Moreno "Il Biondo" Conficconi, il liscio senza confini punta a Eurovision: "Dopo Sanremo e l'Arena di Verona, è l'ultima follia" - Intervista
Istituzione del liscio ma artista con gli occhi puntati verso l'orizzonte, anche internazionale: Moreno "Il Biondo" Conficconi ci fa ballare al chiaro di luna e ci insegna che il dialetto, in fondo, è la vera avanguardia

Il liscio romagnolo abbatte le barriere geografiche e si proietta sul palcoscenico globale con la pubblicazione di Oh Romagna, il nuovo inno dialettale firmato da Moreno "Il Biondo" Conficconi insieme al collettivo E-Wired Empathy e al virtuoso violinista britannico Peter Tickell (già storico collaboratore di Sting). Disponibile dal 5 giugno su tutte le piattaforme digitali, segue l’album THE CIRCLE – FOLK SONGS (LIVE), il progetto che rappresenta un manifesto d’avanguardia in cui la tradizione sposa la world music. Il brano, prodotto da Giovanni Amighetti, Alessandro Marcantoni e dallo stesso Conficconi, ruota attorno all’anima del clarinetto in do, ma vanta un respiro internazionale: dopotutto, le sessioni di registrazione, divise tra i prestigiosi Metropolis Studios di Milano e il Loft Music Studio di Newcastle, testimoniano la natura cross-culturale di un’opera che porta l’elettronica a toccare le radici folk più profonde.
Accanto al talento luminoso di Moreno – storico braccio destro di Raoul Casadei, già protagonista a Sanremo con gli Extraliscio e sul palco con star come Gloria Gaynor e Tito Puente – si muove un ensemble d’eccellenza che innesta la voce salentina di Stefania Morciano sulla chitarra di Luca Nobis e la batteria di Roberto Gualdi. Un connubio cosmopolita, che trova la sua massima espressione proprio nel nuovo capitolo live Folk Songs, registrato nei più suggestivi teatri italiani (dal Teatro Alighieri di Ravenna al Bibiena di Sant’Agata) con il supporto della Music Commission della Regione Emilia-Romagna. Qui la musica popolare diventa materia viva: composizioni futuristiche come Alien a Milan (dove la polka incontra l’elettronica cosmica) o riletture come Positive Atmosphere dialogano con giganti della musica mondiale del calibro di David Rhodes (chitarrista di Peter Gabriel) e Trilok Gurtu.
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Entra nel canale WhatsAppMoreno "Il Biondo" ci svela la genesi di questo viaggio: il rapporto profondo con il dialetto, il passaggio dai palchi storici di Casadei alle sperimentazioni contemporanee, fino al suo impegno sul territorio come direttore artistico del Festival Sanliscio, la kermesse che l’1 e 2 luglio illumina Gatteo Mare celebrando proprio questa straordinaria commistione tra passato e futuro. Una visione aperta e senza confini che culmina in un sogno ambizioso e dichiaratamente provocatorio: portare il liscio all’Eurovision, sotto la bandiera del folklore e della libertà.
Iniziamo dal presente e parliamo di Oh Romagna, il tuo nuovo singolo uscito il 5 giugno. Ti chiedo se per te è una celebrazione del passato o un manifesto per il futuro.
Eh beh, è un legame che, quando si riesce a realizzare, rafforza entrambe le cose. Riesce a fare il "più e il meno" nella direzione giusta, diventando una carica di energia. Prende la forza della storia dialettale romagnola e la unisce a un suono attuale, grazie a un percorso di ricerca strumentale, d’arrangiamento, di esecuzione, di canto e di stile, anche grazie ai musicisti che hanno contribuito a realizzarlo. Non so se la risposta rende l’idea: sono quelle cose che quando le scrivi magari non pensi neanche possano raggiungere un obiettivo. Poi ascolti una canzone dialettale sulle reti nazionali, dove pensi che le parole possano non capirsi, e invece ti accorgi che la parola diventa quasi comprensibile nel suo contesto di ascolto e di musica. Ecco, lì capisci che hai raggiunto un obiettivo importante.
Ma secondo te la musica dialettale oggi è più musica o più uno stato mentale?
Penso sia più uno stato mentale, perché ci riporta alle nostre origini. Ci aiuta in un momento di "occlusione mondiale", credo sia più questo.
