Venezia 2026, Robert Pattinson conquista il Lido con Primetime e fa una rivelazione sulla paternità

Robert Pattinson, arrivato alla Mostra del Cinema di Venezia, si racconta: dalla nascita del figlio al ruolo in Primetime

Giulia Bertollini

Giulia Bertollini

Giornalista

Giornalista e appassionata di TV e spettacolo. Amo la musica classica, i libri, i dolci, gli animali e la danza.

Robert Pattinson protagonista del nuovo film Primetime, di cui è stato pubblicato il primo teaser trailer
Mediaset Infinity

Robert Pattinson arriva al Lido per raccontare Primetime, uno dei titoli più discussi del Concorso di Venezia 83. Dopo la presentazione del film, l’attore ha incontrato oggi la stampa insieme al regista Lance Oppenheim, affrontando il cuore di un’opera che guarda alla televisione americana per interrogarsi sul confine sempre più sottile tra informazione, intrattenimento e spettacolarizzazione. Ambientato nel 2006, il film prende spunto dal fenomeno televisivo di To Catch a Predator e dalla figura di Chris Hansen, diventata allora uno dei volti più riconoscibili della tv statunitense. Ma Primetime non si limita a raccontare la storia di un programma che fece discutere l’America. Il film prova piuttosto a osservare dall’interno il meccanismo che si mette in moto quando un tema reale e controverso entra nella macchina dello spettacolo e diventa un appuntamento televisivo di massa.

Venezia 2026, Robert Pattinson: "C’era qualcosa di elettrico nella sceneggiatura"

A Venezia il cinema incontra la televisione e, soprattutto, si interroga sul potere che la televisione ha avuto nel trasformare la realtà in spettacolo. È questo il terreno sul quale si muove Primetime, il film di Lance Oppenheim presentato in concorso a Venezia 83, con Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo e Phoebe Bridgers. Al Lido, durante la conferenza stampa, è stato proprio Pattinson a raccontare più da vicino la genesi di un progetto nel quale non è soltanto protagonista, ma anche produttore.

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Il punto di partenza è un fenomeno televisivo che negli Stati Uniti ha lasciato un segno profondo: To Catch a Predator, lo show condotto da Chris Hansen nel quale le telecamere seguivano operazioni di denuncia e smascheramento di uomini sospettati di voler incontrare minorenni. Un programma controverso, diventato nel tempo un vero fenomeno della cultura popolare americana, capace di mescolare giornalismo, indagine, reality e intrattenimento.

Ed è proprio questa ambiguità ad aver attirato Pattinson. L’attore ha spiegato che il progetto gli è arrivato inizialmente attraverso un amico. La sceneggiatura, però, era diversa da quella che poi sarebbe diventata Primetime. Nel frattempo Pattinson stava lavorando con Oppenheim a un documentario e proprio quel rapporto professionale lo ha convinto che il regista fosse la persona giusta per portare il film sullo schermo. "La sceneggiatura era diversa", ha raccontato Pattinson, spiegando che inizialmente il progetto era stato pensato per un altro interprete. Poi è arrivato Oppenheim, con il quale l’attore aveva già iniziato a collaborare.

A convincerlo è stato soprattutto lo stile del regista, proveniente dal mondo del documentario ma capace di trasformare la realtà in qualcosa che sembra quasi fiction. Pattinson ha parlato di un’estetica molto particolare, di una sorta di «docufantasia», un modo di guardare il mondo che secondo lui si adattava perfettamente alla storia.

Ma c’era anche un altro elemento: il personaggio di Chris Hansen. Pattinson ha raccontato di aver studiato il conduttore quasi ossessivamente. E più guardava il programma, più si rendeva conto che non bastava semplicemente imitarlo. Hansen era diventato qualcosa di più di un giornalista televisivo: era un personaggio, un volto riconoscibile, quasi un mito popolare. "È un personaggio che non si può fare a meno di imitare", ha spiegato l’attore, raccontando come lui stesso e gli altri componenti della troupe finissero per ripetere le sue espressioni e le sue battute nel tentativo di capire quale fosse l’elemento capace di rendere quella figura così cinematografica.

