Massimo Giletti è il professionista più sottovalutato della tv italiana: perché la decisione dei vertici Rai fa acqua da tutte le parti
Massimo Giletti, il paradosso della Rai: quando un programma funziona ma viene fermato

Esistono personaggi televisivi che raccolgono consensi unanimi e altri che dividono il pubblico. Massimo Giletti appartiene indubbiamente alla seconda categoria. Da sempre suscita reazioni forti, genera dibattito, accende polemiche e alimenta discussioni.
Eppure è proprio questa capacità a renderlo uno dei conduttori più preziosi per la televisione italiana. La scelta della Rai di chiudere Lo Stato delle Cose lascia più di qualche perplessità e non solo per il programma in sé, ma anche per il messaggio che trasmette. Quando una trasmissione riesce a costruirsi un’identità precisa, a trovare il proprio pubblico e ottenere risultati dignitosi in un contesto televisivo sempre più competitivo, interromperne il percorso appare quantomeno difficile da comprendere.
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Entra nel canale WhatsAppI numeri, del resto, raccontano una storia diversa rispetto a quella che spesso emerge nel dibattito politico. Lo Stato delle Cose ha chiuso la sua stagione con una media superiore al milione di telespettatori e uno share del 6,64%, numeri che per Rai 3 rappresentano una base tutt’altro che trascurabile. Il programma non era in crisi e neanche incapace di trovare una sua collocazione nel palinsesto. Al contrario, il talk di Giletti stava progressivamente consolidando il proprio spazio.
La motivazione ufficiale parla di budget e una diversa pianificazione editoriale. Una spiegazione legittima, naturalmente. Resta però difficile ignorare il senso di occasione mancata che accompagna questa decisione. Anche perché la sensazione è che, ancora una volta, il giudizio su Giletti sia stato influenzato più dal personaggio che dal professionista.
Massimo Giletti: un giornalista che non ha mai scelto la strada più comoda
Massimo Giletti ha costruito uno stile riconoscibile nel corso della sua carriera. Diretto, spesso ruvido, talvolta scomodo. Uno stile che può piacere oppure no, ma che lascia tutto, fuorché indifferenti. Nell’epoca televisiva attuale molti programmi finiscono per assomigliarsi, ma Massimo Giletti ha sempre cercato una strada diversa. Ha affrontato temi diversi, vicende giudiziarie controverse, questioni legate alla criminalità organizzata e casi di forte impatto mediatico. Lo ha fatto spesso assumendosi rischi editoriali che altri avrebbero preferito evitare. Probabilmente questo lo ha reso una figura così discussa. Ma è anche la ragione per cui continua a essere rilevante.
La televisione contemporanea soffre di un problema evidente: è prevedibile. Sempre più spesso il pubblico sa già cosa aspettarsi da un programma, da un dibattito, da un’intervista. Giletti, invece, mantiene una componente di imprevedibilità che rappresenta uno dei principali motori dell’interesse televisivo. Lo Stato delle Cose aveva proprio questo merito. Non era una trasmissione perfetta. Nessuna lo è. Ma possedeva una personalità precisa, un’identità precisa, riconoscibile e soprattutto la capacità di generare discussione. Faceva quello che un talk show dovrebbe fare.
Per questo appare riduttivo valutare l’esperienza del programma esclusivamente attraverso le polemiche che lo hanno accompagnato. Chi fa informazione e approfondimento in prima serata inevitabilmente si espone a critiche. Anzi, spesso l’assenza di dibattito è sintomo di irrilevanza. Giletti ha invece continuato a occupare il centro della conversazione pubblica. Un valore che oggi, nell’epoca della frammentazione degli ascolti e della concorrenza delle piattaforme digitali, non dovrebbe essere sottovalutato.
Il rischio di trasformare un protagonista in una comparsa
La vera questione però riguarda il futuro. Perché affidare a Giletti progetti prevalentemente legati a inchieste storiche e speciali documentaristici significa utilizzare soltanto una parte delle sue potenzialità. Nessuno mette in dubbio la qualità di questo tipo di produzioni. Possono essere interessanti, utili e persino preziose dal punto di vista culturale. Ma Massimo Giletti ha dimostrato negli anni di possedere una caratteristica che pochi conduttori conservano: la capacità di stare nel presente.
Le sue qualità migliori, infatti, emergono quando c’è da confrontarsi con l’attualità. Lì il suo stile trova la massima efficacia. Lì riesce a essere giornalista, moderatore e provocatore nel senso più nobile del termine. Limitare questa dimensione significa privare il servizio pubblico di una delle sue voci più riconoscibili. Significa anche rinunciare a una proposta editoriale diversa rispetto a quella già presente nel panorama televisivo.
L’arrivo di Monica Maggioni con NewsRoom rappresenta certamente una scelta autorevole e rispettabile. La giornalista possiede esperienza, competenza e un curriculum che parla da solo. Ma il punto non è stabilire chi sia migliore, ma capire perché una rete come Rai 3 debba rinunciare a una figura che aveva trovato il proprio spazio e il proprio pubblico. La televisione pubblica dovrebbe essere il luogo del pluralismo, della varietà e delle differenze. Dovrebbe valorizzare linguaggi diversi e personalità differenti. In quest’ottica, Giletti non rappresenta un problema da gestire ma una risorsa da sfruttare.
Forse il vero paradosso sta proprio qui. Da anni Massimo Giletti viene descritto come uno dei personaggi più discussi della televisione italiana. Eppure, proprio questa sua capacità di dividere e di far parlare di sé costituisce il motivo per cui continua a essere indispensabile. Piaccia o no, è uno degli ultimi conduttori capaci di trasformare una trasmissione in un evento e una puntata in un argomento di conversazione nazionale. Non è poco, anzi. Una qualità rarissima in un mercato televisivo sempre più affollato.
Per questo la sensazione è che la Rai stia correndo un rischio. Quello di considerare Giletti una figura sostituibile proprio nel momento in cui dimostra di non esserlo affatto. E sarebbe un peccato non solo per lui, ma soprattutto per noi.
