Maurizio Mastrini, il genio che suona al contrario canta Capelli: "La musica di oggi? Non sento niente. Devo tutto a Tony Renis" - Intervista
Capelli, tanti, e l'album della vita che contiene un omaggio struggente a Papa Francesco: Maurizio Mastrini riparte dal suo pubblico con un grande sogno ancora da realizzare

Maurizio Mastrini, il nuovo album Capelli, un omaggio a Papa Francesco e un sodalizio artistico con Tony Renis: tutto questo e molto altro nell’intervista a Libero Magazine del pianista umbro che ha fatto del pianoforte un corpo vivo, della libertà una scelta radicale e dei capelli un simbolo.
Ma c’è una data che il mondo non dimentica: il 13 marzo 2013, quando una finestra si apre su Piazza San Pietro e due occhi profondi, venuti dall’altra parte del mondo, cambiano per sempre il volto della Chiesa. Quella sera, Maurizio Mastrini sta cucinando a casa. La televisione è accesa. Basta uno sguardo – quello sguardo – per alzarsi, sedersi al pianoforte e lasciare che le dita dicessero quello che le parole non avrebbero saputo fare. Tango Clandestino nasce in dieci minuti.
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Entra nel canale WhatsAppDodici anni dopo, il 21 aprile 2025, il mondo salutava Papa Francesco per l’ultima volta. E oggi, a un anno esatto da quella scomparsa, Mastrini torna su quel brano con una versione nuova, più intensa, più matura, quasi a chiudere un cerchio che in realtà non si chiude mai del tutto. Il luogo scelto per presentarla è la Chiesa di Santa Caterina, nel cuore del NUN Assisi Relais & Museum, dove spiritualità e bellezza convivono da secoli. L’Umbria di San Francesco che abbraccia idealmente le radici sudamericane di Jorge Mario Bergoglio in un incontro tra anime lontane che la musica, come sempre, riesce a rendere vicine.
Tango Clandestino non esce da sola. Arriva insieme a Capelli, il nuovo album di Maurizio Mastrini, il pianista che suona al contrario, con gli spartiti rovesciati e i piedi scalzi, ha scelto ancora una volta di non aggiustare nulla.
Quattordici album, quasi mille concerti sold out – dalla Carnegie Hall di New York all’Arena di Tokyo, dallo Sporting di Monte Carlo ai teatri dell’Umbria profonda – oltre un milione di spettatori e milioni di stream. Eppure Mastrini non ha mai smesso di essere, prima di tutto, un uomo che si nasconde dietro i capelli. Quella chioma lunga, inconfondibile, che per anni è stata il suo rifugio dal mondo e che oggi dà il titolo all’opera più personale della sua carriera.
Da quel nascondersi nasce la rivelazione più completa. Capelli è il coraggio di mostrarsi per quello che si è con l’Orchestra Sinfonica della Felicità diretta da Roberto Marino e Paolo Scibilia, la regia di Andrea Valentini, e dodici composizioni che attraversano il minimalismo contemporaneo, le suggestioni sudamericane, il jazz, il silenzio. Omaggi a Maradona, a Erik Satie, a Parigi, alla vita. E poi Tony Renis, Valeria Golino, Pupi Avati: i grandi incontri di una carriera costruita fuori dagli schemi, lontano da logiche commerciali, fedele solo a se stessa. Al centro, ancora lui, Papa Francesco. Ancora Tango Clandestino. Ecco cosa ci ha raccontato.
Lei parte dall’officina di suo padre, da una radio, da dei fusti di vernice. Quando ricorda quell’inizio, che cosa vede? Un bambino che gioca o che cerca qualcos’altro?
Un bambino che gioca, che si diverte, che cerca emozioni in quello che fa.
Lei è cresciuto a Piegaro e ha scelto di stare a Panicale, ma in questo settore in cui il successo la costringe a trasferirsi spesso, come ha imparato a non sentirsi fuori posto restando a casa?
Perché mi sento fuori posto quando sono fuori. È vero che i palcoscenici sono un po’ il mio habitat naturale, però vivo sempre le mie esibizioni con molta ansia e di conseguenza tutto quello che riguarda la preparazione di un concerto mi mette stress. Quando invece sono a casa mi sento a mio agio, sento di essere rientrato nella comfort zone dove vivo con la tranquillità e la leggerezza che ho scelto.
Ma quando dice di sentirsi invisibile nella sua terra, a cosa si riferisce?
