancora più male leggere i sottotitoli di quei segni. Ma il merito di questa scena emozionante è del cast di attori: Emilio Insolera, Carola Insolera (interpreti dei genitori), e Alessandro Parigi (il fratello maggiore) sono tutti sordi, il che rende la loro performance più naturale, vera. Stavamo per piangere insieme a Sarah Toscano.
La differenza tra i due film non sta solo nel tono, ma anche nel ruolo che la musica ha all’interno di essi. Ne La Famiglia Belier la musica rappresenta il mezzo di Paula per evadere dalla propria realtà, tanto che la sua storia a tratti sembra una favola – basti pensare alla scena finale in cui lei corre felice verso il futuro e al fermo immagine con cui la pellicola si chiude che rende appieno la gioia provata dalla protagonista, la realizzazione di un desiderio. In Non abbiam bisogno di parole, invece, la musica parla e divide: nel primo caso viene rafforzato il senso del titolo del film (che è il titolo di un celebre brano di Ron), perché il personaggio di Serena Rossi, che interpreta un’insegnante di canto un po’ caricata ma perfetta, decide di rispondere al ritardo di Eletta a una lezione privata continuando a suonare il pianoforte invece di aprirle la porta. Quest’ultimo è un chiaro segnale che il rispetto per il tempo altrui è importante, ma viene dato senza usare la parola ed è in questo senso che la musica parla. Un messaggio che invece in CODA passa forte e chiaro grazie alla polemica diretta del professore e che ne La Famiglia Belier viene espresso in maniera meno incisiva, ma comunque a voce. Dall’altra parte, diventa il motivo per cui aumenta la distanza comunicativa tra Eletta e la sua famiglia.
Quindi la musica è un ostacolo per la serenità familiare: il padre e la madre sono convinti di aver bisogno di lei per poter comunicare con le persone udenti e capirle, dimenticandosi anche dell’esistenza del figlio maggiore che, essendo anche lui sordo, non viene preso in considerazione come un valido aiuto per loro. E ovviamente il ragazzo ci resta malissimo, come in CODA ma diversamente dall’originale, dove invece il fratello non si lamenta affatto di tutta l’attenzione data alla sorella. Che poi di "attenzione" nemmeno si potrebbe parlare, visto che in Non abbiam bisogno di parole pare che l’unica preoccupazione della mamma, almeno fino alla prima ora di film, sia quella di non sapere come lei e il marito riusciranno ad andare avanti senza di lei, il che è triste quanto il fatto di farla sentire in colpa perché sente il bisogno di fare il suo percorso di vita. Madre un po’ egoista, ma qui è la paura a parlare; di Eletta invece non si può proprio dire, anche visto che ha sempre messo la sua vita a servizio della famiglia. Nel remake italiano, infatti, il sacrificio è uno dei temi centrali: si vede (e si sente) che la protagonista ha necessità di seguire la sua strada, come dice nella canzone "Atlantide", e che ormai la fattoria, in questo caso piena di asini e non di mucche, le sta troppo stretta.
Il concetto di distanza non viene trasmesso solo grazie alla musica, che separa, involontariamente, una famiglia fino a quel momento perfetta e indivisibile (almeno in apparenza), ma anche da un particolare nella scena finale che però riduce questa distanza. A differenza dall’originale e da CODA, infatti, quando Eletta chiede alla sua insegnante di fermare la macchina per tornare dalla sua famiglia prima di partire per Torino, questi ultimi non si vedono in lontananza ed è qui che Eletta sente l’urgenza di tornare indietro: lei accorcia la distanza correndo fino a loro e poi, tutti insieme, si stringono in un forte e intimo abbraccio. Questo, oltre a evidenziare che per lei non è affatto semplice "uscire dall’abitudine" e allontanarsi dalla famiglia, rende ancora più vera l’ultima frase del brano "Atlantide" che, in sostanza, dice "cambio direzione, ma non cambio l’emozione".
E a proposito di Atlantide, c’è anche qui, nella scena dell’audizione a Torino, una differenza sostanziale tra La Famiglia Belier e Non abbiam bisogno di parole. Nel primo film, quando Paula, che sa benissimo esserci i genitori in sala, li vede, non cambia espressione, né modo di cantare, o almeno questo cambiamento non emerge in maniera così evidente. Nel secondo film – dove all’inizio Eletta è inconsapevole della presenza dei genitori e del fratello nella stanza – quando li vede, inizia a cantare da paura, interpretando anche con la mimica facciale quello che prova e non solo esprimendo il significato profondo del testo con una vocalità più intensa, dando così anche un tocco di drammaticità al toccante momento. Insomma, molto commovente la performance, soprattutto quando l’insegnante smette di suonare il pianoforte e Sarah Toscano canta a cappella, anche se noi il vero brivido lo abbiamo sentito solo la prima volta che abbiamo sentito cantare Paula all’audizione nell’originale, ma questo, ovviamente, è soggettivo.
