Nando Paone: "Eduardo De Filippo mi ha trasformato, io ho fatto la gavetta infinita. Il cinema di oggi non sente più il bisogno di emozionare"
Ospite del Festival Atmosfere di Anguillara Sabazia con lo spettacolo La mia vita in teatro, Nando Paone ripercorre cinquantuno anni di una carriera

Attore tra i più amati e versatili della scena italiana, Nando Paone ha portato al Festival Atmosfere di Anguillara Sabazia uno spettacolo intimo e insolito: un viaggio nella sua vita artistica fatto di proiezioni, racconti, poesia napoletana e perfino un testo inedito. Un formato nato dal libro-intervista Io, Nando Paone e portato in giro da lui e dalla moglie Gabriella Diliberto, che lo affianca come interlocutrice. Lo abbiamo incontrato prima della serata per ripercorrere insieme i tratti salienti di una carriera che attraversa Eduardo De Filippo, Monicelli, Dino Risi, BudSpencer, Vincenzo Salemme e molto altro ancora – con la stessa chiarezza, ironia e orgoglio napoletano che lo caratterizzano da sempre.
Nando Paone porta in scena la sua vita – Intervista esclusiva
Caro Nando, oggi porti La mia vita in teatro all’interno del Festival Atmosfere diretto da Mauro Di Domenico. Questo appuntamento viene descritto come un viaggio intimo tra proiezioni, ricordi e performance. Com’è stato fare una selezione di oltre cinquant’anni di carriera e decidere quali frammenti mostrare al pubblico?
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Entra nel canale WhatsAppTutto nasce dalla pubblicazione di un libro-intervista, Io, Nando Paone, scritto insieme a Ignazio Senatore – psichiatra e giornalista, appassionato di cinema – che circa un anno fa mi ha convinto a rilasciargli una lunga intervista sulle fasi salienti della mia storia artistica. Dopo la pubblicazione, mia moglie Gabriella Diliberto, che è giornalista, ha avuto l’idea di portare anche questo formato in giro. In realtà non si tratta di uno spettacolo nel senso stretto che intendo io: non è prosa, non è teatro. È, come si capisce chiaramente, un’intervista – ma al suo interno ci sono brevi proiezioni, tre o quattro clip tratte dai film, non necessariamente i più famosi, ma quelli più rappresentativi della mia carriera, come pure le persone più significative che ho incontrato. Da lì è nata l’idea di girare con questo formato, e devo dire che, al di là di ogni modestia, riceviamo riscontri davvero buoni.
È una cosa molto interessante, ma cosa significa per te mettere in scena la tua stessa vita? Perché è qualcosa di completamente diverso da tutto il resto.
Certo, certo. Io sono una persona molto schiva, non sono per niente presenzialista – non mi troverai mai in quei posti dove si va solo per farsi vedere, dove quella sera c’è Tizio e c’è Caio.
Direi che, vista la carriera che hai fatto, non sono stati così fondamentali…
Bravo, esatto. Al di là di questo, però, ho trovato stimolante l’idea di confrontarmi con le fasi salienti della mia carriera, strettamente legate alla mia vita – che è un’altra bella epopea. Ho avuto un’infanzia complicata, ho fatto la famosa gavetta che non finisce mai. Quest’anno tocco il cinquantunesimo anno di attività e sono convinto che la gavetta non sia mai finita davvero, e che continui. Il punto chiave è questo: parlare della mia vita attraverso il mio lavoro, e viceversa. È una cosa che mi ha stimolato, perché tutte le storie di ogni essere umano si caratterizzano per i propri ricordi — il primo giorno di lavoro, il matrimonio, il primo figlio.
Durante la serata alterni i racconti alla performance. Tra le cose che mi hanno colpito c’è l’antologia L’inferno della poesia napoletana. Questa secondo te rappresenta meglio di ogni altra cosa il tuo rapporto con la lingua napoletana?
Sì, perché è una cosa che mi ha sempre affascinato profondamente. Prima di tutto voglio essere un ambasciatore della mia città. Quello che presento in questo formato è rappresentativo di Napoli, e L’inferno della poesia napoletana in particolare è una raccolta di poesie non tutte d’autore noto – molte sono inedite – che spaziano dalla fine dell’Ottocento al primo ventennio del Novecento, un periodo di poco più di cent’anni fa in cui questi poeti si esprimevano con una crudezza a volte pesante, sporca, viscerale.
