Morte avvelenate con la ricina, 'lacuna' nel racconto di Gianni Di Vita: "Non ricorda la cena del 23 dicembre". Sospetti sul cibo
A Vita in Diretta mercoledì 15 luglio 2026 spazio alla deposizione di Gianni Di Vita, che ha perso moglie e figlia a causa della ricina, si valuta il cibo usato per l'assunzione

"Vita in Diretta" è tornata a occuparsi mercoledì 15 luglio 2026 del giallo di Pietracatella, quello che ha visto coinvolte Antonella Di Iersi e Sara Di Vita, morte avvelenate con la ricina a fine 2025 per responsabilità che devono ancora essere individuate. Le indagini proseguono a ritmo serrato, potremmo non essere lontani ad avere certezze su chi abbia agito alle loro spalle.
Morte avvelenate con la ricina, Vita in Diretta puntata 15 luglio 2026: cosa è successo
Importanti novità sul giallo di Pietracatella arrivano dalla maxi perizia di oltre 900 pagine, come sottolineato da Manuela Moreno: "Per la prima volta si legge come il padre Gianni abbia vissuto quei drammatici giorni in cui sia sua moglie sia sua figlia stavano molto male, in quella fase senza saperne la motivazione".
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Entra nel canale WhatsAppA dare ulteriori dettagli è l’inviata Antonella Delprino, che si trova proprio nella cittadina molisana: "Nel documento si leggono le testimonianze rese dal padre Gianni e da altri componenti della famiglia. Quella di Gianni, in modo particolare, si riferisce a due momenti, con attenzione alle 72 ore di tragedia, iniziata la mattina di Natale e terminata la mattina del 28 dicembre, con la morte prima di Sara, nella notte, e poi quella di Antonella. Sono fotogrammi impressi nella mente, drammatici, che raccontano passo dopo passo, dal pranzo di Natale si va indietro, al 24, al 23, quando le due donne hanno iniziato ad avvertire malesseri, dal 25 non hanno praticamente più toccato cibo. Ci sono le testimonianze anche del fratello di Gianni, di Alice (la figlia superstite), degli infermieri e dei medici che si sono occupati delle due vittime, ora tutti indagati".
Il documento diffuso solo ora è fondamentale per avere un’idea più precisa di come Gianni Di Vita, che nella tragedia ha perso moglie e figlia, abbia vissuto i giorni che hanno preceduto la loro morte. E’ lui stesso a raccontarlo agli inquirenti, a partire dal 23 dicembre, giorno in cui era solo con Antonella e Sara: "Non ricordo cosa abbiamo mangiato, ma è stato l’unico pasto consumato con loro" – si legge nella deposizione. Dopo due giorni hanno iniziato a stare male, la prima è stata Antonella, la mattina di Natale, quando ha iniziato a vomitare. "Non c’era preoccupazione perché Antonella è delicata di stomaco, tutto poteva dipendere dalla cena abbondante della sera precedente". Poco dopo è stata la volta di Sara, ma anche questa volta l’uomo non si è allarmato, anzi ha pensato che il malessere fosse una scusa per non aiutare la nonna ad apparecchiare la tavola:
La situazione non è però migliorata, per questo ha accompagnato le due al pronto soccorso: "Sembrava tutto tranquillo, così mi sono allontanato per cena con l’altra figlia, a Campobasso", ha detto ancora. Qualche ora dopo Gianni e Sara sono tornati a casa, mentre Antonella è rimasta in ospedale, il 26 dicembre la ragazzina ha però continuato a stare male, mentre sono subentrati i primi sintomi per Di Vita, per questo sono tornati al Caldarelli, dove hanno rivisto Antonella, che sembrava essere in ripresa. Marito e moglie vengono dimessi in mattinata, mentre Sara sarebbe poi tornata a casa solo nel tardo pomeriggio. "Quella sera sono stato l’unico a cenare, un primo e un secondo accompagnato da un bicchiere di vino", ha riferito ancora.
Nella notte del 26 dicembre Antonella, Sara e Gianni hanno accusato un altro malessere, vomitano tutta la notte, per questo all’alba lui sveglia l’altra figlia per chiedere aiuto. In loro soccorso arriva la guardia medica, dopo una visita generale vengono loro lasciate delle flebo. "Ho chiamato il mio amico e infermiere per somministrare le flebo a Sara, ci sembrava ne avesse più bisogno", a quel punto lui spinge l’altra figlia ad accompagnare la più piccola al pronto soccorso. "Stavo male, non riuscivo a guidare, ma mi sono recato al pronto soccorso. Lì mi comunicano che la situazione di Sara era grave", prosegue la testimonianza.
Il 27 dicembre i medici comunicano a Di Vita che sua figlia è morta, lui si dispera, chiama sua moglie ma, una volta arrivata in ospedale ha un crollo per poi essere ricoverata in rianimazione. Il 28 dicembre muore anche Antonella, i medici addebitano la cosa a "una forte intossicazione". Agli inquirenti Gianni spiega che a occuparsi della spesa è sempre stata Antonella, oltre a riferire di avere fatto un’unica cena solo con loro due, quella del 23 dicembre, ci si chiede quindi se sia quella la data in cui le due abbiano assunto la ricina.
Manuela Moreno fa un’osservazione importante: "Lui ricorda tutto, tranne la cena del 23 dicembre". Non si sa quindi cosa abbiano mangiato in quell’occasione, l’8 gennaio ha però chiesto di essere riascoltato, fornendo altri dettagli, oltre a riferire di non ricordare se avesse mangiato a Natale, quando sia la moglie sia la figlia si erano sentite male. In quel momento tutti avevano pensato a una situazione legata a un’abbuffata nei giorni precedenti, anche se Alice, l’altra figlia ha raccontato che tutti avevano mangiato a Natale dalla nonna. "Il 23 viene fuori che hanno mangiato questa giardiniera fatta dalla sorella di nonno Salvatore, la zia Antonietta – riferisce ancora l’inviata -. Lui dice di esserne ghiotto, ma non si ricorda di averla mangiata in quel giorno. E la giardiniera e uno dei reperti spediti in Germania presso l’istituto tedesco che sta effettuando gli approfondimenti".
Se la ricina fosse stata davvero assunta la sera del 23, l’evento si circoscrive visto che quella era stata una cena a tre. Il magistrato Valerio De Gioia fa un’osservazione: "L’uso della ricina, che non è facile da procurare, fa pensare che sia stata un’azione premeditata".
La maxi perizia certifica la morte per ricina, ma non scagiona del tutto i cinque medici intervenuti per salvare le due donne. A essere indagati per omicidio colposo sono in cinque, a priori sono emersi profili di responsabilità sanitaria, che non avrebbero però potuto evitare nessuno dei due decessi. I legali dei dottori si dicono pronti a chiedere l’archiviazione, anche se non è detto sia così scontata. C’era infatti un protocollo da rispettare, ma nonostante questo una delle responsabilità imputabili sollevate da un infermiere amico di Gianni Di Vita riguarda il mezzo di contrasto iniettato a entrambe prima della TAC perché avrebbe accelerato la fine.