Mimmo Calopresti spiega la crisi del cinema italiano e del Sud: "Una volta raccontavo gli operai. Oggi chi racconti?" - Baarìa Film Festival
Il regista riflette sui social, i giovani e sul bisogno di appartenenza: "Chi fa cinema oggi ha paura di sbagliare". Poi invidia il film vincitore del David di Donatello: "Lo avrei voluto fare io"

"Una volta era più semplice. Ero figlio di operai e raccontavo gli operai". Mimmo Calopresti non ha nostalgia del passato, ma la consapevolezza che il cinema di oggi si trovi davanti a una sfida molto più complessa. Le verità si sono moltiplicate, i social hanno cambiato il modo di stare al mondo e perfino individuare il protagonista di un film è diventato difficile. Alla vigilia del Baarìa Film Festival, dove sarà tra i giurati, il regista riflette sulla crisi della contemporaneità: "Vedo molta confusione. È difficile capire qual è il focus del racconto". Una difficoltà che, secondo lui, finisce per riflettersi anche sul cinema italiano, ancora incapace di immaginare un Sud diverso da quello di sempre.
Per Calopresti il problema non è soltanto cinematografico. È il mondo a essere diventato più difficile da leggere. "Oggi ci sono mille verità", osserva, spiegando come i social abbiano moltiplicato i punti di vista e reso molto più complesso il compito di chi prova a raccontare il presente. Una complessità che, secondo il regista, pesa soprattutto sulle nuove generazioni di autori: "Per la mia era più facile". Da qui nasce una riflessione che tocca il cinema, i giovani, il Sud e perfino il senso di appartenenza in un’epoca sempre più individualista.
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Entra nel canale WhatsAppLei viene definito un maestro del "cinema verità". Oggi è ancora possibile raccontare la verità senza tradirla?
«No, non è possibile. Ormai ci sono mille verità. Ci sono i social, ci sono tanti modi diversi di stare al mondo. Tocca agli autori assumersi la responsabilità di cercare la verità, ma è sempre una verità molto individuale, molto soggettiva. Bisogna continuare a provarci, cercando quelle storie che ti permettono di arrivare a una verità sulla vita e sul mondo».
I social hanno reso ancora più difficile distinguere la realtà dalla sua rappresentazione?
«Dobbiamo capire che esiste anche quella realtà. I social fanno parte della vita delle persone e bisogna lasciare spazio anche a quella dimensione. Sta diventando molto invasiva, questo sì, ma non ci possiamo fare niente: è la nuova realtà con cui dobbiamo confrontarci, una delle tante».
Questa complessità la avvertono anche i giovani registi?
«Io vedo molta confusione. La situazione è diventata molto più ambigua e difficile da capire. Per la mia generazione era più semplice: avevamo davanti un mondo più leggibile. Oggi è difficile capire qual è il focus del racconto, quali sono le cose giuste da raccontare e quelle da condividere con tutti gli altri. Il rischio di scivolare su una buccia di banana è sempre dietro l’angolo e questo può frenare molti autori».
Perché per la vostra generazione era più semplice?
«Io ero figlio di operai ed era facile raccontare gli operai. Oggi invece chi racconti? Con il lavoro che cambia, con l’intelligenza artificiale… chi lavora davvero? Dov’è il lavoro? È tutto molto più complicato. Per questo oggi è difficile capire chi rappresenta davvero il Paese».
Ecco, se oggi dovesse scegliere una persona da seguire con la macchina da presa per raccontare l’Italia, chi sceglierebbe?
«Questa è la domanda più difficile del mondo… Pasolini diceva che la realtà si pedina. Oggi è molto più complicato, perché tante persone vivono in una realtà diversa, non si incontrano, non si frequentano. Forse seguirei mia figlia, che ha diciassette anni. Mi piacerebbe raccontare come vive, cosa pensa, come stanno al mondo lei e i suoi amici. È qualcosa di completamente diverso da quello che succedeva a me. L’uomo nuovo, oggi, non so ancora chi sia».
Sembra però che i ragazzi abbiano un fortissimo bisogno di sentirsi parte di qualcosa.
«Sì, e lo vedi anche da fenomeni come quello dei "maranza". C’è un bisogno fortissimo di appartenere a un gruppo, di riconoscersi in qualcosa, non importa se con un’accezione negativa. Una volta era il lavoro a darti un’identità: eri un operaio, eri un intellettuale. Oggi è tutto più difficile da definire, sui social siamo tutti intellettuali… Mi piacerebbe capire davvero di che cosa fanno parte le persone oggi».
Lei sarà tra i giurati del Baarìa Film Festival. Che cosa cerca quando guarda un film?
«Cerco di essere un buon spettatore. Se mi metto a guardare gli aspetti tecnici vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Un film deve coinvolgermi. Non succede spesso, ma quando succede sono quelli i film che vincono, almeno per me».
Le è capitato recentemente di uscire dal cinema pensando: "Questo è il film di cui avevamo bisogno"?
«Sì. Mi è successo con Sentimental Value (vincitore del Premio Oscar per miglior film internazionale). Ho ritrovato qualcosa che apparteneva a me ma anche a tutti gli altri. È questo il cinema: raccontare una storia molto specifica che, però, diventa la storia di tutti».
E invece qual è l’ultimo film che ha visto e ha pensato con un po’ di invidia: "Questo avrei voluto farlo io"?
«Forse Le città di pianura di Francesco Sossai, che ha trionfato quest’anno ai David. Mi ha colpito il modo di girare, la libertà con cui racconta quei personaggi. Prima parlavamo di "pedinare" la realtà, ecco lì ho ritrovato proprio quella sensazione: seguire questi due amici, stare con loro, guardare il loro piccolo mondo di provincia. Ho pensato: "Che bello questo modo di raccontare"».
Lei ha un legame fortissimo con il Sud. Oggi il cinema riesce ancora a raccontarlo?
«No. Il cinema non è capace di raccontare un Sud che evolva, di immaginarlo nel presente. E questo è un problema, perché il modo in cui lo racconta finisce per condannarlo a restare sempre fuori dai giochi. Avremmo bisogno di un cinema capace di stare nel presente, non soltanto di riproporre un’immagine che appartiene al passato».
Eppure continua a dire che ogni volta che torna in Sicilia o in Calabria scopre qualcosa di nuovo.
«Sì, perché al Sud c’è ancora un mistero. Quando arrivo a Torino so già quello che troverò. Quando torno in Sicilia, invece, sono sicuro che scoprirò qualcosa. C’è una lentezza che permette ancora la scoperta. Ritrovo una Sicilia che conserva ancora qualcosa dei film, delle ville, di un mondo che resiste al tempo. Cambia più lentamente, è vero, ma forse proprio questa lentezza ci permette ancora di sorprenderci».
Se durante il viaggio per Bagheria fosse seduto di fianco a un giovane che le chiede un film da guardare per capire l’Italia di oggi, quale gli consiglierebbe?
«Forse nemmeno un film italiano. Gli direi di guardare un film in cui qualcuno racconta intimamente se stesso. Quando il cinema riesce a fare questo, parla a tutti. Va bene in Italia, va bene in Svezia, va bene dappertutto. Quando il cinema è potente riesce a ricreare universi».
In fondo è ancora questo il compito del cinema.
«Sì. Fare dei tentativi. Raccontare la verità è la cosa più difficile del mondo, ma il cinema continua a provarci. Ogni tanto ci riesce, ogni tanto no. Ma è il percorso per arrivarci la cosa più importante».
