Marco Mengoni, tutti incaz**ti per i biglietti da 200 euro "Allo Sbagliato": ma per i Me Contro Te e la visibilità limitata i soldi ci stanno?
Marco Mengoni apre il suo club offline e il web urla subito allo scandalo per i biglietti da 200 euro, ma dimentica i salassi spesi altrove.

In Italia soffriamo di una bizzarra forma di allucinazione collettiva: siamo convinti che la canzonetta sia una prestazione mutualistica erogata dal Servizio Sanitario Nazionale. L’ultimo cortocircuito di questa epopea assistenziale si è consumato all’ombra della Madonnina, dove Marco Mengoni ha deciso di allestire la sua personalissima tana, dentro il perimetro dell’ex Teatro Principe, ribattezzato per l’occasione "Allo Sbagliato". Un’operazione lampo, che per 45 giorni consecutivi, dal 5 novembre al 19 dicembre, offrirà appena ventisei appuntamenti per soli cinquecento fortunati a sera.
Le regole d’ingaggio? Niente telefoni, niente schermi a fare da filtro tra la retina e il palco, e soprattutto nessuna traccia delle hit sanremesi "Due Vite" o "L’essenziale". Roba da b-side, cover ruvide e una band di undici elementi. Il costo del biglietto fluttua allegro tra i 100 e i 200 euro.
Apriti cielo: sui social è subito scattata l’adunata del moralismo proletario, tra sentenze di condanna per eresia elitaria e indignazione di classe da tastiera. Eppure questo presunto strozzinaggio arriva dal re assoluto del botteghino, uno che ha chiuso il tour degli stadi del 2025 polverizzando ogni record con oltre 670 mila biglietti venduti. Quando c’è da fare massa oceanica nelle curve va tutto bene; se lo stesso cantante decide di rimpicciolirsi, scatta il processo.
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Entra nel canale WhatsAppIl pizzo a Luì e Sofì
La verità è che la schizofrenia del consumatore di musica fa ridere i polli non appena vai a spulciare i salassi che gli stessi subiscono col sorriso. Prendete il finto matrimonio-show dei Me Contro Te: seimila genitori si sono messi in fila con la carta di credito tra i denti per pagare fino a 110 euro per un posto a sedere, aggiungendo senza battere un ciglio un obolo extra di 250 euro per il Vip Pack al solo scopo di far lanciare due manciate di riso ai figli davanti a Luì e Sofì. Come nessuno piange miseria quando c’è da sborsare un centone a San Siro o all’Olimpico per i biglietti a "visibilità limitata", accettando passivamente di restare tre ore appollaiati dietro un pilone di cemento armato senza vedere un tubo del palco pur di fare una storia sgranata per dire "io c’ero".
Per non parlare dei medesimi che hanno subito i ricatti del dynamic pricing pur di accaparrarsi un tagliando per la reunion degli Oasis con biglietti schizzati sui circuiti di secondary ticketing a cifre da strozzinaggio puro tra i 7.000 e i 10.000 euro, che hanno fatto saltare sulla sedia persino il Codacons. Lì il portafoglio si spalanca che è un piacere; se invece c’è da pagare l’esclusività di un club privato, scatta il comitato di quartiere.
Il lusso del silenzio
Questa operazione è in realtà un atto di salute, un cazzotto benedetto in un mercato ormai ridotto a un Truman Show digitale. Costringere la gente a infilare lo smartphone in una bustina sigillata all’ingresso, e proporre un set a briglia sciolta, veramente alla vecchia maniera e senza una scaletta rigida, è una terapia d’élite. Il divo di Ronciglione ha l’audacia di esibirsi senza mettere in fila le sue hit commerciali e i suoi successi, preferendo b-side minori rimaste in ombra, accanto a nomi di nicchia come Faccianuvola e Rares. Il silenzio e l’assenza di schermi oggi sono diventati i veri beni di lusso, e la qualità acustica su spazi così ridotti ha un costo strutturale altissimo che non può essere regalato. Chi vuole un’esperienza così intima deve semplicemente rompere il salvadanaio, perchè la vicinanza si paga e il lusso va venduto a chi ha capacità di spesa, senza i complessi di colpa di un pubblico che vuole l’assistenzialismo della mutua. L’errore è non il prezzo, è il vizio di fare il sindacalista dei tecnici "da sfamare", per paura delle sgridate della rete, pur di non ammettere che il business è business. Ma forse, in Italy "very social", non siamo pronti né per la musica analogica né per la verità del listino.