CODA – I segni del cuore, un film più intimo e inclusivo rispetto a Non abbiam bisogno di parola e La famiglia Belier
Altro film, ‘altra’ storia. In CODA, vincitore di ben tre premi Oscar, tra cui quello inatteso per il Miglior Film (ricordiamo che è uscito su AppleTV e non al cinema), la trama è leggermente diversa: cambiano alcune dinamiche, ma il succo resta lo stesso. Cambia anche il contesto: qui parliamo di una famiglia di pescatori sordi; non c’è una fattoria, ma solo una barca, pesci e Ruby, la figlia minore, che aiuta il padre e il fratello maggiore a rispondere alle comunicazioni via radio o a reagire tempestivamente nel caso di pericoli in mare. Non c’è nemmeno il sindaco a metterli in difficoltà, qui sostituito da una assistente che ha il compito di controllare che tutto sulla barca sia in regola, ovviamente nell’unico giorno in cui Ruby non va a lavorare col padre.
Quello del remake americano è anche un racconto più intimo, dove tutti esprimono i propri sentimenti, che in realtà sono sempre buoni, e non hanno paura di mostrare le proprie fragilità. Ad esempio, quando l’insegnante di Ruby le chiede perché è scappata dalla lezione a scuola il primo giorno, lei si apre completamente con lui, pur non conoscendolo bene, ammettendo di essersi sentita a disagio per paura di essere presa in giro dai compagni come all’inizio della scuole, derisa perché parlava in modo diverso rispetto agli altri. Oppure quando gli dice "Io non ho mai fatto niente senza la mia famiglia prima d’ora", perché non riesce a lasciarsi andare, a credere in se stessa e nella sua dote fino in fondo. Un altro momento dove emergono i buoni sentimenti è quello in cui il fratello le urla contro di andare via: non la sta realmente cacciando in malo modo, la sta spronando a continuare il suo viaggio lontano da casa perché ha capito che è ciò che davvero vuole.
Un altro elemento da considerare è la reazione del padre dopo aver sentito le vibrazioni derivanti dalla sua voce appoggiando la mano alla sua gola, perché – diversamente dal primo film e dalla versione italiana – qui il papà rende il momento più intimo e dolce, guardandola intensamente negli occhi per poi baciarla sulla fronte e abbracciarla. Un gran bel momento che mette in luce il vero sentimento che li lega.
Se in CODA è la protagonista il personaggio che si espone più di tutti, in Non abbiamo bisogno di parole questo ruolo è di Serena Rossi, che alla prima lezione privata per preparare Eletta per l’audizione le racconta di un matrimonio fallito alle spalle, e poi, dal parrucchiere, davanti alla madre della ragazza, anche delle "corna" che l’ex marito le faceva, proprio per sottolineare la sua sincerità di intenti: così facendo, le fa capire che di lei, delle sue parole sulla sua voce, può fidarsi. Cosa che avviene anche in CODA, ma in maniera diversa. Prima, infatti, abbiamo citato il momento in cui il professore si arrabbia con Ruby perché arriva in ritardo alle lezioni private: lui è furioso e glielo dice in maniera energica e dura, ricordandole che il suo tempo è prezioso. L’enfasi utilizzata nel dirlo la aiuta a capire che per lui questa preparazione per l’audizione è davvero importante, che crede davvero in lei ed è per questo che è l’unica a cui dedica il suo tempo.
Un’altra differenza sostanziale tra CODA e la versione italiana sta nel motivo della reazione negativa dei genitori nel momento in cui Ruby dice di voler fare l’audizione per entrare nella prestigiosa scuola. Padre e madre sono preoccupati per lei, non per se stessi, e questo messaggio passa chiarissimo: "E se non sapesse cantare? E se fallisse? Se la prendono, la nostra bambina andrà via", dice la madre con un tono affettuoso, lo stesso che usa quando le parla della sua nascita e della sua prima reazione all’idea di avere una figlia udente: "Avevo paura che questa cosa ci allontanasse. Pensavo di deluderti, di essere una cattiva madre". Tutto qui si risolve con un sorriso: non ci sono lacrime, non ci sono sensi di colpa, e infatti qui la musica funge unicamente da ponte tra due mondi.
Altro aspetto rilevante è che Ruby non vede l’idea di mettere da parte il canto come un sacrificio: qui la famiglia viene prima di ogni altra cosa, anche della propria indipendenza, tant’è che è la prima a dire con estrema tranquillità che resterà per aiutarli sulla barca, dopo che al padre è stata ritirata la licenza in seguito al controllo dell’assistente. Nessuno glielo chiede o glielo impone: è lei a prendere l’iniziativa, a scegliere di rinunciare all’audizione. E l’importanza della famiglia la si comprende pure all’inizio del film, quando Ruby e il fratello litigano e il padre gli chiede di arrabbiarsi con chi gli compra il pesce e lo svende invece di infuriarsi tra di loro, perché la famiglia deve restare unita.
Infine, ricordiamo che in CODA il tema dell’integrazione è molto forte rispetto alle altre due versioni: per esempio, il fratello di Ruby vuole vendere il proprio pesce direttamente ai clienti e lo farebbe soprattutto per sentirsi finalmente parte della comunità. Ma CODA è anche un film inclusivo perché non parla "per" le persone sorde, ma permette loro di raccontarsi al pubblico per la prima volta.
