Masters of the Universe, il film ha un problema enorme: mentre Barbie rideva di se stessa, He-Man sembra chiederci scusa di esistere
Dopo il successo planetario di Barbie, il ritorno di He-Man al cinema mostra i limiti dell’operazione nostalgia di Mattel: ecco cosa è andato storto

Con Masters of the Universe la Mattel ha tentato qualcosa di più di un semplice reboot cinematografico. Dopo il successo planetario di Barbie, l’idea era evidente: trasformare un altro giocattolo storico in un nuovo pilastro dell’intrattenimento cinematografico. Sulla carta il piano è lineare: se Barbie ha funzionato, perché non dovrebbe farlo He-Man? Eppure proprio qui si apre il problema.
He-Man, un franchise tra nostalgia e disorientamento
Il ritorno di Masters of the Universe al cinema non è solo un’operazione nostalgica, ma un tentativo di adattare un immaginario degli anni Ottanta a un pubblico che, nel frattempo, è cambiato radicalmente. Il risultato è un film che sembra costantemente indeciso su cosa voglia essere. Da un lato c’è l’eredità originale: l’universo di Eternia volutamente esagerato, fatto di guerrieri muscolosi, nomi improbabili, castelli galattici e un’estetica che ormai è diventata da anni un meme. Dall’altro c’è la necessità contemporanea di dover a tutti i costi smussare i toni, alleggerire, ironizzare, rendere tutto più "accettabile".
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Entra nel canale WhatsAppE così il film di Travis Knight finisce per commentare – e sminuire – continuamente se stesso, i personaggi sembrano quasi consapevoli di quanto il loro mondo oggi ci possa apparire sciocco e si sentono tenuti a giustificarsi. I nomi vengono ammorbiditi dall’ironia, le situazioni alleggerite da un tono da commedia, come se ci fosse il timore costante di prendersi troppo sul serio. Il risultato è che Masters of the Universe non osa mai fino in fondo, spegnendo sul nascere i propri momenti potenzialmente più intensi con la paura di risultare "troppo".
Quando l’epica diventa un problema
Una scelta di questo tipo finisce inevitabilmente per incidere sulla percezione dello spettatore. Chi si avvicina al film senza conoscere il materiale originale trova una action comedy scorrevole, leggera, costruita per intrattenere due ore e poi passare alla prossima. Chi invece He-Man lo conosce davvero avverte una mancanza profonda di convinzione nei propri mezzi, ancor prima che di fedeltà al soggetto.
La sensazione, uscendo dalla sala, è che sarebbe bastato davvero poco per fare quel passetto in più: un paio di sequenze lasciate respirare, qualche trasformazione di Adam in He-Man meno compressa e in generale più spazio per quell’immaginario iconico che ha accompagnato chi oggi ha tra i 40 e i 50 anni. Eppure ogni volta che il film si avvicina a un momento di pura epica arriva subito una battuta a sgonfiare tutto, come se la paura di risultare cringe prevalesse sul desiderio di essere epico.
Barbie, Ken e il livello superiore dell’autoironia
Il confronto con Barbie a questo punto diventa inevitabile, ma non è solo una questione di successo o di tono. Anche il mondo della Barbie di Margot Robbie si prende continuamente in giro, ma senza mai smettere di credere in se stesso e soprattutto allargando continuamente il discorso verso l’esterno: una satira del mondo reale e dello stesso immaginario Mattel.
E questo vale soprattutto per Ken, che nel film passa da figura accessoria a personaggio centrale. Il suo percorso – fino alla celebre I’m Just Ken, interpretata da Ryan Gosling e che gli è valsa l’Oscar – è uno degli aspetti più riusciti: una parabola tragicomica che funziona proprio perché non si limita a ridere del personaggio, ma gli concede una vera centralità emotiva. L’ironia, in Barbie, non chiude il discorso; lo apre.
In Masters of the Universe, invece, l’autoironia si ferma al primo livello: il mondo viene sdrammatizzato, ma non rielaborato. E soprattutto non viene mai davvero elevato a qualcosa di più grande della sua stessa premessa – un franchise di giocattoli colorati e muscolosi anni Ottanta.
Sì, Masters of the Universe è un’occasione mancata
Forse è anche per questo che la reazione più diffusa riguardo a Masters of the Universe non è tanto la delusione, quanto piuttosto una sorta di occasione mancata. Non perché il film avrebbe dovuto essere più serio – esempi in tal senso non mancano e non sempre sono riusciti (qualcuno ha detto Transformers?) – ma perché avrebbe potuto permettersi di credere di più in quello che era, senza imbarazzo. Perchè quando un universo come quello di He-Man smette di essere preso sul serio proprio da chi lo racconta, il rischio è di perderne non solo l’epica, ma anche il motivo per cui quell’epica esisteva.
