Mio Fratello è un vichingo al cinema, recensione: cosa importa dell'immagine che altri hanno di noi

Un eccezionale Mads Mikkelsen regge sulle spalle la dark comedy di Anders Thomas Jensen, in grado di raggiungere picchi di profondità inaspettati

Roberto Ciucci

Roberto Ciucci

Giornalista

Appassionato di sport, avido consumatore di manga e film, cultore di tutto ciò che è stato girato da Quentin Tarantino e musicista nel tempo libero.

Mio Fratello è un vichingo, Libere Recensioni: cosa importa dell'immagine che altri hanno di noi
Plaion Pictures

Bentrovati con Libere Recensioni, la rubrica di Libero Magazine dedicata ai grandi film in uscita e in anteprima nazionale. Mads Mikkelsen si è dimostrato, negli anni, tra i talenti più poliedrici che il cinema europeo abbia sfornato. Da Hannibal a La Terra Promessa, passando per Un altro giro, l’attore danese ha sempre regalato performance di grandissimo spessore. In Mio Fratello è un Vichingo si ricongiunge per la sesta volta con Anders Thomas Jensen, regista svedese specializzato nel cortometraggio ma con una certa dimestichezza con commedie graffianti. Ed è proprio questo il film che i due imbastiscono assieme a Nikolaj Lie Kaas: una dark comedy familiare imperniata su un furto, un passato doloroso e sulla critica a un certo modo di vedere le cose. E su quanto influiscano, su di noi, i giudizi che riceviamo sulla nostra personalità.

Mio fratello è un vichingo – La recensione del film

Jensen conosce alla perfezione i tempi comici e come far funzionare una gag. Per tutta la prima metà di Mio Fratello è un vichingo, infatti, si ride di gusto. Il film intrattiene non solo per la surreale comicità portata in scena, ma anche per i diversi momenti d’azione (inframmezzati da diversi frangenti a dir poco splatter) che tengono alta la tensione. L’umorismo è tipicamente nordeuropeo e può lasciare in più di una circostanza spiazzati e un po’ confusi.

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Il ritmo imbastito nella frazione iniziale della pellicola, però, va via via scemando nella seconda, quando cominciano a emergere le parti più profonde e articolate della sceneggiatura curata dallo stesso Jensen. Proprio questi ultimi appaiono il punto forse più fragile dell’intero progetto, apparso non in grado di arrivare completamente in fondo al discorso.

Di cosa parla la trama di Mio fratello è un vichingo?

Anker (Kaas) è appena uscito di prigione dopo 15 anni per furto. Prima di essere catturato, l’uomo aveva affidato la chiave dell’armadietto in cui aveva nascosto i soldi rubati a suo fratello Manfred (Mikkelsen), affetto da una forma di autismo. La raccomandazione di Anker era di prendere la borsa e nasconderla in un posto da lui indicatogli, vicino alla casa in cui i due sono cresciuti. Scarcerato, l’uomo si ricongiunge col fratello, ma sorge subito un problema: Manfred è convinto di essere John Lennon dei Beatles.

Braccato da un ex "collega" ladro, che pretende la sua parte della refurtiva, Anker convince Manfred a fare una gita nei boschi, proprio nei pressi della loro vecchia abitazione, ora trasformata in B&B da Margrethe (Sofie Gråbøl) e Werner (Søren Malling), un’eccentrica coppia. Provandole tutte per farsi dire da Manfred dove ha seppellito i soldi, Anker acconsente a un folle piano: "rimettere insieme" i Beatles, facendo suonare Manfred e altri due individui affetti da malattie mentali.

Due poli opposti del medesimo "spettro"

Mio Fratello è un vichingo affronta un discorso sull’identità maschile mettendo a confronto due individui siti ai poli opposti, è proprio il caso di dirlo, del medesimo spettro. Da un lato c’è Manfred, personaggio con numerose nevrosi e manie che, pur nei suoi deliri ossessivi, vive la propria identità in maniera genuina, accettandosi per com’è. Dall’altro c’è Anker, persona che, per quanto ritenuta più "socialmente accettabile", è comunque il frutto di una costruzione di ciò che è ritenuto giusto e consono per un uomo. Un uomo che fatica a contenere la propria rabbia e a scendere a patti col doloroso passato di abusi domestici da parte del padre.

I problemi di ritmo di cui abbiamo già parlato si riflettono in un’esperienza di visione ondivaga: il film vive di momenti, risultando a tratti lento e in altri eccessivamente veloce e frenetico, ai limiti dell’angosciante. A salvare capra e cavoli ci pensa un Mads Mikkelsen in stato di grazia, che regge sulle proprie spalle l’intero peso della pellicola. Non è un caso che, come lui stesso ha affermato, accetti determinati ruoli solo se dall’altra parte della cinepresa c’è Jensen, a suo dire un regista unico anche nel panorama del cinema danese. Manfred, metodico, a tratti ossessivo, impulsivo e molto testardo, dimostra spesso il narcisismo e l’ostinazione di un ragazzino, con comportamenti che mettono in difficoltà chi gli sta vicino. Tra le sue manie c’è per esempio quella di rubare i cani altrui, fingendo che gli appartengono. Mikkelsen gestisce con grande destrezza le derive più estreme e meno meditate del suo personaggio, mettendo cuore nel film.

Mio fratello è un vichingo finisce parzialmente vittima del suo stesso desiderio di eccedere. L’umorismo dark che lo contraddistingue, tipicamente nordeuropeo, fatto di eccessi e momenti al limite dell’assurdo, riesce a strappare più di una risata, ma lascia anche spesso disorientato lo spettatore. È salvato in parte da un Mads Mikkelsen come sempre eccezionale, nonostante un taglio di capelli francamente vergognoso, e in grado mettere il cuore in un film che finisce paradossalmente per risultare più distaccato di quello a cui punta.

Voto: 6.5/10


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