Il clarinetto in do è lo strumento che caratterizza la tua carriera. Aveva bisogno dell’elettronica per parlare al mondo di oggi? Visto che mi dici che il mondo di adesso è confuso e incasinato, c’era bisogno di una chiave di lettura secondo te?
Sì, aveva bisogno di essere capito nella sua caratteristica principale: quella di identificare un genere musicale, di portare un suono che sia del liscio, ma anche delle bande e di quella musica amatoriale. Volevo dimostrare che questo suono ha un’unicità incredibile nel timbro – perché non è il si bemolle della musica classica, ha una caratteristica veramente straordinaria e sua – ma abbinato a una tecnologia ricercata. Mi sono veramente impegnato a trovare soluzioni che non facessero perdere la sua origine, ma che mi permettessero, con questa tecnologia, di andare a toccare qualsiasi possibilità. Entro nei sintetizzatori, negli armonizzatori, nell’effettistica che appartiene ad altri strumenti, ma senza scarnificare il clarinetto in do, mantenendone appunto la caratteristica d’origine.
Il violino di Peter Tickell che cosa ha aggiunto alla nostra musica tradizionale?
Tu sai che i padri di questa musica sono violinisti. Carlo Brighi, il padre fondatore, era il primo violino dell’orchestra Toscanini e ha fatto nascere questa modalità di musica da ballo nelle aie nei primi del Novecento. Secondo Casadei, che era stato il violino di Brighi, lo ha trasformato in una musica di appartenenza proprio romagnola, fino ad arrivare al 1954 quando è stata scritta Romagna Mia e al 1971 quando ci ha lasciato, identificando questo genere musicale con i suoi arrangiamenti e col suo strumento.
Peter Tickell porta una traditione musicale irlandese, un suono che ha nel folklore la massima espressione, oltre a una capacità di modernizzare lo strumento sia nel modo di suonare che nell’effettistica. È un artista internazionale. Quello che ha portato lui è proprio ciò di cui ha bisogno questa nostra musica. In una canzone dialettale come Oh Romagna, Peter si innamora del dialetto romagnolo e del fraseggio del clarinetto: lì c’è la Romagna, ma c’è soprattutto una visione di interpretazione europea. Lui ci mette l’anima e il cuore, portando tutto il mondo della world music nella canzone di un territorio.
Ti chiedo invece: come si diventa il braccio destro di Raoúl Casadei? C’è un modo per diventarlo?
Beh, si diventa perché Raoúl ha la prima intuizione. Tu non sai di essere adatto a essere il braccio destro di Casadei, è Raoúl che te lo fa capire. E me lo ha fatto capire. Poi, oltre all’aspetto musicale, ti affianchi a lui nella vita quotidiana. Io sono diventato il suo braccio destro perché ho scelto di spostare la mia vita dal mio paese a dove abitava lui, a Gatteo Mare, dove ero al suo fianco H24. Dovevo raccontare la storia romagnola attraverso quello che lui raccontava a me.
E cosa ti porti dentro di quegli anni?
Mi porto dentro la Romagna vera, la Romagna che solo un Casadei può raccontarti. Io ho cominciato a suonare che avevo 14 anni, adesso ne ho quasi 70 e ho sempre fatto questa musica, ma la spinta per farlo è stata portarsi dentro la Romagna di Raoúl.
A Gatteo Mare, quest’anno sei di nuovo il direttore artistico del festival di Sanliscio. Qual è la scommessa più grande che un direttore artistico può fare in un festival di questo tipo? È difficile arrivare ai giovani, o i giovani sentono comunque il potere della tradizione senza troppe spiegazioni?
La scommessa più grande è quella di lasciare un’eredità. Tutta quella generazione che fa del liscio la propria vita, la propria industria e il proprio impegno totale deve lasciare un’eredità, e il festival di Sanliscio ha questa possibilità. Lascia ai giovani la chance di scrivere canzoni con la reale idea musicale del liscio. Le canzoni che si scrivono per il liscio non sono le canzoni che vanno al Festival di Sanremo; sono canzoni nate per far abbracciare la gente e farla ballare. Chi scrive liscio deve sapere che la priorità è far ballare, e attorno a questo si costruisce il pezzo.
