Mezzogiorno e mezzo di fuoco: il film che oggi nessuno avrebbe il coraggio di fare

Mezzo secolo dopo, è ancora il film più libero che Hollywood abbia mai prodotto - e probabilmente l'ultimo del suo genere.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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SEO Specialist appassionato di cinema, tecnologia, collezionismo e cultura Pop. Amo unire analisi e creatività per raccontare storie digitali uniche.

Mezzogiorno e mezzo di fuoco - film Mel Brooks

C’è un film stasera in tv che, se qualcuno lo portasse oggi a un produttore di Hollywood, verrebbe rispedito al mittente nel giro di cinque minuti. Forse meno. Quel film si chiama Mezzogiorno e mezzo di fuoco, lo ha diretto Mel Brooks nel 1974, e su Rai Movie lo potete vedere alle 21:10. Fatelo. Non perché sia un capolavoro della commedia americana – lo è, ma questa è un’altra storia. Fatelo perché guardarlo nel 2026 fa un effetto strano, quasi straniante: la sensazione di assistere a qualcosa di impossibile, di una libertà che oggi non ci possiamo più permettere.

La trama di Mezzogiorno e mezzo di fuoco: un piano che si ritorce contro

La storia, per chi non la conoscesse, è semplicemente geniale. Un governatore corrotto vuole radere al suolo una cittadina del vecchio West per farci passare una ferrovia, e per farlo nomina sceriffo un uomo di colore, convinto che gli abitanti – razzisti fino al midollo, gente che non ha mai avuto un pensiero più alto del cappello – si ribellino e fuggano nel giro di una notte. Il piano, ovviamente, gli si ritorce contro come un boomerang. Brooks usa il razzismo come materia comica grezza: lo esibisce, lo esagera, lo mette in bocca ai personaggi più ottusi con una sfrontatezza che oggi farebbe saltare sulla sedia metà dei social network prima ancora che il film finisse. Eppure – ed è questo il punto per cui vale la pena fermarsi a capire – lo fa per smontarlo pezzo per pezzo. Ogni battuta razzista del film è una granata lanciata contro il razzismo stesso. La satira funziona perché non ha paura di sporcarsi le mani, di scendere nel fango per mostrare quanto sia grottesco e ridicolo quel fango.

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Ridere del mostro per ucciderlo: la lezione di Mel Brooks

Mel Brooks, che è ebreo e ha sempre detto apertamente di aver usato la commedia come arma contro i persecutori della sua gente, lo ha spiegato con una chiarezza disarmante che non ammette repliche: puoi abbattere i mostri ridicolizzandoli, non ignorandoli. Non girandoci intorno, non abbassando la voce, non mettendo i guanti bianchi ogni volta che ti avvicini all’argomento. Il Grande Dittatore di Chaplin, La vita è bella di Benigni, Mezzogiorno e mezzo di fuoco di Brooks: tre film che hanno scelto di guardare in faccia l’orrore – il nazismo, la Shoah, il razzismo americano – e di riderci sopra. Tutto questo non per minimizzarlo, ma per svuotarlo di potere, per togliergli quell’aura di intoccabilità che lo rendeva ancora più pericoloso.

Il sistema che ha paura di se stesso

Oggi questo approccio è diventato praticabile a rischio zero. Non perché il pubblico sia diventato più stupido – il pubblico è sempre lo stesso, curioso e capace di capire le sfumature quando gli si dà credito e non lo si tratta come un bambino da proteggere. Il problema è il sistema che sta intorno: quella combinazione di algoritmi, attivismo digitale e autocensura preventiva che ha trasformato ogni casa di produzione in un comitato etico permanente, sempre in allerta, sempre col dito sul freno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un cinema sempre più prudente, sempre più prevedibile, sempre più educato. Un cinema che non offende nessuno – e non sorprende nessuno. Un cinema che cammina in punta di piedi e parla sottovoce, e che per questo ha smesso da un pezzo di avere qualcosa di urgente da dire.

Brooks stesso, ormai più che novantenne e con la lucidità di chi ha visto tutto e non ha più niente da perdere, ha dichiarato in più occasioni che Mezzogiorno e mezzo di fuoco oggi non potrebbe esistere. Non perché i tempi siano peggiorati in assoluto – sarebbe troppo facile dirlo e anche un po’ falso. Ma perché nessuno avrebbe il coraggio di firmarlo. E quando il coraggio diventa una merce rara, quando ci vuole più fegato a scrivere una sceneggiatura che a non scriverla, significa che la libertà creativa è già in ritirata. Si è già seduta in un angolo, in silenzio, a aspettare che passi la bufera.

L’ironia più feroce: il film anti-razzista che oggi accuserebbero di razzismo

C’è un’ironia in tutto questo che fa quasi male a nominarla, eppure va nominata. Il film che forse più di ogni altro ha usato la commedia per fare i conti con il razzismo americano – un film amato e difeso dagli attori neri che ne facevano parte, a partire dal protagonista Cleavon Little, che era consapevole fino all’ultimo fotogramma di cosa stava facendo e perché – sarebbe oggi probabilmente bloccato in fase di sviluppo da qualche ufficio di sensitivity reading prima ancora di arrivare in sala. Non per malafede, sia chiaro. Per paura. Per quella paura tutta moderna di sbagliare forma anche quando il contenuto è inattaccabile, di usare la parola sbagliata anche quando il pensiero è giusto. E la paura, come insegna Brooks meglio di qualsiasi saggio accademico, è sempre stata l’alleata migliore di chi vuole che certe cose non si dicano – mai, da nessuna parte, in nessun modo.

Cosa abbiamo perso – e se vogliamo davvero recuperarlo

Stasera, mentre scorrono sullo schermo quei dialoghi irripetibili, mentre ci si trova a ridere e a disagio quasi contemporaneamente – che è esattamente l’effetto che la grande satira deve fare – vale la pena fermarsi un secondo e chiedersi cosa abbiamo perso lungo la strada. Specifico che in questo caso non stiamo comunque parlando di una nostalgia per un passato mitizzato: il 1974 americano era un posto pieno di contraddizioni, di violenza, di ingiustizie che non bisogna romanticizzare. Ma aveva una cosa che oggi scarseggia: aveva creatori disposti a rischiare qualcosa. A mettere la faccia su un’idea scomoda, a difenderla, a portarla fino in fondo senza chiedere il permesso a nessuno.

La satira vera non compila moduli, non aspetta che qualcuno le dica cosa può e cosa non può dire. Non manda il testo in anteprima a chi potrebbe offendersi. Sfida, provoca, disturba – e proprio per questo illumina. Un cinema che ha smesso di farlo non è diventato più rispettoso né più civile. È diventato solo più inutile. E un cinema inutile, alla lunga, è un cinema che non merita di essere visto.

Mezzogiorno e mezzo di fuoco, Rai Movie, ore 21:10. Stasera guardatelo e chiedetevi quando è stata l’ultima volta che un film nuovo vi ha fatto sentire qualcosa di simile. Se non vi viene in mente la risposta, avete già capito tutto.


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