È in relazione al comportamento degli amministratori dei comuni dove abito. Io adoro la mia terra e più volte ho incontrato il Sindaco, dando la mia disponibilità – la mia professionalità, il mio credo artistico – per contribuire alla crescita dell’ambiente, alla gestione delle attività culturali nel Comune e nel territorio. Ma ahimè non mi vedono, sono invisibile: non sono mai stato preso in considerazione, nonostante abbia cercato di fare il possibile per farmi notare e per rendermi disponibile.
L’ultimo episodio risale a un mese fa, quando ho letto su un quotidiano la nomina del nuovo direttore artistico del teatro. Naturalmente non ce l’ho con la persona nominata, ci mancherebbe, ma sono rimasto per l’ennesima volta deluso: non si sono minimamente preoccupati di sentirmi. In molti mi dicono: "In fondo lavori alla Carnegie Hall di New York, allo Sporting di Monte Carlo, all’Arena di Tokyo – che cosa ti importa del Comune di Panicale?". Io purtroppo ci sto male. Mi dicono di far finta di nulla, ma non ci riesco, e allora esterno quello che sento, in questo caso il mio malessere. Mi capita di rado, devo essere sincero – anzi, non mi capita quasi mai – ma lì, a Panicale, sì.
Ma secondo lei perché i suoi appelli rimangono inascoltati?
Non ho idea, non ho assolutamente idea. Cerco di darmi una spiegazione: probabilmente cercano figure ancora più professionali di me, e dunque posso pensare di non essere all’altezza della situazione. È la risposta che mi do.
Secondo lei la cultura fa paura?
La cultura fa paura, sì, fa paura perché è diventata di nicchia. Oggi si tende sempre di più a inglobare tutto e tutti. Basta pensare che la forza oggi sono i numeri: se si apre una pagina social, la prima cosa che si va a guardare è quanti follower ha. Sei, sette anni fa, una persona che in quel momento mi stava producendo mi disse: "Dobbiamo fare un investimento per comprare dei follower". Io risposi: comprare? Cosa vuol dire comprare? Mi spiegò che esistono aziende che te li procurano. Dissi: ma stai scherzando? Io non posso comprare persone che mi seguono, chi mi segue deve farlo in modo autonomo. I follower che ho non sono tanti, sono pochi, ma sono quelli con cui converso tutti i giorni: mi scrivono, seguono i miei concerti, e questo mi piace. Tornando alla domanda: la cultura fa paura perché non genera numeri, purtroppo è così.
A proposito di numeri, cosa sente nella musica di oggi?
Nulla, non avverto nulla. Viviamo in un mondo velocissimo, e quella velocità non ti permette di lavorare con tranquillità, curando i dettagli, curando le emozioni che la musica deve trasmettere. Il 90% della musica che viene fatta oggi – parlo soprattutto di musica pop, non di musica classica – è ahimè priva di ogni sentimento. Senti tante parole, senti ritmi, senti cozzaglie di suoni, ma non ti trasmette nulla. È questo il problema che viviamo, questa è la realtà.
A un certo punto lei ha deciso di suonare gli spartiti al contrario, e in un certo senso li descrive come una protezione. Ma quando quella protezione è diventata un’immagine pubblica, come ha reagito?
La protezione l’ho vissuta con un po’ di paura. Come le dicevo, quando salgo su un palco ho sempre il terrore di non farcela, e l’aumento della popolarità mi dava l’idea di essere proiettato su palcoscenici importanti, davanti a platee importanti e questo mi terrorizzava. Ho cercato sempre di scappare, non ho mai forzato la mano sulla mia visibilità, perché pensavo di non riuscire a reggere. Però adesso sono arrivato a un bivio: l’ambizione ce l’ho un po’ innata, vedo che le persone che mi seguono sono sempre di più, sono sempre di più quelle che vengono a salutarmi dopo i concerti con le lacrime agli occhi. Mi sto convincendo che sto facendo qualcosa di buono, e avendo questa ambizione di crescere e di salire, mi devo forzare, devo cercare di buttarmi anche in situazioni che mi spaventano un po’.
Quindi c’è stato un momento in cui ha smesso di avere paura del successo. È stato il pubblico ad aiutarla?
Sì, il pubblico mi aiuta sempre. Dopo tre, quattro, cinque minuti che suono, quando inizio a dialogare con l’anima delle persone, diventa tutto più semplice e sento la forza che il pubblico mi dà. Confido tantissimo in questo: se domani dovessi suonare in spazi ancora più importanti rispetto a quelli che frequento adesso, confido nell’immediatezza di quell’aiuto che il pubblico riesce a darmi in quel momento. È questa la cosa che mi spinge a osare.
