Il film che doveva consacrare Julia Roberts e che invece ha cambiato la carriera di tutte le altre

Potremmo definirlo "paradosso di Julia Roberts": Mona Lisa Smile è il film che ribalta tutto, uno dei rari casi in cui le co-protagoniste diventano più grandi della star

Diego Scappini

Diego Scappini

Giornalista

Classe 1987, lo sport è il mio habitat naturale ma sono appassionato anche di TV, serie e cinema, soprattutto horror.

Mona Lisa Smile - Julia Roberts
Prime Video

Quando uscì nel 2003, Mona Lisa Smile venne spacciato come l’ennesimo progetto cucito su misura per Julia Roberts, allora l’attrice più pagata di Hollywood e reduce dal trionfo di Erin Brockovich. Cachet record, poster dominato dal suo sorriso, campagna marketing costruita su di lei. Nelle intenzioni dello studio doveva essere persino la versione al femminile de L’attimo fuggente, con Roberts nel ruolo della professoressa che ispira una generazione di giovani donne. Eppure, vent’anni dopo, il film è ricordato soprattutto per un’altra ragione: è stato la rampa di lancio di una generazione di attrici che, da lì in poi, avrebbe definito il cinema dei primi Duemila. Il paradosso è che, mentre lei cercava un nuovo ruolo identitario, il film finisce per regalarlo a tutte le altre.

Le vere "Mona Lisa" del film: Dunst e Gyllenhaal

A distanza di vent’anni, Mona Lisa Smile è ricordato soprattutto per aver fotografato un momento irripetibile nella carriera di due attrici che stavano per cambiare pelle. Kirsten Dunst, reduce dai successi planetari di Jumanji e Spider-Man, trova qui il suo primo ruolo davvero adulto: Betty Warren è un personaggio scomodo, conservatore, persino antipatico, che le permette di scrollarsi di dosso l’etichetta di "ragazza da blockbuster". È il primo passo verso la Dunst che oggi associamo al cinema d’autore.

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Maggie Gyllenhaal, invece, è la vera rivelazione del film. La sua Giselle Levy – moderna, libera, sessualmente emancipata – è il personaggio che più di tutti resiste al tempo. È il ruolo che la consacra come nuovo volto del panorama indie e che, insieme a Donnie Darko, la allontana da quella immagine di "figlia di papà" che aveva caratterizzato l’inizio della sua carriera e che la porterà, anni dopo, alla candidatura agli Oscar e alla regia.

Stiles e Goodwin: le sorprese che non ti aspetti

Accanto a loro, il film ospita due attrici che all’epoca sembravano destinate a percorsi più lineari e che invece, proprio grazie a Mona Lisa Smile, cambiano traiettoria. Julia Stiles, icona teen dei primi Duemila grazie a Save the Last Dance, sfrutta il film come ponte verso ruoli più adulti, meno legati all’immaginario liceale che l’aveva resa famosa. Aveva già dimostrato di saper reggere ruoli più adulti (da Hamlet a The Bourne Identity) ma Mona Lisa Smile è il momento in cui quella transizione diventa visibile anche al grande pubblico: non più "la ragazza che piace solo agli adolescenti", ma un’attrice solida, capace di muoversi tra cinema commerciale e progetti più ambiziosi.

Ginnifer Goodwin, praticamente sconosciuta all’epoca, sorprende tutti all’esordio con un personaggio fragile ma non vittimista. È il primo tassello di una carriera che le regalerà molte soddisfazioni soprattutto dal punto di vista delle serie tv, da Big Love a Once Upon a Time. Sono le due "laterali" del cast, ma oggi sono quelle che più raccontano l’evoluzione del cinema femminile dei primi anni 2000.

Un film‑incubatrice, più che un manifesto

Mona Lisa Smile non è un capolavoro, non è un film generazionale, e non è nemmeno il titolo più amato di Julia Roberts. Ma ha fatto qualcosa che pochi film riescono a fare: ha intercettato un momento di passaggio, un istante in cui quattro attrici stavano per diventare altro, e le ha messe tutte nello stesso posto, nello stesso anno, nella stessa aula del Wellesley College. È diventato, suo malgrado, un film… "incubatrice": il ritratto di un’epoca in cui Hollywood stava cambiando volto, e le sue nuove protagoniste erano già tutte lì, pronte a prendersi il futuro.


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