Michael, che delusione: come bruciarsi musica e coreografia con una trama inadeguata. Ma Jaafar Jackson è strabiliante. Recensione del film
Il film diretto da Antoine Fuqua e scritto da John Logan pecca dal punto di vista della sceneggiatura, risultando in una "pellicola santino"

Andare a raccontare qualcosa di nuovo su una figura come Michael Jackson, la cui vita è stata sviscerata in ogni sua componente per decenni, è sostanzialmente impossibile. Per girare un biopic sul Re del Pop, quindi, occorre innanzitutto trovare un equilibrio. La giusta misura tra la celebrazione di un’icona mondiale della musica, una figura incisa a fuoco nell’immaginario mondiale, e una persona con non poche ombre e ambiguità, quando si parla della sua sfera personale. Questa era la missione di Antoine Fuqua (Training Day, The Equalizer, I magnifici 7), regista, John Logan (già autore di script come Il Gladiatore, The Aviator e Skyfall), sceneggiatore e Graham King, produttore di Bohemina Rhapsody, per Michael, pellicola biografia, appunto, sulla vita di Michael Jackson interpretato da suo nipote Jaafar (figlio di Jermaine), alla sua prima esperienza sul grande schermo.
Dire che, alla vigilia dell’uscita, ci fosse attesa sarebbe pronunciare l’eufemismo del secolo. Il trailer del film ha racimolato oltre 116 milioni di visualizzazioni nel mondo nelle prime 24 ore di uscita. L’intenzione era quella di partire dalle origini di MJ per poi svelare i vari misteri di una figura così complessa, stratificata e, per molti versi, controversa. Purtroppo il lavoro è riuscito solo a metà. Per motivi legali, che abbiamo trattato in un pezzo dedicato non molto tempo fa, purtroppo la pellicola ha subito pesanti rimaneggiamenti per quanto riguarda il finale (da qui la posticipazione di un anno), risultando manchevole e incompleta. Non tutto è riuscito, quindi, sebbene la musica di un mito come Michael Jackson rimanga un valore aggiunto per il film e scoprire la nascita di alcuni brani iconici mantenga un gusto particolare.
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Entra nel canale WhatsAppMichael – La recensione del film
Abbiamo parlato di un film tronco, in apertura di questa recensione del film biografico su Michael Jackson, ed effettivamente è la sensazione che abbiamo provato all’uscita dalla sala. Perchè se da un lato abbiamo apprezzato il focus posto sul rapporto difficile, conflittuale e abusivo tra Michael e il padre-agente Joseph Jackson, dall’altro si è percepita una generale superficialità nella narrazione. L’uomo è, de facto, l’antagonista del film, descritto come l’ostacolo principale tra Michael e i suoi fratelli e una vita libera e soddisfacente. Ma manca un doveroso approfondimento nella psiche dei vari personaggi coinvolti. Di Michael stesso conosciamo il lato fragile, l’icona, l’artista talentuoso e creativo, ma il film non scopre mai davvero la psiche del suo protagonista.
Lo stesso accade anche per quasi ogni altro comprimario. Michael è quindi un film che non corre rischi. Un biopic "edulcorato", ripulito di ogni ombra che poteva aleggiare su una figura fortemente tridimensionale. Un uomo che ha saputo riscrivere la storia dell’intrattenimento e della musica pop, ma al contempo grandemente stratificato, complesso e problematico. Lungo l’arco dei circa 120 minuti di durata assistiamo quindi a membri mancanti della famiglia Jackson (misteriosamente tagliati dalla storia) e a un racconto generalmente frammentario, anche per necessità legali. In sostanza, un’occasione sprecata di raccontare davvero al pubblico, sia vecchio, sia nuovo, un artista di questo calibro in ogni sua sfaccettatura.
Di cosa parla la trama di Michael
Il biopic diretto da Fuqua e scritto da Logan attacca nel momento in cui MJ (Jaafar Jackson) sta per salire sul palco di Wembley per la sesta data londinese del Bad Tour del 1988. Attraverso una lunghissima digressione torniamo al 1966, quando Michael e i suoi fratelli devono ancora farsi un nome e, spinti dal dispotico e autoritario padre Joseph (Colman Domingo), provano ogni giorno fino allo sfinimento il proprio repertorio musicale. Scoperti da Suzanne Da Passe (Laura Harrier) della Motown Music, i Jackson 5 vengono messi sotto contratto da Berry Gordy (Larenz Tate), primo storico produttore della band. Approdati agli anni ’70, Michael comincia a sentire la necessità di affermarsi come solista, incorrendo inevitabilmente in pesanti attriti col resto della famiglia. Aiutato dall’agente John Branca (Miles Teller), proverà a trovare la propria strada, ma sempre con la pesante ombra paterna a stagliarsi sopra di lui.
Un incredibile, maestoso Jaafar Jackson
Interpretare MJ senza finire per imitarlo non era un compito facile e Jafaar Jackson, possiamo dire con assoluta certezza, ci è riuscito. Il suo appare più come un sentito omaggio, una dedica allo zio. Il giovane attore, ricordiamo al suo debutto cinematografico, ha evidentemente sentito il peso della responsabilità dietro a un ruolo come questo, e ha regalato al pubblico una performance autentica, efficace e mai ridotta a una caricatura, forte di una recitazione sempre molto misurata. Alcune movenze nelle numerose sequenze musicali e di ballo sembrano delle copie carbone dell’originale, sintomo del grandissimo studio alla base. Inutile girarci attorno: questo film funziona soprattutto quando mette al centro della narrazione alcuni dei brani più famosi (e belli) della storia della musica. Impossibile tenere fermi i piedi sulle note di Beat It o Thriller (clamorose le sequenze sulla genesi delle rispettive coreografie), oppure commuoversi su Human Nature.
La regia di Antoine Fuqua non esagera mai, prendendo sempre la giusta misura e non offrendo guizzi particolari. Peccato per una CGI ogni tanto non perfetta (a dir poco).
In soldoni, Michael è un biopic destinato a tutti quei fan che vogliono rivivere l’epopea (almeno in parte) del Re del Pop attraverso i suoi brani più iconici (per quanto lasciare fuori canzoni immortali come Smooth Criminal, Liberian Girl e The Way You Make Me Feel è, a nostro dire, un peccato capitale), piuttosto che scoprire una vita fatta di grandi luci ma anche di grandissime ombre. Il rimaneggiamento nel finale si percepisce e quel "La sua storia continua…" apparso al termine della visione lascia più di un dubbio.
Voto: 6.5