E in che modo tutto questo si sposa con il tema del festival, che si chiama proprio Atmosfere?
Proprio perché Gabriella ed io cerchiamo di creare un’atmosfera di convivialità e di dialogo – e non è un caso che sia prevista un’apertura al pubblico, dove chiunque può fare domande e io rispondo a ruota libera. E poi perché, volendo essere ambasciatore della mia città, mi preme sempre ricordare che Napoli viene spesso rappresentata malissimo. L’ultimo episodio è quello del tizio con il kalashnikov in una delle piazzette più belle della città – e subito qualcuno dice "ecco, questa è Napoli." Come quelli che vedono Gomorra e pensano di aver capito tutto.
Piccolo appunto: Gomorra è una produzione fatta benissimo, bellissima, però ha generato in parte anche una polemica legittima sul rischio di ridurre Napoli a un solo spaccato.
Ma quella realtà è lo 0,1 per cento. Quel piccolo numero ci rompe le scatole e ci rappresenta male. Il restante 99,9 per cento è un’altra cosa.
Al termine dell’incontro ci sarà uno spazio di dialogo diretto e informale con la platea. Oggi che i social creano una vicinanza spesso virtuale e ingannevole, quanto è rivoluzionario e necessario per un attore il contatto vis-à-vis con il pubblico – soprattutto dopo una confessione così intima?
È importantissimo, oggi più che mai. La bellezza e insieme l’irripetibilità dello spettacolo dal vivo sta nel fatto che noi che lo eseguiamo "sentiamo" l’umore dello spettatore, e lo spettatore avverte interiormente il performer – detto così in senso ampio, per includere ogni forma d’arte e non solo la recitazione. Quando poi decidi di raccontarti senza filtri, lo scambio acquista una valenza ancora più affascinante per entrambi.
La tua storia artistica e umana parte da Bagnoli. Che ricordi hai di quel quartiere e in che modo crescerci ha formato la tua sensibilità di attore?
Ho avuto un rapporto un po’ confuso con il mio quartiere – confuso nel bene e nel male. Bagnoli è sempre stato un presidio di sinistra, con le falci e le bandiere rosse che sventolavano, e questo ha condizionato anche la mia visione politica e la mia formazione ideologica. Al di là di questo, però – nonostante Bagnoli sia sempre stata, e sia tuttora, una fucina di grandi personalità: ne nomino solo due tra i tanti, Edoardo Bennato e Beppe Vessicchio, oltre al sottoscritto, tutti e tre bagnolesi doc – quegli erano anni in cui il quartiere, risucchiato dalla città, cominciava a deteriorarsi, ad avere le sue ingerenze malavitose. Io avevo un certo disagio.
Dico "nel bene e nel male" perché sono convinto che proprio grazie a quel disagio io possa oggi dirmi fieramente e orgogliosamente bagnolese – cosa che da ragazzo, intorno ai diciotto o diciannove anni, non avrei detto con la stessa sicurezza. Non che me ne vergognassi, ma sono sempre stato puntuale, preciso, l’antitesi del napoletano come viene dipinto: pizza e mandolino. Ero il contrario, e in quella mentalità stereotipata non mi ci trovavo. Poi, col tempo – ho vissuto quasi cinque anni a Roma, e da una ventina d’anni sono tornato non proprio a Bagnoli ma a Pozzuoli, che fa parte della stessa zona flegrea – quando mi capita di passare per Bagnoli sento una grande nostalgia per quel quartiere.
Ho letto che a sedici anni sei entrato in un cinema, hai visto L’inquilino del terzo piano di Polanski e quella sera hai deciso che volevi fare l’attore. Ti va di raccontarci di più?
Provenivo da una famiglia modesta che non frequentava i teatri, non avevi idea di come si potesse intraprendere questa strada. E la cosa particolare è che si tratta di un film tutt’altro che leggero – quasi un thriller psicologico. Ebbi la folgorazione e decisi che avrei fatto tutto il possibile per riuscirci. È singolare, lo so, che sia stato proprio quel film – un drammone, cupo, claustrofobico – a rappresentare la mia determinazione. Ma è andata così, e quella sera è rimasta lì, intatta.
