Massimo Cacciari racconta Karl Kraus: "Guardate cosa abbiamo combinato! I media oggi sono indigeribili, c'è bisogno che l'orrore ci svuoti"
Libero Magazine ha intervistato Massimo Cacciari prima della messa in onda della prima serata dedicata all'opera di Karl Kraus e in onda sul Nove il 13 giugno

Cent’anni fa, lo scrittore Karl Kraus metteva in scena Gli ultimi giorni dell’umanità, un’opera monumentale che raccontava la cecità di un’Europa che correva verso la Grande Guerra, spesso anestetizzata dal cinismo dei media. Una condizione che si rivela essere molto attualizzata e che è sicuramente uno specchio del nostro presente. A parlarne è Massimo Cacciari, filosofo, saggista e politico, protagonista di una prima serata in onda sabato 13 giugno su Nove e in streaming su Discovery+, durante la quale è stato chiamato a rileggere – e interpretare – il capolavoro del 1922 di Kraus alla luce della conflittualità del presente.
Intervista a Massimo Cacciari, in onda il 13 giugno sul Nove con la rilettura del capolavoro Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus
In questa intervista a Libero Magazine, Massimo Cacciari racconta la genesi del programma, lanciando un duro attacco alla "cecità" del XXI secolo. Spazio anche alla critica feroce contro i media odierna, che lui stesso definisce "indigeribili" e incapaci di seguire l’esempio di totale libertà intellettuale che è stata propria di Kraus.
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Entra nel canale WhatsApp"Gli ultimi giorni dell’umanità". Un titolo che evoca inevitabilmente il capolavoro di Karl Kraus. Dove nasce l’idea di portare sul piccolo schermo il suo pensiero critico?
L’idea è venuta da amici che, dopo avermi sentito parlare dell’argomento in alcune conferenze, hanno ritenuto che si potesse creare un programma che avesse dei contenuti attraenti per il pubblico della televisione. Abbiamo preso il pensiero di questa grande opera di Karl Kraus, di questo dramma composto da centinaia di scene, alcune delle quali sono opere sue e altre sono invece tratte da citazioni di giornali o documenti sulla Grande Guerra. È un’opera colossale e di denuncia su tutte le forme del potere, a partire da quelle dei media, del giornalismo, delle potenze economiche, finanziarie e militari, che hanno condotto gli ultimi giorni dell’umanità. Credo che oggi si debba riflettere sulla guerra e su quella guerra che è stata inaugurata con la Prima Guerra Mondiale. Un conflitto in cui si confrontano nemici assoluti.
Il programma ci porta a riflettere sulle cause che hanno portato a quella guerra e a pensare anche al fatto che al centro dell’opera di Kraus ci sia lo spirito del conflitto ma anche le intenzioni, le ideologie, le filosofie che l’hanno animato. Tutto questo non è affatto finito e ritorna anche oggi. Ciò ci ha spinto a proporre al pubblico un’attenta riflessione.
Kraus mette in scena la "cecità" della sua epoca. Qual è la cecità specifica e inedita del cittadino del XXI secolo rispetto a quello del 1914?
Il problema è che quella guerra non è finita ma ha inaugurato un’epoca in cui i conflitti tendono sempre più a porsi in un piano, non di guerra volta a determinare nuovi rapporti e nuovi trattati, ma finalizzata a eliminare l’avversario. Questo fa sì che le guerre tendano a diventare infinite e ininterrotte, non ammettendo compromessi. Non sono politicamente e diplomaticamente rivolte al compromesso, non sono animate da una volontà di compromesso. Diventa quindi difficile stabilire trattati ma soprattutto stabilire una pace.
Kraus attaccava tra l’altro frontalmente i giornalisti, definiti i "sabotatori della mente". In un’epoca di sovraccarico informativo e social network, a suo parere c’è ancora spazio per la verità?
Kraus diceva che noi dovremmo sentire il dovere di cercare di dire con onestà come vediamo le cose. Possiamo sbagliare ma dovremmo sentire l’obbligo di rappresentarle nel modo più adeguato, senza mettere davanti i nostri interessi individuali, senza falsificare le posizioni dell’avversario, senza ingannare o mentire, senza propagande. Gli intellettuali in primis dovrebbero sentire tutto ciò come un dovere. Non è così e non è mai stato così. Mai è tanto lontano dall’essere così come i momenti di guerra, durante i quali c’è una corsa generalizzata a fare propaganda, a schierarsi da una parte contro l’altra, a ritenere che dalla nostra parte ci sia verità e che dall’altra ci siano invece solo menzogna e male.
Da cittadino austro ungarico e residente a Vienna, Karl Kraus ha pubblicato la sua rivista, dove ha cercato di dire la sua verità senza guardare in faccia a nessuno. In questo senso è stato un grandissimo esempio, perché in quell’epoca di guerra non si è mai preoccupato di dire la verità in faccia al suo governo. È stato l’unico intellettuale ad agire, scrivere e parlare con tale libertà in quell’epoca.
Quanto si ha paura oggi della verità?
A mio modesto avviso, i media, giornali e televisioni sono diventati indigeribili. Bisognerebbe provare a dire le cose come stanno.
Qual è l’obiettivo minimo che si pone con la messa in onda di questa prima serata?
Kraus voleva, con questa grande opera, suscitare paura ed orrore, dire "Guardate cosa abbiamo combinato!". Questa è quindi un’opera teatrale: il teatro deve colpire l’immaginazione e i sentimenti delle persone, non è un ragionamento astratto e speculativo. Kraus l’ha scritta proprio perché intendeva colpire il suo pubblico, suscitando orrore, in modo da dire di no all’orrore medesimo. È una prima reazione. Si può anche pensare o ragionare, ma prima di tutto c’è bisogno che l’orrore ci svuoti e ci faccia dire: "Non è possibile che questo avvenga e che continui ad avvenire". L’opera d’arte ha sempre avuto questa funzione, sin dalle grandi tragedie greche, cioè quella di far leva sui nostri sentimenti, sulle nostre capacità di essere colpiti, meravigliati. Su quello si ragiona, si elabora, si pensa ulteriormente, si progetta. Prima di tutto, si deve sentire che siano intollerabili gli eventi che accadono, i massacri sui giovani, sui popoli. Se si pensa che un fine giustifichi questi mezzi, è tutto finito.
Il rischio reale di questa "fine dell’umanità" è l’estinzione di quello che ci rende umani?
L’umanità ha attraversato fasi diversissime, epoche molto diverse, è formata da culture diverse. Ci sono tante umanità e tante lingue. C’è una civiltà o una cultura che per noi è quella che è andata sviluppandosi nell’area prima mediterranea, occidentale ed europea, e poi nell’occidente più ampio. Guai se pensiamo di sistemare una di queste umanità in una gerarchia, e guai se una di queste pensa di poter sopraffare le altre. Siamo usciti da tutto ciò che ha portato due guerre mondiali, e Kraus aiuta a riflettere anche su questa questione.
