Fiorella Mannoia non ha più paura e omaggia De Andrè specchiandosi su Genova. In platea, l'amico di sempre (che nessuno ha riconosciuto)

Fiorella Mannoia debutta con "Fiorella canta Fabrizio e Ivano - Anime Salve" sul palco del Porto Antico di Genova. Davanti a Dori Ghezzi e Ivano Fossati, l'artista romana ci invita a restare umani, in direzione ostinata e contraria

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Genova, Arena del Mare. Palco a due passi dall’acqua, il porto antico sullo sfondo e un doppio sold-out da 1.800 spettatori a sera. Il debutto del tour nazionale Fiorella canta Fabrizio e Ivano – Anime Salve è andato in scena così, dimostrando subito di essere qualcosa di diverso dal solito revival nostalgico per collezionisti di vinili. La riproposizione dell’eredità di Fabrizio De André e Ivano Fossati – a trent’anni esatti dall’uscita del loro capolavoro congiunto Anime Salve (1996) – si è presa la scena come una vera e propria terapia di gruppo contro il torpore emotivo dei nostri tempi.

In una platea che ha visto sfilare figure storiche legate alla memoria di De Andrè e delle istituzioni – da Dori Ghezzi a Mercedes Martini, fino alla sindaca Silvia Salis e al regista Fausto Brizzi – la poetica di Faber ha funzionato come un libretto d’istruzioni per leggere il presente. Lo stesso Ivano Fossati, fedele alla sua leggendaria riservatezza, ha preferito seguire il secondo concerto mimetizzandosi tra la folla, praticamente invisibile al pubblico che lo cercava con gli occhi dopo i ringraziamenti della Mannoia dal palco.

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Sul piano musicale, lo show poggia sulla direzione di Carlo Di Francesco, alla guida di un ensemble di 17 musicisti. Gli arrangiamenti scelgono la via della sottrazione: niente modernizzazioni forzate a caccia di like, ma una struttura sonora che accompagna le parole per potenziarne l’impatto narrativo.

La scaletta del concerto, la cronaca di oggi nelle canzoni di ieri

Canzoni scritte decenni fa sembrano la rassegna stampa di stamattina, ancora in grado di scogliere nodi complessi come lo Stato di diritto, i conflitti e i flussi migratori senza filtri ideologici.

Don Raffaè (Le Nuvole, 1990) perde così qualsiasi originaria leggerezza ironica. Di Francesco la trasforma in una cupa marcia funebre che fotografa il collasso dei diritti nelle carceri e nelle periferie, raccontando cosa succede quando lo Stato abdica e lascia spazio alla criminalità organizzata come perverso surrogato di welfare.

Subito dopo, lo sterminio dei nativi americani in Fiume Sand Creek esce dai libri di storia e si connette direttamente all’attualità geopolitica, risuonando come un atto d’accusa contro i massacri contemporanei, con un pensiero inevitabile alle devastazioni nella Striscia di Gaza. Il pezzo morde sulla costante storica dell’impunità dei generali rispetto al prezzo pagato dai civili. Un filo della memoria che si farà ancora più stretto il 24 luglio a Villafranca di Verona, quando sul palco salirà il coautore Massimo Bubola per un duetto speciale.

Mio fratello che guardi il mondo, la risposta musicale al dramma dei migranti

E dove la retorica istituzionale riduce la disperazione delle rotte migratorie a fredda statistica da talk show, la scaletta cala l’asso di Fossati: Mio fratello che guardi il mondo. Un brano che azzera gli slogan politici e impone il riconoscimento della dignità dell’altro.

La struttura della tournée assomiglia a una mappa che cerca di ricucire un tessuto sociale sfilacciato, toccando anfiteatri storici, piazze medievali e spazi industriali riqualificati. Dopo il debutto di Genova, il viaggio tocca Trento (Piazza Fiera, 1° luglio), Marostica (Piazza Castello, 7 luglio) e Cernobbio a Villa Erba (9 luglio), dove l’ex galoppatoio a due passi dal lago richiama le suggestioni di Crêuza de mä. Il tour passa poi da Palazzo Farnese a Piacenza (12 luglio) e Piazza Alfieri ad Asti (14 luglio), nel cuore del Piemonte dei cantautori, prima di fare tappa al Castello Visconteo Sforzesco di Vigevano (15 luglio).

