Mothers, Alice Tomassini avverte: "Fare figli non può essere un crimine. Il dibattito in Italia sulla maternità surrogata deve riprendere ora"

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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Cosa succede quando la nascita di una vita diventa lo spazio di un conflitto geopolitico e il corpo delle donne si trasforma nell’arena di una battaglia legislativa? Ce lo racconta Alice Tomassini nel suo potente documentario Mothers (prodotto da Palomar e distribuito da Wanted Cinema), un’opera necessaria e di straordinaria attualità che intreccia due realtà apparentemente distanti: il dramma di trentadue madri surrogate arrestate in Cambogia e il clima di paura vissuto in Italia dalle famiglie omogenitoriali dopo l’approvazione della legge sul "reato universale" per la GPA. Al centro di questo viaggio, emerge la voce luminosa di Lia, una ventenne nata da due padri che rivendica con forza il proprio elementare diritto a esistere. In questa intervista esclusiva, la regista ci svela i retroscena di un lavoro durato anni e basato su quello che lei stessa definisce "un atto politico": il coraggio dell’ascolto, privo di slogan ideologici ma carico di una profonda, intima umanità.

Mothers: intervista esclusiva alla regista Alice Tomassini

Cosa ti ha fatto scattare la decisione di raccontare la gestazione per altri proprio in questo momento, mentre in Italia la legge sul reato universale stava per essere approvata?

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Ero in Cambogia a girare quando ho scoperto che in Italia una legge stava per trasformare la gestazione per altri in un reato universale. È stato un cortocircuito immediato: da una parte stavo raccontando donne costrette a tenere figli non loro, dall’altra vedevo nascere nel mio Paese una paura più silenziosa, capace di entrare nelle famiglie e farle vivere nell’ombra. Ne ho parlato con il mio coautore, Vincenzo Scuccimarra, e abbiamo capito che quelle storie erano legate. Da lì è nata l’urgenza di capire cosa succede alle persone quando sono costrette a difendere la propria famiglia come se fosse un crimine e di raccontare le conseguenze che la paura e la punizione producono, al di là dei confini geografici.

Come sei arrivata a scegliere proprio la Cambogia come punto di partenza del racconto?

La storia delle donne cambogiane mi ha sconvolta. L’ho scoperta grazie alla fotografa Nadia Shira Cohen e non riuscivo a smettere di pensarci. Trentadue donne erano state arrestate e messe di fronte a una scelta terribile: crescere bambini che avevano partorito per altre famiglie oppure affrontare vent’anni di carcere. Una violenza enorme. Sono andata in Cambogia per cercarle, senza sapere se avrebbero accettato di raccontarsi. Incontrarle è stato sorprendente. Quello che mi ha colpito è stata la loro incredibile resilienza. Molte di loro non riuscivano nemmeno a comprendere perché fossero state punite. In quel momento ho capito che quella non era una storia cambogiana: parlava di cosa succede quando qualcuno decide chi può scegliere e chi no.

C’è stato un momento preciso — un incontro, una notizia, una testimonianza — in cui hai capito che il film andava fatto?

Il tema della maternità lo sento molto vicino. Ho vissuto un’esperienza dolorosa che mi ha portato a riflettere a fondo su cosa voglia dire diventare madre o padre, e su quanto questo ruolo venga messo in discussione quando non segue i modelli più tradizionali. La gestazione per altri estremizza proprio questo: quando una maternità non è convenzionale, spesso viene messa in discussione. Mentre iniziavo il film, in Italia avanzava una legge che avrebbe reso la gestazione per altri un reato universale, lasciando molte persone nel silenzio e nella paura. Da lì è nata l’urgenza di ascoltare chi vive questa complessità sulla propria pelle e di raccontare senza semplificare. Mothers è nato così: dal bisogno di rimettere le persone al centro.

Lia è l’unica voce che guarda al tema dal punto di vista di una figlia. Perché darle un ruolo così centrale?

Perché spesso si parla dei figli nati da gestazione per altri senza ascoltarli. Lia mi ha colpito fin dal primo incontro. È una forza della natura. Mi disse una frase che mi è rimasta dentro: «Non mi definisce il modo in cui sono venuta al mondo, mi definisce il modo in cui sono cresciuta». In quella frase c’era tutto.

