Mina, Laura Pausini, Tiziano Ferro, Cesare Cremonini: questa non è una cover. Perché la moda di cantare le canzoni degli altri non può essere uguale per tutti
La moda delle cover dilaga, ma chi può davvero cantare le canzoni degli altri? Mina ora esce con un disco intero di riletture, mentre Pausini le esporta all'estero. E gli altri? Proviamo a ragionare sul fenomeno

Nel 2002 Trent Reznor riceve una cassetta. Dentro c’è un signore di settant’anni che canta Hurt, il pezzo che lui aveva scritto a ventisei anni chiuso in una stanza e la sensazione che il mondo fosse una superficie senza appigli. Il signore di settant’anni si chiama Johnny Cash. Reznor ha raccontato di aver provato qualcosa di molto specifico, e di poco nobile: la sensazione che la sua ragazza se ne fosse appena andata con un altro ma non gliel’avevano portava via, gliel’avevano portata via davanti agli occhi, e lei era stata contenta di andarsene.
È l’unica descrizione onesta di che cosa sia una cover riuscita. Ma questo è il punto che il discorso pubblico sulle cover evita accuratamente, perché costringe a una domanda che non piace: chi ha davvero il diritto di cantare le canzoni degli altri? Non in senso legale, quello è un modulo da compilare, e non è mai stato il problema interessante. In senso artistico. Chi può permettersi di prendere la canzone di un altro e restituirla diversa senza che la cosa somigli a una visita non annunciata?
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Entra nel canale WhatsAppWhitney Houston, Sinéad O’Connor e Aretha Franklin: le cover che hanno battuto l’originale
La risposta corrente è di certo chi la canta meglio. Ma è una risposta sbagliata, e vale la pena spiegare perché.
Prendete I Will Always Love You. Dolly Parton la scrive nel 1973 come lettera di congedo a Porter Wagoner, e la tiene bassa apposta: è un addio, e gli addii veri si dicono piano, altrimenti diventano ricatti. Nel 1992 Whitney Houston la trasforma in una cattedrale. E non è più la stessa canzone perché Whitney Houston non canta un addio ma una consacrazione, quindi regge non perché abbia più voce, ma perché ha un’idea. Stessa cosa, ancora più radicale, con Sinéad O’Connor: Nothing Compares 2 U Prince l’aveva scritta come pezzo funk di seconda fila, quasi un ripensamento.
Nel 1990 lei ci mette dentro una cosa che nel brano non c’era – sua madre, morta cinque anni prima, e un rapporto mai pacificato – e la telecamera resta ferma sul suo viso finché non cattura la lacrima che tutti si aspettavano. Da lì in poi Prince ha continuato a eseguirla dal vivo, ed era ormai lui a fare la cover. Otis Redding, quando Aretha Franklin rovesciò Respect trasformando la richiesta di un uomo stanco in un’ingiunzione scandita a lettere, disse più o meno che quella ragazza gli aveva portato via la canzone. Lo disse ridendo. Ma lo disse.
Mina e ‘Vento di passione’: come un brano di Pino Daniele diventa uno standard suo
Dal 18 settembre torna in radio chi la cover le sa fare per davvero. Mina pubblica Vento di passione, capolavoro di Pino Daniele ricordato da tutti per il duetto con Giorgia, primo estratto da Dilettevoli inedite eccedenze, dieci reincisioni scelte da lei in un arco che va dagli anni Settanta all’aprile scorso. La traccia è stata cantata nella primavera del 2026, e questo è il dettaglio decisivo: Mina non finge di avere la voce che aveva, usa quella che ha adesso. Nel videoclip diretto da Ferzan Özpetek e affidato al corpo di Luca Argentero, lei compare soltanto su una fotobusta, sulle note finali.
Un’artista che si fa sostituire nella propria immagine e resta comunque padrona assoluta del brano: non existe dimostrazione più elegante del fatto che una cover si vince con l’interpretazione e non con la presenza scenica. Del resto è il suo mestiere da sessant’anni – Battisti, i Beatles, Fossati, la stessa discografia napoletana di Daniele da Quanno chiove a Napule è – e il risultato è sempre lo stesso: dopo il suo passaggio il pezzo diventa uno standard di Mina, e chi arriva dopo canta la sua versione credendo di cantare l’originale.
Cesare Cremonini e ‘Stella di mare’: come si canta in duetto con Lucio Dalla
Il caso opposto è invece Cesare Cremonini con Stella di mare. Nel 2022 ottiene i nastri del 1979, isola la voce di Lucio Dalla e ci costruisce attorno un’architettura pianistica e sinfonica, portandola negli stadi come duetto con un uomo che non c’è più. È l’operazione più rischiosa dell’elenco, perché il pubblico italiano ha un riflesso condizionato verso queste cose e lo chiama nostalgia. Non lo è, e si sente: Cremonini non pesca Caruso ma un brano obliquo, forte di una firma riconoscibile da mettere accanto a quella di Dalla. Chi non ce l’ha, quella firma, accanto a un fantasma ci fa una figura da coro.