Si prosegue tra le mura di Palmanova (Piazza Grande, 23 luglio) e si arriva al Castello Scaligero di Villafranca di Verona (24 luglio) con l’ospitata di Bubola. Ad agosto la carovana sbarca in Sardegna: prima alla Forte Arena di Santa Margherita di Pula (1° agosto) e poi all’Anfiteatro Ivan Graziani di Alghero (2 agosto). Il viaggio risale verso il Castello Pasquini di Castiglioncello (7 agosto) e crea un contrasto quasi provocatorio a Villa Bertelli a Forte dei Marmi (9 agosto), portando la durezza di Faber nel cuore del turismo d’élite. Il Sud si accenderà all’Arcella Open Air di San Nicola Arcella (20 agosto), per poi scendere all’Arena Capo Peloro di Messina (22 agosto), sullo Stretto, crocevia naturale di migrazioni. La chiusura è fissata a Piazza della Loggia a Brescia (2 settembre), piazza simbolo della resistenza democratica.

Tra solitudine digitale e impegno civile, il ruolo sociale dell’artista

Il concerto investe anche la dimensione psicologica dell’individuo moderno, costantemente esposto alla gogna mediatica. Pezzi monumentali come Princesa e Khorakhané funzionano oggi come veri e propri strumenti di ecologia mentale contro il vizio del giudizio immediato tipico dei social network.

Princesa, che trent’anni fa raccontava la transizione di genere di Fernandinha in un’Italia impreparata, oggi suona come un invito alla sospensione del verdetto sommario dei tribunali digitali. In questo senso, anche l’elogio della solitudine che apre Anime salve cambia significato: non è l’isolamento alienante dello smartphone, ma una scelta consapevole di riflessione per non perdere la propria etica.

Il dibattito Mannoia-De Gregori, cantanti o predicatori sul palco

La postura militante di Fiorella Mannoia riapre però un vecchio dibattito sul ruolo dell’artista. Quel suo dichiararsi "fieramente disobbediente" – portando la spilletta della Palestina e parlando apertamente della situazione a Gaza – contrasta parecchio con il diffuso disimpegno della scena musicale contemporanea.

È una posizione che si scontra idealmente con le riflessioni recenti di Francesco De Gregori, che ha criticato il modello del "cantante-predicatore" alla Bruce Springsteen. Secondo De Gregori, il pubblico non deve essere trattato come un minore da educare; la politica deve stare dentro le canzoni, lasciando a chi ascolta lo spazio del dubbio senza bisogno di comizi dal vivo. Mannoia sceglie la via opposta: per lei l’arte è politica e il silenzio, in tempi di crisi, equivale a un’omissione di soccorso intellettuale. Una spaccatura tra titani che evidenzia, per contrasto, la strategia del pop e della trap mainstream, dove il disimpegno è spesso calcolato per non compromettere i rapporti con i grandi sponsor commerciali.

Quello che le donne non dicono, un appello ai padri contro il femminicidio

Un esempio di questa visione si vede anche nel finale dello show, dove Quello che le donne non dicono cambia pelle. Mannoia lancia un appello diretto ai padri, chiedendo uno sforzo educativo per insegnare ai figli maschi il valore del consenso e il significato di un "no". Il pezzo non è più una celebrazione sentimentale da karaoke e diventa un testo di sensibilizzazione contro la violenza patriarcale e il femminicidio.

E se c’è chi accusa le nuove generazioni di superficialità, la scena urban nata a Genova racconta un’altra storia. Il fenomeno della "Nuova Scuola Genovese" dimostra che tra il cantautorato storico e la contemporaneità c’è un filo sottile ma resistente, fatto di attitudine anticonformista. Come ricordava Gino Paoli, i ragazzi degli anni Sessanta (De André, Tenco, Lauzi) rifiutarono la poetica standardizzata del tempo per cantare la realtà nuda dei vicoli. Quella stessa urgenza la trovi oggi nelle rime di rapper come Tedua, Izi, Disme e Bresh, cresciuti ascoltando De André e assorbendo lo spirito della strada.

Il successo di Crêuza de mä con Bresh e Cristiano De André su TikTok

E poi ci sono Bresh e Cristiano De André, che hanno portato la loro versione di Crêuza de mä sul palco del Festival di Sanremo. Quel pezzo del 1984, in cui Fabrizio De André e Mauro Pagani usavano il genovese come lingua di un Mediterraneo unito e senza confini, è finito dritto nei trend delle piattaforme digitali e di TikTok, dimostrando che l’universo poetico di Faber scavalca tranquillamente il tempo.

Tirando le somme, questo viaggio dentro Anime Salve conferma che l’opera di De André non è materiale da museo. La sua grandezza non è mai stata quella di regalare risposte facili, ma quella di obbligarci a esercitare il dubbio e a rifiutare le leggi del branco. Perché mettersi in cammino "in direzione ostinata e contraria" non dà la certezza di vincere, ma di certo ci fa restare umani. O, almeno, questo auspichiamo per tutti.


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