I giovani che iniziano in questa quarta edizione cominciano a capire che bisogna affrontare anche l’esigenza del tempo di oggi, che è fatto di talent e di una gara continua. Oggi i giovani che fanno musica sono in competizione dalla mattina alla sera. Io che con la Nazionale Cantanti sono circondato da tantissimi giovani vedo questa continua necessità di gareggiare. Il liscio ha bisogno di questo, se la competizione è vista in modo positivo, cioè come un modo per migliorarsi e farsi le ossa. Oggi non c’è più la possibilità di fare gavetta. Noi siamo cresciuti facendola: quando fai 8.000 concerti nella tua carriera, significa che ne hai passati almeno 7.500 a fare gavetta, e quindi hai le spalle forti. Questi ragazzi invece non hanno questa possibilità, tutto è veloce. Devono costruirsi con le occasioni che hanno oggi, vivendole nella maniera giusta e senza abbattersi se si perde, ma pensando di aver comunque superato il primo step.
Se tu dovessi dare un consiglio a un giovane che inizia oggi, in un mondo in cui l’attenzione è ridotta e in cui si ascolta sempre di meno, cosa consiglieresti?
Penso che si debba cercare di lasciarsi andare, anche se non è facile, e seguire il proprio istinto. A parole sembra la cosa più banale, però io ho sempre fatto le cose pensando che in quel momento fosse la scelta migliore, e che potesse portarmene un’altra ancora migliore. Quindi: ascoltare molto, ma fare assolutamente la propria scelta. Oggi vedo che i ragazzi scrivono facendosi magari aiutare dall’intelligenza artificiale. Ma anche con l’intelligenza artificiale, se le dici: "Guarda, mi hai aiutato a fare una bella cosa, adesso ci metto del mio", lei ti risponde che è la cosa giusta da fare.
Certo, è condiscendente l’intelligenza artificiale.
È condiscendente, ti accontenta. Però se io mi sento dire così vado avanti e dico: "Perfetto, la penso uguale, quindi anche se lo fai per farmi piacere, il piacere era già mio". Con lei non c’è un contraddittorio, quindi tu vai avanti per la tua strada.
Ma secondo te, in una tradizione così radicata come quella romagnola, emerge più chi resta fermo o chi osa per andare avanti?
Guarda, io sono uno che resta tantissimo radicato, ed è la risposta alla prima domanda che mi hai fatto: il dialetto è l’avanguardia. Io sono un mix che non sposti. Mi permetto l’avanguardia musicale perché ho alle spalle il dialetto, il "sabbione" e la cantina del ragazzino che sogna i primi concerti immaginando un giorno di salire su un palco. E ho anche la possibilità di andare in spiaggia alle sei e mezza di mattina, dove la gente balla sulla battigia con le scarpe in mano per non sporcarle, per poi infilarsele in pista e iniziare a ballare alle sei del mattino. Quando hai questa solidità, ti puoi permettere veramente di andare nell’avanguardia. Io ho fatto lo stesso tipo di musica per 50 anni, ho sempre fatto il liscio col mio pensiero e col mio approccio, senza andare dietro alle mode. La cassa in quattro ci deve essere anche nel liscio, l’aspetto positivo è che fa ballare. Il liscio non la rinnega, la fa sua. Io la metto nella mia modalità.
Fa parte anche del pensare romagnolo: i romagnoli hanno costruito un lungomare che non esisteva, sono sempre nell’avanguardia. Hanno fatto capire che persino l’ombra ha un costo.
Però vedi che attorno a quell’ombra che ha un costo, se vieni qua c’è la possibilità di divertirsi dalla mattina alla sera, perché il divertimento ha le sue esigenze. Crescere con questo pensiero è stata la fortuna del liscio. Più che uno stile musicale, io lo ritengo un format della musica da ballo, perché dentro ci trovi tutti i generi e tutte le anime interpretative: in una balera trovi rock, funky, blues, trovi tutto. E ha un aspetto sociale non da poco: qui il liscio è la compagnia di tanti anziani e il divertimento di tanti giovani che vengono in vacanza con i genitori o i nonni in una località che magari non è New Orleans col Dixieland, ma è Gatteo Mare perché c’è il liscio.
Ma l’emozione della piazza secondo te è rimasta immutata in questi anni? O la gente è cambiata?
L’emozione della piazza ce l’ho quando canto in dialetto.
Il dialetto diventa un valore aggiunto, non una diminuzione.
Per me è un valore aggiunto perché riesce ad affascinare anche i musicisti che ci seguono in questo viaggio della musica popolare. Se David Rhodes, lo storico chitarrista di Peter Gabriel – quello che ha inciso La Cura di Battiato – si inserisce nelle mie canzoni dialettali, ci deve essere un motivo. Ci deve essere qualcosa che accende un legame nella sua anima musicale.
