Garlasco in TV, parlano i Carabinieri presenti sulla scena del delitto: "Stasi non aveva graffi", "Abbiamo sbagliato noi"
Tra ricostruzioni tecniche, ricordi e chiarimenti attesi da anni, Mattino Cinque entra nel vivo del caso Garlasco con le ricostruzioni di chi per primo entrò in casa.

La puntata di oggi di Mattino Cinque ha riportato al centro dell’attenzione il caso Garlasco, ripercorrendo le testimonianze dirette di chi, quel giorno, si trovò fisicamente sulla scena del delitto. In studio sono intervenuti Roberto Pennini, carabiniere tra i primi ad arrivare nell’abitazione di via Pascoli, e il Colonnello Gennaro Cassese, chiamato a rispondere su alcuni dei momenti più discussi dell’intera vicenda.
Garlasco, la ricostruzione del primo accesso sulla scena del crimine
Durante il confronto in studio, Panicucci introduce il tema ricordando come la telefonata di Alberto Stasi al 118, in cui dice "Non so se sia vivo se sia morte", possa aver inizialmente orientato gli operatori verso l’ipotesi di un incidente domestico. Da lì il racconto passa a Pennini, che ricostruisce minuziosamente il suo arrivo: "Si io ero a riposo, sono stato contattato dai colleghi che mi hanno riferito di questo evento delittuoso, e praticamente hanno chiesto se potevo andare lì da loro a collaborare per fare fotografie…". Pennini spiega perché decide di portare con sé sia una macchina analogica sia una digitale, temendo problemi di sviluppo, e descrive l’incontro con Stasi all’esterno della casa, sottolineando come non gli fosse sembrato agitato, ma "normale". All’interno dell’abitazione, il racconto si fa più crudo. Pennini parla di una scena che definisce "orribile", precisando come le fotografie non rendano davvero l’idea della quantità di sangue presente: "Più si avanzava nel soggiorno e più le macchie aumentavano, arrivando perfino alle pareti vicino al telefono". Racconta poi l’attenzione nel muoversi in punta di piedi, nonostante calzari e guanti, e la difficoltà oggettiva di non calpestare il sangue, tanto che all’uscita i calzari risultavano completamente imbrattati, poi la specifica: "Sono entrato sempre con Serra e cercavamo di camminare in punta di piedi appunto nonostante avessimo i calzari per cercare di non calpestare il sangue ma era impossibile non calpestarlo. […] quando siamo usciti abbiamo tolto i calzari all’esterno, sia il mio che quello di Serra erano imbrattati di sangue. Le scarpe di Serra io non ho visto sotto durante il primo accesso se si fossero sporcate però vi posso dire che i calzari erano imbrattati di sangue all’uscita".
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Entra nel canale WhatsAppMattino Cinque: le fotografie, il corpo di Chiara e il parere di Cassese
Uno dei passaggi più delicati riguarda la documentazione fotografica del corpo di Chiara. Pennini chiarisce di aver effettuato prima panoramiche degli ambienti, proprio per fissare lo stato dei luoghi al primo accesso: "Anche perché poi sono entrati diverse persone e ovviamente il calpestio ha potuto anche rovinare un po’ la scena del crimine, e una volta che siamo entrati nella nella scala per fotografare il corpo di Chiara io ho fatto la panoramica da lontano non l’ho fatta ravvicinata la foto, sono sceso di 3 o 4 gradini per fare la foto e da lì ho fotografato il corpo di Chiara, perché dall’inizio diciamo dal gradino zero non era possibile fotografare perché non si vedeva bisognava per forza scendere".
La parola passa poi a Cassese, incalzato dalle domande della conduttrice su ciò che avveniva all’esterno di via Pascoli. Cassese racconta di aver trovato Alberto Stasi seduto sul marciapiede, abbastanza calmo, e di essersi fermato a fargli alcune domande prima di entrare in casa. Alla domanda se Stasi avesse chiesto di rientrare nell’abitazione, Cassese è netto: "A me personalmente non ha mai fatto questa richiesta". Aggiunge poi di aver disposto che Stasi venisse accompagnato in caserma, chiudendo così i dubbi sulle presunte domande fatte da Stasi in quei minuti.
