Måneskin a Sanremo: Stefano De Martino incassa il colpaccio, ma la verità sulla reunion è un'altra (e non porta la sua firma)

Il viceré dell'Ariston e il suo fido direttore musicale blindano la reunion della band  muovendosi sui binari sicuri della propria scuderia.

Maria Francesca Troisi

Maria Francesca Troisi

Giornalista

Dal 2015 scrive di musica, TV e cinema. Analizza lo showbiz senza peli sulla lingua, ma giura: «Io non sono cattiva, mi disegnano così».

Stefano De Martino l’ha confezionata con il fiocco delle grandi occasioni. L’annuncio ufficiale, sventolato sulla copertina di Tv Sorrisi e Canzoni, che vede i Måneskin tornare a casa come superospiti a Sanremo 2027, è il classico segreto di Pulcinella spacciato per un trionfo geopolitico. Ma intendiamoci, in questo gioco di specchi della discografia nostrana, il "colpaccio" del conduttore è soprattutto una squisita e azzeccatissima questione di famiglia.
Dietro la "sorpresa" c’è infatti una chirurgica intelligenza industriale. Il fresco viceré dell’Ariston ha blindato la reunion della band italiana più esportabile del millennio muovendosi sui binari sicuri della scuderia. Il miracolo della pace tra Damiano, Victoria, Ethan e Thomas porta la firma di Fabrizio Ferraguzzo, che del Festival è il direttore musicale e dei quattro ragazzi romani è il demiurgo, manager e custode legale attraverso la sua Exit Music Management. Praticamente un accordo nato tra una portata e l’altra di una cena aziendale, ma venduto al pubblico come l’allineamento dei pianeti più atteso del secolo.
Con buona pace delle scommesse, lo scugnizzo di Torre del Greco ha fatto la mossa del re prima ancora di accendere le luci del palco.

Il ritorno della ditta

Non c’era bisogno del terzo grado dei carabinieri per capire che la sbandata solista della ditta di Monteverde non avrebbe retto l’urto dei bilanci. Dal trionfo sfacciato di Zitti e buoni a oggi, la corazzata rock italiana si era concessa una meritata e fruttuosa pausa di riflessione per nutrire le singole ambizioni personali. Damiano si è andato a prendere il soul americano con canzoni intime (e, nel frattempo, ha depositato le pubblicazioni al Comune di Roma per impalmare in Toscana la star hollywoodiana Dove Cameron), Victoria ha fatto saltare i club di mezza Europa in veste di deejay di lusso (incassando più del frontman con la sua sigla personale), mentre Ethan e Thomas custodivano il fuoco sacro a casa. Tuttavia la forza del marchio comune della Måneskin Empire Srl richiama tutti all’ordine con il fascino irresistibile dei grandi eventi che uniscono la gloria al fatturato. Quando la ditta chiama per un progetto che moltiplica l’entusiasmo dei fan e blinda la leadership globale, si torna di corsa a casa. E dove si va a celebrare questa rinascita se non nella stessa tavola calda dell’Ariston che nel 2021 li ha scaraventati sul tetto del mondo? Il richiamo della foresta, mediato dal portafoglio e dal fiuto di Ferraguzzo, profuma di una nostalgia clamorosa, un’autentica restaurazione in piena regola pensata per fare la felicità dei bilanci Rai e del pubblico pagante.

Il laboratorio di Los Angeles

L’asse Napoli-Roma, tuttavia, ha preferito rifarsi il look oltreoceano. Questa complessa intelaiatura artistico-finanziaria ha preso formalmente forma ad agosto nel laboratorio di Los Angeles. Lì, tra una spiaggia della California e gli studi di registrazione, il conduttore (ufficialmente in vacanza con il figlio Santiago) e il suo fido consulente musicale hanno passato al setaccio i primi brani. Un esilio dorato utile a partorire un’abile rottamazione del vecchio regolamento con una sforbiciata selvaggia al numero dei Big (che scendono a 24) e la cancellazione formale delle Nuove Proposte, i cui superstiti verranno gettati direttamente nell’arena dei grandi per accorciare le proverbiali maratone notturne. Ma se la band romana è l’usato sicuro che mette d’accordo tutti, lo sguardo dello scugnizzo dell’89 punta a una globalizzazione dai contorni decisamente pop, trasformando il tempio della canzone tradizionale in un modernissimo hub transatlantico.

Passerelle e de-filippismo

La bomba che scuote i corridoi di Viale Mazzini porta il nome di Dua Lipa, nel mirino come co-conduttrice di punta. Per la popstar britannico-albanese si tratterebbe di un ritorno dopo l’ospitata del 2020, ma stavolta con i galloni della padrona di casa. Una diplomazia sotterranea che si starebbe muovendo lungo le passerelle della moda milanese, sfruttando, si sussurra, i ponti d’oro tesi da Giuliano Calza e Gilda Ambrosio. I sogni nel cassetto del nuovo direttore artistico, d’altronde, non conoscono sobrietà. Si va dal corteggiamento internazionale per Bruno Mars all’assalto frontale alla fortezza del rap italiano: a fine luglio, l’attività investigativa dei paparazzi ha immortalato un incontro riservato in Sardegna tra lo showman partenopeo, Ferraguzzo e Salmo, con l’obiettivo dichiarato di convincere il profeta di Olbia a scendere in trincea direttamente come concorrente. Fino ad arrivare all’impossibile: riportare Vasco Rossi su quel palco che un tempo lo vide ultimo e provocatorio, un’impresa titanica tentata da chiunque ci abbia provato nell’ultimo ventennio. A chiudere il cerchio della nostalgia e della riconoscenza commerciale resta la tentazione più forte: Maria De Filippi. Il reuccio dei pacchi sogna di affiancarsi la regina assoluta della televisione italiana per la serata finale o per quella reinventata in chiave Eurovision. Sarebbe la perfetta chiusura del cerchio narrativo: il figliol prodigo di Amici che accoglie la sua madrina sul palco più prestigioso d’Italia, trasformando il Festival della Canzone Italiana nell’apoteosi definitiva del de-filippismo di Stato. Tra sagaci colpi di mercato e affari di famiglia, l’Aristarco di Torre del Greco e il suo romanissimo alchimista annunciano un Festival che è un po’ California, un po’ scuderia, e moltissima e utilissima ironica furbizia.

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