Secondo te qual è il segreto? È forse quella libertà legata alla riconoscibilità, come hai detto tu, ma anche la libertà che il dialetto riesce a darti rispetto a una musica romagnola che invece è molto rigida nel far rispettare le partiture? Perché il liscio è quasi come la musica classica. Il ballerino romagnolo che ascolta un clarinetto in do o un sax conosce la canzone, e quella deve essere suonata esattamente come la prima volta. Se cambi una nota, il ballerino se ne accorge.
Ha dell’incredibile questo, sì! È come se suonassi della musica classica, con la differenza che il liscio va interpretato perché è musica da ballo, deve avere il "battere" per capirci. Immaginati quindi quando sopra ci metti il dialetto romagnolo, che non ha uno schema di partitura. Io te lo sto raccontando nel tecnicismo, ma chi non ha questa conoscenza percepisce comunque qualcosa di straordinariamente unico: un mix pazzesco di cose che non si scrivono a tavolino.
Ma quindi, se non potessimo applicare la fonetica del romagnolo alla musica per il liscio, non esisterebbe il liscio come lo conosciamo? Con un altro dialetto non sarebbe lo stesso?
No, assolutamente. Il liscio lo puoi fare solo col dialetto romagnolo. Ti concedo forse il reggiano, che ha una bella fonetica… Il liscio può valorizzare la nostra musica come il dialetto napoletano lo ha fatto nel suo percorso. Il problema è che noi non abbiamo avuto gli autori, la storia musicale napoletana, la qualità e il livello di quegli artisti. Eppure adesso mi accorgo che quando scrivo in dialetto una frase come "l’èria frèsca, l’udòr ed la farèina", questa diventa subito musica e poesia. Se dici in italiano: "Questa mattina c’è l’aria fresca con il profumo della piadina", mamma mia, non c’è niente di poetico! In dialetto invece non c’è bisogno d’altro, hai già fatto una storia: "Oh Rumàgna, te-ccì la fèsta, da la sègra a la balèra, ìn-tlà piàza o in tùn cantòn, azàr-truvèn, cùn iàmìg, cùn la famèia e chi’t vò bèn".
È anche un dialetto abbastanza comprensibile. L’ho ascoltato in radio e mi ha fatto un effetto pazzesco. Se un’intervista di Radio Rai ti passa in nazionale questa canzone con un’energia incredibile, tu l’ascolti e dici: "Ma no, è possibile?". C’è gente che mi diceva: "Ma no, non si può sentire il dialetto perché non si capiscono le parole". E invece no: subito dopo arrivano i messaggi dei conduttori che dicono: "Non possiamo rispondere a tutti i messaggi ricevuti per questo pezzo di folklore, dobbiamo farci delle domande e chiederci perché questa musica si muova così". Ecco, a noi romagnoli serve proprio un percorso di questo tipo. La musica napoletana nei decenni, grazie ai suoi autori, è diventata comprensibile ed è stata sdoganata (anche se onestamente io faccio fatica a capire tante canzoni napoletane, non è comprensibilissimo). Noi dobbiamo fare lo stesso: dobbiamo sdoganare questo dialetto. Io in questi quattro anni, con questo viaggio nella musica popolare, sto facendo questo percorso. E le canzoni dialettali hanno una marcia in più. Il mio sogno è quello di andare all’Eurovision con una canzone dialettale di folklore europeo.
Ma quindi questo sogno dell’Eurovision ce l’hai veramente o era una battuta?
No, no, non scherzo. Da ragazzino avevo detto che se fossi andato a Sanremo e avessi suonato all’Arena di Verona, avrei smesso di suonare. Ho fatto tutte e due le cose, quindi adesso mi devo inventare un’altra roba per non smettere!
Tu hai suonato con Raúl Casadei, sei andato a Sanremo… qual è la follia che ti manca se non l’Eurovision?
Quello di Sanremo è stato il sogno clamoroso. E poi anche l’Arena di Verona, che per uno che fa il liscio è un traguardo incredibile. Come ti dicevo, avevo promesso di smettere, quindi ora devo inventarmi qualcos’altro. L’Eurovision è complicato, ma ci penso.
Ma l’Eurovision con gli Extraliscio non ce lo vedi bene?