Nel tuo percorso hai lavorato con monumenti assoluti, a partire da Eduardo De Filippo. Cosa ha significato quell’incontro e c’è qualcosa che ti ha detto – o che hai semplicemente osservato – che ti porti ancora dentro?
L’incontro con il grande Eduardo ha rappresentato lo spartiacque tra il mio essere un giovane attore istintivo e il percorso di formazione intellettuale – inteso come allargamento della mia visuale – che mi ha trasformato dall’entusiasta del mestiere che ero in un praticante serio e determinato di una professione che è quasi una missione, quale sono oggi. Senza mai perdere l’entusiasmo del giovane, però. Penso che Eduardo sia stato questo per tutta la sua vita artistica e umana, e questo è l’insegnamento che mi ha trasmesso.
La tua carriera teatrale è eccezionale, ma non è mai rimasta chiusa lì. Il cinema, la televisione, la commedia popolare – sono stati percorsi fortemente cercati o è andata semplicemente così?
Sin da subito – avevo intorno ai diciotto o diciannove anni – ho cercato di selezionare le proposte che mi venivano fatte. Qualche errore di valutazione l’ho commesso, ma sempre in buona fede. Per fortuna io e il teatro non ci siamo mai abbandonati: nei periodi in cui il cinema non mi ha fatto proposte interessanti, o in cui non me ne ha fatte affatto, ho continuato a lavorare felicemente in spettacoli teatrali, fuori dalla popolarità e dal cosiddetto mainstream, ma ugualmente appagato.
Il tuo percorso cinematografico si è intrecciato con i padri della commedia all’italiana – Mario Monicelli e Dino Risi. Pensi che quel modo di fare cinema, capace di far ridere e pensare contemporaneamente, sia andato perduto? O vedi dei fili conduttori con il cinema di oggi?
Oggi, a mio parere, non si sente più tanto il bisogno di raccontare storie emozionando. E per emozione intendo sia il divertimento che il suo contrario – anche la commozione è una meravigliosa emozione, e ci si commuove sempre meno. Detto questo, non tutto è perduto finché avremo i moderni padri del nuovo cinema italiano: penso a Moretti, a Tornatore, che raccontano splendidamente le loro storie, emozionando senza ricorrere alla risata fine a sé stessa – che ormai serve solo come vana arma di distrazione di massa.
C’è stato recentemente a Roma un memorial dedicato a Bud Spencer. In Lo chiamavano Bulldozer interpretavi il giocatore di football americano meno dotato della squadra, in chiave comica, e il personaggio è diventato popolarissimo. Che rapporto avevi con Bud Spencer come uomo e come attore?
Come tutti i giovani della mia generazione, Bud Spencer è stato un vero e proprio mito. Figuriamoci quando, in ben due film, ho avuto il privilegio di lavorargli accanto. Nei giorni del suo memorial ero sul set di Bentornati al Sud e non ho potuto essere presente, ma ci avrei tenuto davvero, per portare la mia modesta testimonianza di affetto e stima verso un uomo che, tra l’altro, mi ha insegnato il Neapolitan pride: sono italiano, ma prima di tutto napoletano. Sul mio rapporto con lui – che dire? Io ero un ragazzino alle prime armi, lui già un acclamato divo – anche se di "divo", nell’accezione comune del termine, non aveva proprio nulla. Eppure sembrava avere verso di me un occhio particolare, probabilmente proprio per la comune appartenenza alla città di Napoli.
Il tuo nome è legato a sodalizi storici: Vincenzo Salemme, in teatro e al cinema, e pellicole cult come Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord. Come si gestisce il successo di personaggi così dirompenti senza rischiare di rimanerne schiacciati?
Con il mio amico Vincenzo e con la saga dei Benvenuti, la mia popolarità è cresciuta ed è tornata ai fulgori di quando prendevo parte a pellicole cult come quelle di Bud Spencer o di Monicelli – tempi in cui non c’erano ancora gli smartphone e la comunicazione non era così immediata. Per gestire la popolarità e i personaggi che l’hanno generata, credo sia necessario sapersi gestire e rimanere con i piedi per terra, con la consapevolezza – provata sulla mia pelle – che si tratta di qualcosa di assolutamente transitorio.
