Biagio Antonacci si salva con Sayf, Sangiovanni non rischia con Dalla, sempre bene Willie Peyote. Pagelle nuovi singoli del 25 settembre 2026
Un venerdì pieno di nuova musica, con Biagio Antonacci che riparte da Sayf. C'è pure Sangiovanni e un ottimo Willie Peyote: le nostre pagelle

È un New Music Friday di quelli densi, di quelli in cui la playlist del venerdì mattina non basta e servono almeno tre ascolti per capire chi ha davvero qualcosa da dire. Le nuove uscite musicali del 25 settembre 2026 mettono in fila reduci e ritorni: Biagio Antonacci apre il suo nuovo album Mustang con Spiritualè insieme a Sayf, Francesca Michielin torna dopo Magia bianca con La mia ragazza, Margherita Vicario rompe tre anni di silenzio discografico con Ho chiesto aiuto, Sangiovanni riparte campionando Lucio Dalla in Ti ho cercata (felicità) e Willie Peyote anticipa il Club Tour 2026 con Non c’è di che. In mezzo, due gioielli meno esposti ma non meno interessanti: il collettivo Fanali che rilegge Passione con la voce di Manuel Agnelli, e Settembre, vincitore di Sanremo Giovani 2025, che torna con Lentiggini.
Come ogni venerdì, le recensioni dei nuovi singoli italiani le trovate qui sotto in formato pagella: ma chi merita il posto fisso in playlist? Ecco i nostri voti ai singoli usciti oggi.
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Entra nel canale WhatsAppBiagio Antonacci – Spiritualé
Il featuring intergenerazionale è ormai il tampone standard del cantautore over 60 che vuole restare in playlist, e Sayf – voce mediterranea, fraseggio urban – è la scelta più prevedibile e insieme la più sensata. L’idea del canto collettivo che "spegne il male" è nobile nelle intenzioni ma pericolosamente vicina all’inno da stadio a comando: la retorica dell’unità è un terreno dove Antonacci è già scivolato più volte. L’innesto di Sayf è forse l’unico punto in cui il brano rischia davvero qualcosa a livello di colore vocale e metrica.
Voto: 5
Fanali + Manuel Agnelli – Passione
Rifare Passione è un atto di coraggio o di incoscienza – è un monumento del 1934 già consumato da Murolo, Bruni e Pino Daniele – ma affidarla a Manuel Agnelli è l’intuizione che salva l’operazione: quella voce lavora per sottrazione, esattamente il contrario del belcanto partenopeo. La scelta di una produzione elettronica minimale è la mossa giusta: lasciare spazio invece che riempirlo. Il pericolo è sempre nell’estetica "napoletano cinematico per festival internazionali", una formula che negli ultimi anni ha prodotto tanto ottimo lavoro quanto molta posa.
Voto: 8
Francesca Michielin – La mia ragazza
Il riff alla Cure è dichiarato, il che è insieme onestà e alibi: negli ultimi due anni metà del pop italiano ha saccheggiato il post-punk anni ’80 e la distanza tra omaggio e preset si è fatta sottilissima. Quello che alza il pezzo è l’impianto concettuale – dal partire da un immaginario queer per arrivare alla sorellanza – anche se citare Katherina Hetzeldorfer e il Malleus Maleficarum non è di certo da tutti. Michielin post-Magia bianca ha però la scrittura abbastanza in forma da permetterselo.
Voto: 6
Margherita Vicario – Ho chiesto aiuto
Tre anni di silenzio discografico, un film pluripremiato in mezzo, e il ritorno arriva sul tema più affollato del pop italiano contemporaneo: la salute mentale. Margherita Vicario ha però un vantaggio sulla concorrenza – sa costruire, non solo confessare – e l’idea del coro gospel che erode progressivamente il monologo è drammaturgia: la forma dice la stessa cosa del testo. Il rischio è che il gospel funzioni da scorciatoia emotiva, la commozione garantita a basso costo. Qui sembra tenuto sotto controllo.
Voto: 7,5
Sangiovanni – Ti ho cercata (felicità)
La scelta di ripartire campionando Lucio Dalla è una dichiarazione di intenti enorme e una rete di sicurezza altrettanto grande: la voce di Dalla nobilita qualsiasi cosa le stia intorno, e il rischio è che il brano finisca per essere ricordato per il sample e non per la scrittura di chi lo usa. Dopo la pausa e il ripensamento artistico, la posta in gioco era alta e la scelta è più prudente di quanto sembri. Il concetto – la felicità come luogo interno e non come traguardo – è vero ma ormai talmente metabolizzato dalla scrittura pop da rasentare il motivazionale. Bello l’incastro tra le due voci: due timbri distanti quarantacinque anni che dicono la stessa parola con due idee di mondo diverse.
Voto: 6
Settembre – Lentiggini
Il dettaglio minimo come chiave del ricordo è un meccanismo che funziona da sempre e continua a farlo, e il vezzeggiativo storpiato nel titolo è la trovata intima che più gli somiglia. Non manca il sospetto che dopo Vertebre e Due settimane si stia consolidando un’abitudine – la fragilità generazionale trasformata in immagine corporea – che può diventare formula prima ancora di essere linguaggio. Il timbro graffiato è reale e resta l’argomento più convincente del progetto.
Voto: 6,5
Willie Peyote – Non c’è di che
Il titolo ammicca dichiaratamente a Grazie ma no grazie, anche se Willie Peyote ha messo le mani avanti specificando che non ne è la risposta, mossa furba, perché l’equivoco fa da solo metà del lavoro promozionale. Qui il torinese smussa gli spigoli più polemici del suo stile per una malinconia da fine estate, terreno su cui è meno riconoscibile ma non meno bravo: la rinuncia al rancore come postura adulta è materiale raro nel rap italiano. Non a caso il brano chiude il documentario Elegia Sabauda: funziona più da coda che da apertura, e si sente.
Voto: 7