No, gli Extraliscio hanno chiuso il loro percorso.
Per sempre?
Sì, perché io e Mirko Mariani non suoniamo più insieme, e non può esserci l’Extraliscio senza uno dei due.
Quindi non credi nelle reunion? Io non le capisco molto.
Ci credo quando c’è stato per tanti anni un unico linguaggio, un unico legame affettivo e una storia nelle canzoni. Con gli Extraliscio la convivenza è stata complicata fin da subito perché eravamo due mondi completamente diversi, con due caratteri opposti. Mirko Mariani è straordinario, geniale nella musica, ma allo stesso tempo si innamorava facilmente di altri mondi musicali, perché è nella sua natura: lui non può legarsi a un solo genere. Quando si applica è straordinario, infatti abbiamo fatto gli Extraliscio. Io invece sono uno legato a un genere solo, non posso innamorarmi di altro: il mio legame è questo qui e basta. Tutto ciò che viene fatto attorno alla mia musica ha senso di esistere solo in questa chiave. Nel momento in cui noi due non potevamo più far coesistere queste cose – nonostante la straordinaria capacità di Elisabetta Sgarbi di vedere queste due genialità nei loro mondi diversi, metterle insieme e portarle dove le ha portate – il futuro non poteva continuare. Purtroppo quel legame è venuto meno e abbiamo preso due percorsi diversi. L’Extraliscio rimane qualcosa di veramente "extra".
Essere un purista del liscio, in questo momento, non ti fa sentire un po’ ribelle?
Sì, ma quelli del liscio sono dei ribelli! Sono un po’ talebani tante volte, sono legatissimi a quella partitura di cui parlavo. Se viene l’appassionato di liscio e sente Romagna o Tramonto con due note diverse, per lui non va bene: pensa che hai sbagliato, non che l’hai voluta cambiare, e ti critica. Però lo stesso romagnolo oggi capisce che se Sanremo ha accolto il liscio, se l’Arena di Verona ha accolto un clarinetto in do, se il Festival del Cinema di Venezia premia il liscio con premia il liscio con un film come EXTRALISCIO-Punk ai confini della balera, allora la generazione che sta finendo ha il compito di trasmettere questa tradizione alle altre generazioni. Lo facciamo noi musicisti e lo fanno anche gli appassionati.
Ma quindi come si preserva la tradizione? Cosa dobbiamo fare perché gli ultimi baluardi del liscio sopravvivano?
Possiamo sicuramente continuare a leggere le partiture originali, ma allo stesso tempo dobbiamo portare quelle stesse partiture in una dimensione attuale di ascolto, e non solo di ballo. Per valorizzare completamente questa nostra musica, come ha dimostrato l’edizione del Ravenna Festival dove ho suonato con l’Orchestra Giovanile di Riccardo Muti con gli arrangiamenti sinfonici, questa musica va anche ascoltata, non solo ballata. In questo modo viene nobilitata. Se ne vanno a esaltare tutti gli aspetti e tutte le possibilità, e allora viene preservata e tramandata. E poi serve la nuova scrittura, che deve avere la fortuna di incontrare autori, compositori e arrangiatori capaci di crearne nuove forme e nuove possibilità.
Ti faccio un’ultima domanda: che cosa sogni per il futuro?
Te l’ho detto: l’Eurovision. L’Eurovision sarebbe la sintesi di tutto quello di cui abbiamo parlato finora. Prova a immaginartelo: un clarinetto in Do, una cantante austriaca che canta in dialetto, un violinista irlandese…
Sempre Peter Tickell?
Sì, sempre lui! E l’entourage è questo: il collettivo E-Wired Empathy con Giovanni Amighetti alla guida come produttore, musicista e arrangiatore, e noi tutti a cantare all’Eurovision un pezzo con la cassa in quattro in pieno stile romagnolo.
Non ci spostiamo di una virgola, insomma.
No, no, assolutamente. Anzi, direi che nella nostra formazione si debba confermare assolutamente la voce salentina di Stefania Morciano – vedi che abbiamo anche il Salento dentro? – e tutti i componenti del gruppo. Vai a vedere un po’ chi sono: sono tutte eccellenze musicali.
Ma ti faccio una domanda scomoda, geografica. All’Eurovision vorresti andare rappresentando l’Italia o San Marino?
San Marino!
Lo sapevo.
Ho fatto presto a risponderti? (ride)