Lei ha suonato su palchi importantissimi, tra cui la Carnegie Hall di New York. Ma a un certo punto il sogno diventa routine. Quando si rinnova l’incontro col pubblico, prova ancora stupore?
Sì, c’è sempre stupore, sempre. Mi dimentico, le giuro, dei mille concerti che ho fatto, non riesco proprio a pensarci. Qualche volta mi sforzo e mi dico: caspita, hai alle spalle mille concerti, mille concerti andati bene, impossibile. Non riesco a pensarli. La mia mente pensa a quell’istante, a quel momento, a quello che potrebbe succedere in quel preciso momento.
Il nuovo album nasce da un’immagine molto suggestiva. Lei dice di aver ricevuto l’intuizione per scrivere questo disco mentre si legava i capelli a Montefiascone. Cosa stava pensando prima che arrivasse quella scintilla?
Devo essere sincero: un lavoro discografico è come un figlio, hai esattamente la gestazione di un figlio. Lì ho avuto la scintilla di aprirmi, di scoprirmi, di togliere questa protezione. Avevo la necessità di far capire chi ero realmente. Non sono una persona che vive sempre isolata, che se ne sta per fatti suoi. Sono una persona a cui piace ridere, scherzare, essere viva. Quella è stata la scintilla. Poi, nella fase di costruzione dei brani, il mio modo di scrivere è sempre molto istintivo: mi sono messo al pianoforte nei momenti in cui sentivo questa positività, e ne è uscito quello che poi è uscito.
Questo disco è inciso dall’inizio alla fine senza correzioni: che cosa l’ha spinta ad accettare di lasciare dentro anche le sbavature?
Perché vedo come risponde il pubblico durante i concerti. Un’esibizione, dall’inizio alla fine, è un dialogo continuo con le persone, un dialogo fatto di istanti, di attimi, di emozioni. Ho pensato che se interrompo quel dialogo è come se stessi parlando a una persona e a un certo punto smettessi di parlare per passare a un altro argomento. Cosa percepirebbe? Poco di quello che voglio dire. Così ho iniziato – e questo è iniziato già sei, sette anni fa – a incidere i miei dischi in un’unica soluzione, dall’inizio alla fine. Quando ero solo con il pianoforte era una cosa, ma quando hai, come è capitato adesso, un’orchestra di 45 elementi, metti sotto stress anche altre persone. È abbastanza complicato, però per me è necessario.
Quando ascolto questo disco – e mi capita di ascoltarlo – il primo pensiero è sempre che avrei potuto fare meglio, ma mi succede sempre, non è una novità. Il secondo è che sento quello che in quel preciso istante della registrazione volevo dire: mi ricordo esattamente qual era il mio pensiero in quel momento. È un modo per far arrivare le emozioni a 360 gradi a chi mi ascolta.
Il brano dedicato a Papa Francesco come nasce? L’ha intitolato Tango Clandestino.
È nato in dieci minuti. Stavo cucinando a casa, avevo la TV accesa, c’era stata la fumata bianca ma non sapevamo ancora chi fosse il Papa. All’improvviso vedo comparire questi due occhi, questo modo di essere lì in quel momento e sono rimasto stregato. Sono stato catturato immediatamente dalla profondità, dalla sensibilità, dalla trasparenza di quello sguardo. Mi sono messo al pianoforte – lo ricordo come se fosse successo stamattina – e quel brano è uscito di getto. Un brano che ogni volta che lo suono mi avvicina a Papa Francesco.
Nella sua musica sentiamo Papa Francesco, Maradona, Sergio Marchionne: c’è tanto degli incontri della sua vita. C’è un filo che unisce queste persone o ogni brano è un mondo a sé?
No, esiste un filo: l’emozione, la follia. Nel mio disco c’è tanta follia, e questo legame con queste persone folli c’è. La follia intesa come spessore intellettuale tra quelle che ha citato c’è anche Margherita Hack. Sono persone di un’intelligenza allucinante, di una sensibilità pazzesca, ma di una follia ancora più grande.
Invece El Cubano è dedicato a un uomo che la chiamava Chopin. Qual è la cosa di questo personaggio che l’ha colpita di più?