Laura Pausini e ‘Io canto 2’: la cover come passaporto, non come sfratto
L’obiezione più seria a tutto questo ragionamento è arrivata il 6 febbraio e si chiama Io canto 2, vent’anni dopo il capitolo che aveva inaugurato il modello. Dentro c’è Quanno chiove, cioè lo stesso brano di Pino Daniele che Mina si era già portata dalla sua parte. C’è un duetto con Lucio Dalla in Felicità, cioè la stessa mossa di Cremonini. C’è Il cielo in una stanza cantata in italiano, inglese, tedesco e portoghese. Sulla carta sono le identiche operazioni descritte fin qui. Nei fatti è un’altra cosa, e conviene ammetterlo invece di far finta di niente.
Laura Pausini non sfratta nessuno. Fa il contrario: mette le canzoni in valigia. Il suo modello non è la risignificazione ma il trasporto, ed è l’unico caso italiano in cui la cover serve a spostare un repertorio oltre confine anziché a riscriverlo. La mia storia tra le dita di Grignani, uscita un anno fa in quattro lingue nello stesso giorno, non vuole sostituire l’originale ma farla esistere a Lima e a San Paolo, dove altrimenti non esisterebbe affatto.
Il Latin Grammy vinto dalla versione spagnola del primo Io canto certifica una competenza che nessuno degli altri quattro possiede, e che con l’interpretazione c’entra poco: la capacità di rendere cantabile in altre lingue una canzone che era nata locale. È un’arte minore? No, è un’arte diversa, e va misurata con il metro suo. Ma il rischio è preciso, e vale la pena nominarlo: quando la fedeltà diventa metodo, il confronto si sposta sul terreno dell’esecuzione, che è l’unico dove contro l’originale non si vince mai. Quanno chiove subito dopo Mina è esattamente questa scommessa. Non è questione di bravura, che non è mai stata in discussione ma di che cosa resta a una canzone quando la restituisci intatta.
Tiziano Ferro e ‘Accetto Miracoli’: il coraggio delle scelte scomode
Tiziano Ferro sceglie un’altra strada ancora: tenere le strutture e cambiare la materia. Tredici brani incisi a Los Angeles nel lockdown con musicisti che hanno costruito il suono americano degli ultimi trent’anni, da Michael Landau a Sean Hurley. La misura della riuscita non sta in Rimmel, benedetta pubblicamente da De Gregori e tornata in rotazione radiofonica quarantacinque anni dopo, ma nelle scelte che nessuno gli aveva chiesto: Cigarettes and coffee di Scialpi, Morirò d’amore di Giuni Russo. Andare a prendere ciò che il canone ha lasciato sul bordo del tavolo è un gesto critico prima che vocale.
E Marco Mengoni, che ha esordito aggredendo Psycho Killer e Helter Skelter, ha vinto la serata delle cover del 2023 con Let It Be e il Kingdom Choir smontando l’arrangiamento e rimontandolo per coro e orchestra: cioè facendo esattamente il contrario di quello che quella serata premia di solito. L’antenato di tutti però sta a Genova, comunque. Fabrizio De André prende Brassens e Cohen e non li traduce: li rifonda. Il gorilla in italiano è una canzone italiana, con uno slancio che appartiene solo a lui. Suzanne non è la versione italiana di Suzanne, è un’altra canzone che porta lo stesso nome.
Un ultimo dettaglio, per chi ama la storia più della leggenda costruita sopra Hallelujah: la versione che ha reso il pezzo un monumento non discende direttamente da Leonard Cohen, ma dalla lettura che ne aveva dato John Cale, che aveva riscelto le strofe e semplificato tutto al pianoforte. Jeff Buckley riprende quella. Le canzoni non appartengono a chi le scrive ma a chi se le merita, e il possesso può cambiare mano più volte.
Come si riconosce una cover riuscita
La prossima volta che ascoltate qualcuno cantare il pezzo di un altro, provate a non chiedervi se sia bravo. È la domanda più inutile del mestiere, e la risposta è quasi sempre sì. Chiedetevi invece: che cosa gli è costato? Che cosa ha messo dentro questa canzone che prima non c’era, e che adesso non potremo più togliere? Se non trovate risposta, quella non è una cover. È una visita guidata in casa di qualcun altro, con le pantofole ai piedi e il divieto di toccare i soprammobili.
