Mother Mary: Anne Hathaway ancora al cinema, ma il risultato è un delirio tra sacro e profano pasticciato e senza mordente. Recensione
David Lowery punta alla Luna ma non finisce nemmeno tra le stelle, trascinando le due attrici protagoniste in una spirale inutilmente circonvoluta

David Lowery, regista tra gli altri dell’ottimo Sir Gawain e il Cavaliere Verde, non ha mai fatto mistero di preferire un impianto "artigianale" e pratico per il proprio cinema, rispetto all’uso di VFX. Mother Mary, prodotto da A24 e in uscita in Italia con I Wonder Pictures il 14 maggio, prende questo aspetto e lo sublima, dando allo spettatore una storia imperniata sull’arte pratica, nel dettaglio sulla sartoria, come metafora di una ricerca interiore e spirituale.
Con un cast sostanzialmente formato da due personaggi, la popstar Mother Mary (Anne Hathaway) e la sua sarta di fiducia Sam (Michaela Coel), posti in un setting statico ma reso dinamico e attivo da un pregevole lavoro registico, Lowery si inerpica in una narrazione sospesa tra il sacro e il profano. Simboli religiosi e cabalistici si mescolano ad allusioni musicali e riferimenti prettamente pop, in un film che vuole essere troppo risultando alla resa dei conti svuotato dei suoi intenti primigeni. Un horror declinato completamente al femminile che prova, senza riuscirci realmente, a riflettere su cosa voglia dire essere icona pop in un mondo in cui tutti sono "iconici".
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Entra nel canale WhatsAppMother Mary – La recensione del film
Un po’ di Beyoncè, un pizzico di Lady Gaga, una spolverata di Taylor Swift. Tutto questo è la Mother Mary di Anne Hathaway, popstar in crisi mistica dopo un incidente durante un’esibizione. E proprio queste esibizioni, usate da Lowery come fossero ideali tappe di una "via crucis" dell’artista, la definiscono e la tratteggiano, intervallando lunghi scambi di battute tra la cantante e la sua ex migliore amica, ora divenuta stilista di grido. Col progredire della narrazione, Mother Mary cambia più volte registro, passando dal film musicale, al dramma financo all’horror, ma senza mai prendere una direzione definita. Ed è proprio questo il difetto principale dell’ultimo lavoro di David Lowery, qui sia in veste di regista, sia di sceneggiatore: alla pellicola manca un reale senso di coesione.
Il film rimane intrappolato in un limbo di confusione e indecisione, e con esso le due protagoniste. Anche nei momenti in cui chiaramente si tenta di indagare il loro dolore e il loro passato, esse risultano distanti e distaccate e allo spettatore riesce molto difficile empatizzare. Ciò che, al contrario, funziona decisamente bene è proprio la dimensione musicale del racconto. Se Mother Mary, come popstar, mantiene un certo grado di credibilità, lo dobbiamo al lavoro di Jack Antonoff (producer di Taylor Swift, Sabrina Carpenter, Lorde e Lana Del Rey), FKA Twigs (anche attrice nel film come presunta medium) e Charli XCX, che hanno composto per il film alcune canzoni originali.
La trama (confusa) di Mother Mary
Mother Mary, popstar di fama internazionale, da oltre dieci anni non calca più un palco. Per cercare di rilanciare la propria immagine e la carriera, organizza un nuovo tour mondiale e ha bisogno di un abito per l’occasione. Nulla, però, riesce più a sentire come proprio e chiede così aiuto a Sam, sua ex amica e stilista che aveva contribuito a plasmare la sua immagine pubblica agli albori.
Le due non si parlano da anni e dopo la rottura del rapporto hanno preso strade diverse: la prima è riuscita a costruirsi una carriera lontano dall’ombra della cantante, mentre l’altra è rimasta schiacciata e oppressa dalla sua stessa, ingombrante figura. Il nuovo incontro riapre vecchie ferite e costringe le due donne a confrontarsi col legame che le aveva unite in passato.
Oltre l’apparenza c’è poca sostanza
Mother Mary è senza dubbio un film visivamente impattante. E questo soprattutto grazie all’ottimo lavoro scenografico di Francesca Di Mottola, che costruisce due mondi evidentemente in dialogo (il palco e il retropalco da una parte, il cupo studio della stilista dall’altra), e a quello della costumista Bina Daigeler e della stilista Iris van Herpen, che danno forma all’estetica della popstar. Lunghi e affascinanti piani sequenza, poi, seguono i personaggi attraverso set che si trasformano durante la scena stessa. L’impianto visivo di Lowery, però, non è sufficiente a compensare un soggetto davvero troppo esile e risibile.
La decostruzione del mondo dello star system convince solo in parte, a differenza di altre pellicole sul tema come The Neon Demon (2016) di Nicolas Winding Refn o il più recente The Substance (2024) di Coralie Fargeat, e si perde in un racconto che cerca di essere troppo allo stesso tempo. L’idea su cui il film si poggia, ovvero un’estetica forte e un ambiente affascinante come quello delle popstar, non è sufficiente a reggere l’impalcatura.
Mother Mary è un intrico confusionario, pasticciato, contorto ed esageratamente verboso di idee sulla carta buone ma che a conti fatti finiscono per cozzare tra di loro. Una mescolanza di ingredienti ottimi, se presi singolarmente, che tuttavia si traducono in un minestrone indigesto una volta combinati. Un enorme spreco di talenti creativi al servizio di una narrazione esile e con mal riposte velleità visionarie.
Voto: 3.5/10