Mi ha colpito il valore che dava alla vita. Mi sono accorto che lui amava vivere, e che per lui già la vita era una vittoria. Questo mi ha insegnato tantissimo. Mi dava gli appuntamenti, non veniva, e non si scusava, era normale, perché nel frattempo aveva fatto cose anche più importanti. Era una persona silenziosa, che poi si è dimostrata invece molto vicina a me. Quando ci siamo salutati gli ho visto scendere una lacrima sul viso. Prima pensavo che fosse indifferente alla mia presenza lì a Cuba, e invece no.
Valeria Golino, Pupi Avati, Tony Renis – lei li cita spesso. Quando entra in contatto con un linguaggio creativo diverso dal suo, che cosa aggiunge alla sua musica?
Non lo so, davvero. Di questi tre personaggi devo tantissimo a Tony Renis, una persona sensibilissima. La prima volta che ho suonato a casa sua ho eseguito Carezze, uno dei brani più belli che ho scritto. L’ho visto commuoversi, l’ho visto piangere. Un’altra volta, sempre a casa sua, mi colpì uno sguardo tra lui e sua moglie Elettra Morini, e gli dedicai un brano che ho inserito in un album: Sguardi. È una persona di una sensibilità unica. Mi ha aiutato tantissimo a livello tecnico, a snellire il mio modo di scrivere, e siamo rimasti legatissimi. Ci sentiamo spesso.
Valeria Golino è stata un’emozione inaspettata: al termine di un concerto sale sul palco, si precipita verso di me, mi fa mille complimenti e mi dice che Nostalgia sarà il tema del suo prossimo film da regista. Mi ha dato quell’emozione legata alla mia ambizione – immaginare di avere un proprio brano in un film diretto da Valeria Golino, un film che potrebbe arrivare fino a Hollywood. Lì hai la fantasia, la voglia, il sogno. La parola esatta è sogno.
Pupi Avati invece è arrivato attraverso un messaggio, una mail, dopo una giornata catastrofica: avevo viaggiato per ore per raggiungere una località per un concerto, ero arrivato a pezzi, pioveva, c’era di tutto. La classica giornata in cui ti chiedi perché lo fai. Apro il computer e trovo una sua frase. Lì ti cambia completamente l’umore, ti gratifica e ti fa capire quanto pesi, per certi personaggi che per me sono dei miti, quello che stai facendo.
Lei ha detto che le manca un Oscar. È davvero una cosa che vuole o è più una metafora di qualcos’altro?
No, no, voglio l’Oscar, non è una metafora. È stato sempre un sogno. Da piccolo, con la TV in bianco e nero a casa dei miei, guardavo i film con Fred Astaire e ho sempre sognato il luccichio di quei palcoscenici. Mi piacerebbe essere sul palco alla consegna di un Oscar. Mi piace sognare, e non vorrei smettere di farlo.
Ma se togliamo i capelli, cosa rimane del Maestro Maurizio Mastrini?
Non lo so. A volte ci penso, perché sto andando avanti con l’età e magari tra qualche anno li taglierò, sarà un percorso diverso, magari avrò anche superato il disagio di sentirmi osservato. Per il momento va bene così.
Ma quindi sono stati una forma di protezione?
Sì, sempre. Quando avevo quattordici, quindici anni e stavo fuori casa, non mi sentivo a mio agio, mi sentivo impacciato, la gente mi guardava e ho iniziato a farmi crescere i capelli per nascondermi. Lo è tuttora: quando salgo sul palco li tengo fermi con una fascia, il minimo indispensabile per vedere la tastiera, ma sono sempre una protezione. Quando qualcuno mi chiede una foto, l’imbarazzo è tanto, li sciolgo sempre.
Le faccio l’ultima domanda: dopo un disco così personale come Capelli, dove intende andare musicalmente? Capelli apre qualcosa o la chiude?
Lei mi mette in crisi, perché ogni disco ti piace da morire e mentre sei in tour, lo esegui e vedi che il pubblico risponde, il dubbio è sempre lo stesso: riuscirò a fare un altro lavoro così bello, così interessante? È un dilemma che mi è capitato sempre. Spero di aver aperto un nuovo capitolo: vorrei che questo fosse il primo episodio di una serie. Non lo so ancora. Poi magari domani vinco l’Oscar, mi annoio di tutto e torno a fare il contadino come facevano i miei nonni, anche questo non lo escludo. Non escludo nulla.
Maurizio Mastrini è in tour in tutto il mondo fino alla fine del 2026, con l’ultima data prevista per il 23 dicembre programmata in Kazakistan.