Il male e la figura di Chris Hansen

Durante la conferenza stampa, a Pattinson è stato chiesto anche di parlare della sua idea di "male", una questione centrale nel film. La risposta dell’attore è stata volutamente semplice: "Non si uccidono le persone, bisogna essere gentili". Ma il discorso è diventato più complesso quando Pattinson ha spiegato che proprio Chris Hansen, nel film, sembra non sapere davvero cosa sia il male. O meglio, sembra utilizzare quella parola come una sorta di categoria assoluta attraverso la quale giudicare gli altri. Ed è qui che Primetime entra nel territorio più interessante: quello del confine tra realtà e fiction, tra il racconto di un fatto e la sua trasformazione in spettacolo.

Hansen era un giornalista, ma allo stesso tempo era diventato un intrattenitore. Il suo lavoro investigativo aveva assunto le caratteristiche di un appuntamento televisivo, con rituali, frasi ricorrenti, scenografie e una precisa costruzione narrativa. "Chris Hansen è un giornalista, è un intrattenitore, ma per me è anche un artista", ha spiegato Oppenheim. Una definizione che racconta bene la natura ambigua del progetto.

Una delle domande più delicate rivolte a Pattinson ha riguardato proprio la possibile reazione del vero Chris Hansen davanti a Primetime. La risposta dell’attore è stata chiara: spera che Hansen possa apprezzare il film. Secondo Pattinson, infatti, il film non nasce dal desiderio di ridicolizzare o attaccare il conduttore, ma dalla fascinazione per una figura capace di diventare culturalmente riconoscibile. "C’è qualcosa di incredibilmente elettrico nella sceneggiatura e quindi nel film", ha detto Pattinson, sottolineando come la sua interpretazione sia nata anche dalla volontà di restituire quell’energia. E proprio quella energia, secondo l’attore, è ciò che ha permesso a Hansen di diventare un personaggio che ancora oggi viene ricordato, imitato e trasformato in meme.

Dalla televisione ai meme: "Quando ero giovane tutti ricordavano le battute dei film"

Un altro passaggio particolarmente interessante della conferenza stampa ha riguardato il rapporto tra cinema, televisione e social media. Pattinson ha osservato come sia cambiato il modo in cui il pubblico si rapporta alle immagini. Quando era più giovane, ha raccontato, a scuola si potevano ripetere a memoria le battute dei film più popolari. Ha citato, tra gli altri, The Mask e Austin Powers: film che entravano nella cultura quotidiana attraverso le loro frasi e i loro personaggi.

Oggi, secondo l’attore, quel meccanismo è stato in parte sostituito dai meme. E anche questo elemento si lega direttamente a Primetime. Le frasi pronunciate da Chris Hansen nel programma sono diventate tormentoni, spesso forse senza che lo stesso Hansen fosse pienamente consapevole della loro forza popolare. Il fenomeno, insomma, non si è limitato alla trasmissione televisiva. È diventato una forma di linguaggio.

Pattinson tra Primetime e L’Odissea

Non è mancata una domanda sul particolare momento professionale dell’attore, impegnato anche in altri grandi progetti. Pattinson ha raccontato quanto sia stato complicato incastrare le diverse lavorazioni, anche perché nel frattempo era diventato padre.

La scelta, però, era chiara: non voleva rinunciare a Primetime: "Sicuramente per me non è stato facile, perché avevo una scaletta molto serrata e ho cercato di incastrarmi con i vari impegni. Bisogna anche aggiungere che ero appena diventato papà, quindi non avevo alcun desiderio di uscire la sera. E questo devo dire che mi ha aiutato, perché vuol dire che avevo il doppio del tempo a disposizione. Bisogna dire che io da subito ci ho molto tenuto a questo progetto, così come ho da subito tenuto molto agli attori coinvolti. Quando c’è qualcosa che ti ispira così tanto e che ti dà così tanto, questi progetti sono davvero un privilegio. Sarei stato devastato al pensiero di lasciarne andare anche soltanto una parte. Quando si riesce a entrare un po’ nel ritmo, in realtà non è così difficile. Forse il primo giorno, quello di transizione tra un film e l’altro, è difficile. Però, proprio perché a volte, quando rivedo L’Odissea, mi sembra di vedere un po’ di Chris Hansen, come se fosse Chris Hansen qualche ora dopo. Quando si ha un po’ l’abitudine a gestire diverse cose contemporaneamente, in realtà poi ci fai la mano. Ho avuto poi una piccola pausa dopo Dune, quindi sì, non è che abbia girato in realtà i film contemporaneamente, proprio perché ho avuto una piccola pausa".


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