Hai parlato di una "grandissima responsabilità" verso le protagoniste, che non avevano mai raccontato la loro storia a nessuno: come hai costruito la fiducia necessaria per arrivare a quelle testimonianze?

Per oltre un anno ho cercato persone disposte a parlare, ma la paura era tanta. La fiducia è nata costruendo una relazione e mettendomi prima di tutto in ascolto, senza forzare nulla. Sentivo una grande responsabilità: raccontare storie molto dolorose senza semplificarle e senza usarle per sostenere una tesi. L’intenzione è sempre stata quella di lasciare spazio alle persone e alle loro storie.

Hai raccontato che, una volta approvata la legge sul reato universale, il dibattito pubblico in Italia "è svanito": cosa significa, secondo te, che un tema così delicato sparisca dall’agenda pubblica nel momento in cui diventa legge?

Vorrei che Mothers spingesse chi guarda a fermarsi un momento e a vedere le persone prima del dibattito. La gestazione per altri viene spesso compressa in slogan, posizioni rigide, schieramenti. Il film prova a scardinarli mostrando vite reali, con le loro paure, le loro scelte e il modo concreto in cui cercano di proteggere la propria famiglia. L’obiettivo del documentario non è in alcun modo promuovere la gestazione per altri ma è aprire uno spazio di riflessione che metta al centro il rispetto, l’ascolto e la complessità, lontano dalle semplificazioni e pregiudizi.

Pensi che il film possa avere un impatto sul dibattito pubblico e politico, o credi che il cinema documentario abbia oggi un raggio d’azione più limitato rispetto al passato?

In Italia il dibattito sulla gestazione per altri si è spento nel momento in cui la legge è stata approvata. Le persone coinvolte sono rimaste sole, chiuse nel silenzio, come se dovessero difendere la propria famiglia da un’accusa. E in Cambogia è successo lo stesso. In questo clima, ascoltare chi ha paura di parlare non è neutrale: significa restituire spazio a chi lo ha perso e per questo motivo penso sia un atto politico. Oggi più di ieri perché viviamo un tempo in cui troppo spesso tutto si riduce subito a una posizione, a un giudizio netto e la forza del cinema del reale è sottrarsi a questa logica: prendersi il tempo dell’ascolto, restituire complessità e riportare al centro le persone

C’è una scena, un’inquadratura, un momento del montaggio a cui sei particolarmente legata e che racconta meglio di altre lo spirito del film?

C’è un’inquadratura a cui sono molto legata: Lia che guarda fuori dal finestrino, con il vento tra i capelli. È un momento molto semplice, ma ogni volta che lo riguardo mi restituisce un senso di libertà e di speranza. In quello sguardo c’è qualcosa dello spirito del film. Realizzando Mothers ho avuto la fortuna di incontrare persone che, nonostante la paura e la pressione, continuano a credere nella propria storia e a difenderla. Mi colpisce la forza con cui affrontano situazioni che nessuno dovrebbe vivere. Quell’inquadratura, per me, contiene tutto questo.

Da Kordon a Mothers il tuo lavoro sembra muoversi sempre sul confine tra dimensione personale e dimensione politica: è una scelta consapevole o un terreno in cui ti ritrovi naturalmente?

Penso che fare cinema sia un gesto d’amore, ma è anche un gesto che restituisce spazio a chi spesso non ne ha. Un corpo è politico quando la società prova a definirlo, controllarlo o relegarlo ai margini. Quando le leggi ne limitano la libertà o quando il dibattito lo usa senza davvero ascoltarlo. Le storie che scelgo di raccontare provano ad intervenire lì: mettendo questi corpi al centro, lasciandoli parlare, lasciandoli essere. La politica, per me, sta tutta in questa scelta di attenzione.

C’è già un prossimo tema, una prossima storia, che senti la stessa "urgenza" di raccontare?

Sì. C’è una storia di resistenza molto bella che finalmente sono riuscita a raccontare. In questo momento siamo in montaggio e non vedo l’ora di poterla condividere. È una storia che sento molto vicina e che, come le precedenti, nasce da un’urgenza profonda.


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