La questione dei presunti graffi sulle braccia di Alberto Stasi
Uno dei momenti più intensi arriva quando Panicucci torna su Pennini per chiarire la questione dei presunti graffi sulle braccia di Stasi. Pennini tiene a precisare: "Per questa questione dei graffi bisogna fare delle distinzioni, innanzitutto quando qualcuno sostiene che io e Serra abbiamo fatto una falsa testimonianza in corte d’assise inventandoci i graffi perché quello che si sostiene è un fatto gravissimo. Perché un conto è dire che noi siamo stati superficiali, negligenti per non aver fatto la fotografia, ma un conto è dire che noi abbiamo fatto una falsa testimonianza, sono due cose ben diverse. Però la cosa che mi ha fatto ancora più male è stata quando associarono il fatto di riferire di questi graffi al momento in cui la difesa aveva ipotizzato che sotto le unghie di Chiara Poggi ci fosse presumibilmente il DNA di Stasi. L’hanno ipotizzato come se ci fosse un complotto tra noi e la parte civile al fine di indurci a riferire di questi graffi, e non corrisponde alla verità, e le spiego adesso il perché quel giorno io non me ne ero accorto di questi graffi, perché ripeto quando sono arrivato io l’ho guardato a malapena Stasi. Fu Serra ad accorgersene, perché io una volta finite le foto ero in casa e l’autista soccorritore del 118 gli aveva misurato la pressione verso le 14.50 o 14.55, non più tardi, perché alle 15 loro erano già rientrati verso la loro sede. Io quando sono arrivato per vederli, mi sono dovuto proprio avvicinare con gli occhi quasi al braccio. Io rivedendomi la scena me lo ricordo sempre seduto fuori con le braccia conserve che continuava a strofinarsele, secondo me erano dovuti a uno sfregamento, ma vedendogli non potevi ipotizzare che erano graffi da difesa della vittima, perché non poteva essere una cosa così. Se è stato strumentale? Si, è uscito purtroppo che quando Serra mi ha fatto notare questo, io gli ho detto ‘Quando rientri in caserma, gli fotografi il braccio e poi lo riferiamo’. Quindi Serra fa ‘Tanto la foto gliela voglio fare perché così ci ricordiamo come era vestito quel giorno’. Poi io quando sono rientrato non sono stato a verificare se avesse fatto o meno questa foto perché per io l’ho dato come un dato insignificante. Poi purtroppo non gliela ha fatto quella foto del braccio, perché tutti e due poi non abbiamo dato grossa importanza, può essere una negligenza, una superficialità da parte nostra, però ripeto non stava a me farlo. All’epoca l’aveva detto che noi avevamo notato questa cosa, e la dottoressa Barbaini se l’era presa con noi perché dice che non l’avevamo detto, ci chiedeva conto di questo e ci imputava il fatto che non fosse stata fatta una relazione di servizio e non fosse stata fatta una foto, che era giusto che andava fatta, però ripeto io l’avevo consigliato, poi non è stata fatta".
L’impronta persa e l’errore ammesso
Infine, Cassese affronta il tema dell’impronta persa sul pigiama di Chiara, spiegando la sequenza delle operazioni e chiarendo che la perdita non è imputabile al medico legale, ma fa un mea culpa attribuendo all’Arma il non aver ritagliato il tessuto da repertare: "Prima finiscono i repertatori dell’arma, una volta che finiscono i repertatori, è arrivato il dottor Ballardino, viene autorizzato dal PM che era sul posto ad entrare per l’esame necroscopico, scende giù vicino al corpo della ragazza, e per procedere all’esame necroscopico giustamente lui la rigira e la fa adagiare sul pavimento della tavernetta. Rigirando il corpo della ragazza si perdono quelle impronte, ma quelle impronte non si sono perse come qualcuno ha ipotizzato per colpa del dottor Ballardino che l’ha girata, è perché l’Arma non ha ritagliato quel tessuto perché doveva essere repertato. Doveva essere tagliato, quindi è un errore dell’Arma, qualcuno invece la vuole attribuire al dottore, come se volessimo scaricare sul medico legale. No, perché il medico legale, quando è sceso giù con il suo assistente doveva toccare il corpo della ragazza perché doveva fare l’esame necroscopico e quindi necessariamente l’ha rigirata. Si quindi il tessuto lo dovevamo tagliare noi, l’Arma".
