Morte avvelenate con la ricina, un testimone può far chiudere il cerchio. "Il contatto con Antonella, il segreto sui problemi familiari"

La Procura di Larino sta puntando ad arrivare a breve a una soluzione al giallo di Pietracatella, si attende in Questura un uomo che può rivelare dettagli importanti

Ilaria Macchi

Ilaria Macchi

Content Editor

Laureata in Linguaggi dei Media, amo il giornalismo, il calcio, la TV e la moda, dove cerco sempre le ultime tendenze.

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Ormai da mesi si attende di conoscere chi sia l’assassino (o gli assassini) di Antonella D Ielsi e Sara Di Vita, mamma e figlia avvelenate con la ricina a fine dicembre a Pietracatella, ma non è ancora possibile dargli un nome né un volto. Gli inquirenti non hanno finora trascurato nessun aspetto, sono più di duecento le persone interrogate, anche se al momento sembra essere la pista passionale quella che può essere considerata predominante.

Morte avvelenate con la ricina: il nuovo testimone che può cambiare tutto e il ruolo degli anticorpi

La strategia della Procura di Larino, impegnata a indagare sul giallo di Pietracatella, appare chiara, nessuna persona è stata finora inserita nel registro degli indagati, così da spingere le persone che sono chiamate a dare la propria testimonianza a dire la verità, in modo tale da verificare poi eventuali contraddizioni. E sembra essere questa la motivazione all’origine del confronto all’americana che ha avuto per protagonisti Gianni Di Vita che nella tragedia ha perso moglie e figlia, e una sua amica di vecchia data. Entrambi, infatti, avevano già deposto in passato, ma con alcuni elementi che, a detta dagli inquirenti, sarebbero stati divergenti.

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Il momento della verità potrebbe non essere così lontano, in vista dell‘arrivo di un nuovo testimone in Questura che potrebbe spiegare diversi aspetti. Si tratta proprio del marito della donna sentita con Di Vita, un tecnico di laboratorio in un istituto agrario di Riccia, località non lontana da dove vivevano le due donne scomparse. Il paese è conosciuto da chi vive nella zona, anche per la presenza di diverse piante di ricino, quelle da cui viene estratta la ricina, il veleno utilizzato per il duplice omicidio, per questo lui potrebbe essere la persona adatta per intrecciare alcune questioni finora rimaste in sospeso.

Non solo, secondo quanto emerso recentemente, l’uomo avrebbe incontrato Antonella pochi giorni prima della sua morte, per motivazioni che al momento restano sconosciute. Questo non sta a indicare un suo sicuro coinvolgimento nei due delitti, ma è possibile che lui possa essere a conoscenza delle sensazioni della mamma scomparsa, compresi eventuali problemi familiari, legati al rapporto in essere tra il marito e la sua consorte.

Resta nel frattempo da capire anche come Antonella e Sara abbiano assunto il veleno. Il compito di questo spetta agli esperti del Robert Koch Institute di Berlino, che stanno analizzando 131 reperti sequestrati in casa, in cerca di tracce della sostanza letale. Avere maggiori certezze su questo potrebbe dare più dettagli su come il veleno sia arrivato nell’abitazione. La quantità utilizzata sarebbe abbondante, segno evidente di voler andare quasi del tutto a colpo sicuro, come ha evidenziato l’infettivologo Matteo Bassetti: "La ricina è un veleno che va trattato con estrema cautela: l’intossicazione letale può avvenire non solo per ingestione, ma anche attraverso l’inalazione. Riguardo a questa vicenda, il Robert Koch Institute di Berlino ha rilevato tracce della sostanza all’interno del tessuto gastrico: un dato che indicherebbe per le due vittime un’esposizione a quantità molto elevate di veleno" – ha detto a ‘Vita in Diretta’.

Il medico ha però messo in allerta su qualcosa che molti hanno dato quasi per scontato, legato alle due persone della famiglia sopravvissute, Gianni Di Vita e sua figlia Alice. Sulla base di quanto sarebbe emerso dagli esami del sangue, i due sarebbero risultati negativi agli anticorpi, risultato che deve essere però approfondito: "Esclude un contatto con la ricina ma bisogna vedere quando sono stati fatti gli accertamenti, perché gli anticorpi della ricina, a differenza degli anticorpi per i virus che poi rimangono presenti per tutta la vita, possono scomparire. Quindi se il prelievo di sangue fatto al marito e alla figlia è stato fatto molto vicino all’esposizione, potrebbero esserci gli anticorpi, se invece è stato fatto tanto tempo dopo potrebbero essersi persi gli anticorpi" – ha concluso Bassetti.


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