Muriel Bassi, la comunità LGBTQ+ ha la sua nuova voce: "Pride? Ogni artista è chiamato a fare la sua parte, ma la musica non basta" - Intervista
Un nuovo progetto, altri suoni e uno spazio da occupare per sentirsi in piena libertà: questo è 'Perreo feminista' di Muriel, una risposta al pop tradizionale che non ci rappresenta più

Il pop di oggi ha paura di sporcarsi le mani, talvolta preferendo la certezza di formule rassicuranti all’imprevedibilità di un suono nuovo. Eppure, proprio lì dove la musica sembra farsi più disimpegnata, continua a scorrere una certa tensione sotterranea che trasforma la pista in un atto di pura occupazione politica. È esattamente all’incrocio tra questa necessità e una ricerca sonora senza compromessi che si posiziona Muriel.
A soli sei mesi dall’EP Esoterica, la cantautrice e producer classe ’97 – anno spartiacque di OK Computer dei Radiohead, da cui eredita la propensione per la sperimentazione – con Perreo Feminista firma una rottura netta con le dinamiche di mercato. Lavoro plasmato a quattro mani con il produttore Lorenzo Di Gemma, il progetto attinge a un lungo percorso di autoproduzione e nomadismo artistico maturato da Muriel tra Spagna, Londra e Berlino. Il risultato è un tessuto sonoro denso e profondissimo, progettato specificamente per dominare lo spazio: le radici alternative latin si spezzano in pattern breakbeat per poi fondersi con le martellanti pulsazioni dell’hardgroove, restituendo al perreo la sua carica sovversiva.
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Entra nel canale WhatsAppCon un impianto visivo curato dalla stessa Muriel (con la fotografia di Mattia Simonini) e affidato ai volti e alle storie della comunità LGBTQ+, il disco trasforma il club in un perimetro vitale e democratico. In occasione della release, l’artista ci ha raccontato la genesi di questo suono, la scelta di sfidare il pop omologato e la determinazione di riprendersi il palco dopo un delicato intervento alle corde vocali. Ecco la nostra intervista.
Perreo Feminista: in due parole, cos’è per te il perreo oggi?
Divertimento e libertà pura. Ho sentito l’esigenza forte di riappropriarmi di questo genere e riassociarlo a questi due concetti, spogliandolo da ogni sovrastruttura.
Nel disco trasformi il club in un "perimetro vitale": per te la pista da ballo è più un luogo di evasione o un atto politico?
Le due cose sfumano l’una nell’altra, sono inscindibili. Ballare può essere una forma di evasione, ma quando rivendichi il diritto di occupare uno spazio con il tuo corpo e la tua identità, diventa inevitabilmente una provocazione e un atto politico. È un modo per far emergere qualcosa che va detto ad alta voce, ma anche una forma di liberazione estremamente intima e personale.
A sei mesi da "Esoterica", cosa ti ha spinto a fare questo scatto verso un’estetica più cruda e fisica?
Nella musica non faccio mai calcoli strategici, rispondo solo a un’esigenza espressiva reale. Sono di "vecchia scuola" su questo: la creatività va esercitata con costanza, non qualcosa che ti viene imposto dall’alto. Questo scatto verso un suono diverso è arrivato da solo. Difatti sono già di nuovo in studio a scrivere: la mia musica è un flusso continuo, niente è preimpostato a tavolino.
Nel disco fondi ritmi latin, breakbeat e hardgroove: come si fa a far convivere mondi apparentemente così distanti senza perdere l’impatto?
Sembrano mondi distanti solo sulla carta, ma dentro di me convivono da sempre. La mia identità artistica è il risultato di come sono cresciuta, dei lunghi periodi passati a viaggiare, dell’aver vissuto e assorbito tante cose in giro per il mondo. Non c’è una formula o uno studio a tavolino dietro le mie produzioni: è semplicemente la sintesi naturale di tutto ciò che ho assimilato e vissuto in prima persona.
Hai passato un lungo periodo di sperimentazione e autoproduzione all’estero: qual è la lezione più grande che ti sei portata a casa da quell’esperienza?
Quell’esperienza mi ha fatto capire che "casa" non è un luogo geografico o uno studio di registrazione, ma un radicamento interiore. Viaggiare mi ha spogliata di molte sovrastrutture. Oggi per me casa è il mio centro, la persona che ho accanto, la mia musica e tutto ciò che mi circonda.
Tu parli di "sfidare il pop tradizionale". Qual è il compromesso del mercato discografico di oggi che proprio non riesci ad accettare?
Considero quasi violento chiedere a un artista di piegare la propria creatività per creare un "prodotto commerciale" preconfezionato, è cattiveria. La musica non può nascere solo per essere venduta. D’altra parte, amo il pop: è il linguaggio di tutti e merita un profondo rispetto artistico. Quando parlo di scardinare il pop tradizionale intendo proprio restituirgli dignità: portarlo a essere uno spazio accessibile e democratico, ma senza dover per forza svuotare i contenuti o standardizzare i suoni.
L’impianto visivo vede protagonisti performer e figure della comunità LGBTQ+: come hai scelto le persone che hanno dato un volto a questo progetto?
In un certo senso si sono scelte da sole. Ho semplicemente lanciato una call aperta sul mio profilo Instagram. Ovviamente poi, per l’esito finale, abbiamo dovuto fare una selezione per dare coerenza al concept visivo, ma ogni singola persona presente ha scelto consapevolmente di esserci e portare la propria storia.
Veniamo dal Pride Month, pensi che gli artisti debbano fare di più?
Non mi piace dire agli altri come dovrebbero usare la propria voce. È innegabile che gli artisti abbiano un cassa di risonanza enorme e che ognuno di noi sia chiamato a fare la propria parte, ma la musica da sola non basta se manca una volontà politica e sociale istituzionale per cambiare davvero le cose. Noi possiamo fare da amplificatore, creare uno spazio sicuro, ma il cambiamento sistemico richiede uno sforzo collettivo.
OK Computer usciva nell’anno in cui sei nata (1997): c’è qualcosa di quell’attitudine o di quell’era che ti porti dentro, anche facendo musica completamente diversa?
Assolutamente sì, è parte del mio DNA. Sono cresciuta pane e Radiohead, immersa in quelle atmosfere cupe, malinconiche e in quella ricerca sonora fatta di distorsioni. Quell’attitudine alla sperimentazione e quell’urgenza espressiva me le porto dentro in tutto quello che faccio. Magari non emerge in modo evidente in un pezzo spinto come Perreo Feminista, ma nell’architettura di tutto il resto della mia produzione c’è sempre un’ombra di quell’impronta.
Se dovessi descrivere la sensazione che deve provare chi ascolta questo disco a volume massimo in pista, qual è?
Libertà.
Libertà ed emancipazione?
Due facce della stessa medaglia: non puoi avere l’una senza l’altra.
Ti vedremo live quest’estate?
Purtroppo no. Ho dovuto affrontare un altro intervento chirurgico alle corde vocali e ora sono in una delicata fase di riabilitazione e riposo forzato. Sto lavorando per rimettermi in sesto e, se il fisico mi assisterà, l’obiettivo è tornare a prendermi il palco quest’inverno.